Fede

Chi ha paura dell’inferno?

Mi sollazzo ogni volta davanti alla scena di una mamma (ah no, scusate: volevo dire uno stereotipo) che per farsi obbedire dai figli deve riprenderli innumerevoli volte, per poi finire a chiedere soccorso al papà (aridaje: pregiudizio, volevo dire pregiudizio), il quale interviene d’autorità, una volta sola, e tutti scattano come soldatini.

È infatti innegabile: i padri (ops, di nuovo: le figure di contenimento), posseggono un’autorità naturale che alle madri (pardon: ai concetti antropologici) per natura non corrisponde affatto.

Questo perché la figura maschile, anche solo per la stazza o il timbro vocale, a un bambino mette automaticamente soggezione.

Se poi uniamo il fatto che normalmente all’uomo corrisponde il silenzio (tanto quanto alla donna la logorrea), quando costui parla, tendenzialmente gli si presta ascolto.

Anche per tale motivo, la figura paterna, per la prole, incarna la prima immagine che essa ha di Dio.

E a questa immagine è riconosciuto di default un rispetto istintivo, prima ancora che dovuto, una sorta di spontaneo timore per il ruolo paterno: innato riconoscimento della sua patria potestà.

E ci sta tutto direi, poiché nella mistura necessaria alla crescita sana di un figlio è prevista anche un po’ di paura. Paura per le conseguenze negative delle proprie scelte, traducibile anche come il giustificato timore di una punizione per aver infranto una regola.

Perché l’uomo è fatto così: per quella sua natura ferita dal peccato originale, ha anche bisogno dello spauracchio di un castigo per convincersi che non tutto gli è lecito.

Ciò vale soprattutto nell’ambito della sua crescita spirituale: una coscienza ben formata non può prescindere, non solo dalla cognizione del male e del peccato, ma anche e maggiormente dalla reale possibilità di una conseguenza definitivamente negativa per il rifiuto estremo dell’amore di quel Dio rivelatosi come Padre.

Ciò è un evidenza, se persino Gesù, per due terzi del Vangelo, non fa che parlare della realtà del demonio e dell’inferno. Se addirittura la Madonna, a Fatima in particolare, ha dovuto ricordare, nientemeno che con una visione diretta ai tre pastorelli, la verità della dannazione eterna delle anime.

All’uomo, infatti, proprio come ai bambini, quando ancora si trova nell’infanzia della fede, serve disciplina per imparare a domare la sua carne concupiscente, e questa si impara anche attraverso il timore del castigo, prima che con la brama del premio.

Soltanto dopo tale disciplinamento uno spirito matura forma bastante a confidare in quella Misericordia che Dio lascia sovrabbondare sulla propria Giustizia.

Ecco la necessità di non nascondere la realtà dell’inferno. La responsabilità della Chiesa (unica depositaria della Verità Rivelata) di trasmettere ai suoi figli l’incombenza di una condanna definitiva per l’impenitente, senza indulgere in una negligenza letteralmente letale per l’anima, mascherata da falso pudore per qualcosa che è scandaloso soltanto verso la contemporanea political correctness.

Smettere di ricordare all’umanità l’esistenza del diavolo e dell’inferno (che per inciso, non è affatto vuoto, purtroppo) significa ammettere implicitamente che non c’è punizione per il male, e di conseguenza, che non esiste il peccato.

Ma questo è un inganno mortale per l’uomo, tanto quanto lo è per un figlio un padre che non ponga limiti alla sua tensione verso l’illecito: perché priva di senso la sua stessa esistenza, oltre a renderlo inerme verso quel male che prima o poi sperimenterà nella sua vita.

Non solo, ma svuota di ogni credibilità quello stesso Dio che per la serietà del Suo amore per i Suoi figli, nel Figlio si è lasciato uccidere, sigillando nella Sua stessa carne crocifissa e risorta la definitività delle realtà escatologiche.

Poiché se la condanna non fosse eterna, nemmeno la salvezza potrebbe esserlo. Ed è proprio a causa dell’eterna Misericordia del Padre verso coloro che in ultimo esprimeranno la loro libertà verso il Suo Amore, che la Sua Giustizia rimarrà eternamente insoddisfatta nella pena di coloro che invece liberamente Lo rifiuteranno fino all’ultimo fiato.

Ma oggi, purtroppo, accennare al castigo di Dio è scandalo, e più nessuno teme la Sua condanna: così il Suo Amore geme sotto il patibolo di questo grave silenzio.

Perché quando l’uomo disconosce la possibilità di un inferno nell’aldilà, finisce sempre per crearne uno in terra.

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