Cronache

La tunica inconsutile

In questi ultimi periodi sembra proprio che tra i cristiani si stia propagando un particolare prurito, un’antica insofferenza tra schieramenti, un fazioso incrudimento tra i diversi accenti di fede.

È nella gerarchia, innanzitutto, ma anche nei movimenti.

Pare esserci contrapposizione persino tra consacrati e laici, e tra i laici stessi.

Anche questi sono i segni dei tempi, forse: l’indicazione che siamo giunti a quel momento in cui, come più volte profetizzato, del “popolo di Dio” non resterà che un piccolo resto.

Proprio come fu nei giorni più prossimi alla Passione del Maestro.

Niente di nuovo però è sotto il sole: poiché è facile constatare come questa sia una ferita che la Chiesa si porta dietro fin dal consesso apostolico: fin da quando Gesù si voltava a riprendere i suoi che facevano a gara per stabilire chi fra loro fosse il più grande.

Fin dalle facce ingrugnite di quei futuri fratelli in Cristo che sibilavano dietro ai due “boanerghes” perché avevano trovato il coraggio (pur fraintendendo grandemente) di farsi avanti col Maestro per avanzare le loro pretese su di un Regno d’equivocata natura.

Fin da quella sera in cui il Salvatore rivelò apertamente il tradimento (di uno dei dodici!) e tutti si guardavano l’un l’altro con la coda di paglia e sperando intimamente che la profezia riguardasse qualcun altro, ma non se stessi.

È purtroppo quella medesima ferita sulla quale pende forte il sospetto che derivi da quel nefasto morso avvelenato e che rimane unita alla carne ancora mortale dell’uomo, che è pur redenta dal Sangue del Dio Vivente; il quale da quella piaga che noi gli abbiamo inflitto continua a sanguinare, ancora ed ancora, lasciandosi trafiggere da ogni nostra inimicizia perché noi si rimanga liberi di deciderci ogni istante a seguirlo per amore e non per costrizione.

Perché, in fin dei conti, si scelga di morire con Lui alla nostra superbia di averLo (in)compreso solo noi, per farci invece prossimi al fratello, che è davvero tale solo perché Lui ce lo ha guadagnato nel suo sangue.

È uno strazio, invero, ma che ci è tanto utile: un monito a rimanere umili, uno sprone all’accoglienza reciproca, anche e soprattutto all’interno dell’abbraccio di quella Madre Chiesa che Lui ha voluto e generato nel suo sangue misto ad acqua, e che nel Suo Santo Spirito ogni istante rigenera nonostante le umane ricadute, affinché attraverso questa Lui ci raggiunga, come il Buon Samaritano, a lenire l’antica ferita, ogni volta.

Poiché pur nella continua tentazione a sbrandellarla, il cristiano deve rimaner saldo nel custodire un’intima certezza: che la Tunica è inconsutile, fissando il proprio sguardo su quel destino comune a cui ognuno è chiamato e quindi perseverare nel combattimento in questa terra d’esilio, nella speranza certa, però, che giungerà il tempo delle nozze, quando ogni piaga sarà finalmente sanata ed allora vivremo con Lui e tutti insieme per sempre con “un cuore solo ed un’anima sola”.

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