Storie

I figli di Empedocle

Tra le diverse specie di creature che abitano il Creato ve ne sono alcune che sono legate indissolubilmente alla materia da cui traggono vita e nutrimento e di cui l’uomo moderno ha imparato a dimenticarne l’esistenza.

Questi esseri sono conosciuti, da coloro che ancora riescono a vedere al di là dell’apparenza delle cose, con il nome di elementali.

Si tratta di forme di vita intelligenti che vivono in armonia con l’elemento da cui hanno origine e che un tempo venivano chiamati gli spiriti del fuoco, della terra, dell’aria e dell’acqua.

Questa storia narra la curiosa vicenda sentimentale di una giovane ondina: diafano spirito, delicato e gentile, che popola i ruscelli boschivi ed i piccoli specchi d’acqua dolce.

Queste creature sono molto timide ed in genere si negano agli occhi dell’uomo, ma qualche volta capita che un paziente osservatore riesca a scorgere gli agili corpi nascondersi tra le increspature dei rivi o degli stagni, e ad un orecchio attento potrebbe capitare di sentirne i sommessi risolini quando la loro pelle argentea viene solleticata dai raggi del sole.

Le ondine sono composte dello stesso liquido di cui sono formati gli ambienti dove vivono ed in questi ultimi svolgono premurose tutte le mansioni necessarie alla cura del luogo ed alla perfetta armonia dei suoi abitanti con esso.

Tra le altre cose, sono le ondine che guidano i salmoni nella loro scalata al luogo natìo e sono ancora loro che ispirano il canto d’amore delle rane durante le tiepide notti primaverili.

Ora, la nostra ondina, viveva in un torrentello sommerso dal verde della foresta ed aveva la sua casa tra i sassi del fondo.

La parte di fiume a cui doveva manutendere scorreva in una radura erbosa e dava nutrimento alle radici di una vecchia latifoglia che viveva proprio al centro della rotonda silvestre.

L’ondina si prendeva gelosamente cura del suo habitat: aiutava l’acqua a levigare le pietre sul fondale per rendere più comodo il letto del fiume, faceva schiumare le rive per ossigenare l’acqua che i pesci respiravano e contribuiva, insomma, a custodire l’equilibrio del suo piccolo ecosistema.

Ma in una notte di pioggia quest’armonia fu turbata.

I temporali non erano cosa rara nella foresta, ma quello che si scatenò quella notte non fu più dimenticato: i tuoni sconquassavano il cielo ed i lampi illuminavano a giorno l’intero bosco.

L’ondina rasentava la superficie del suo ruscello per attutire l’impatto della pioggia sul tetto della casa dei suoi pesci; era una premura che si prendeva sempre durante i temporali ed era tanto impegnata nel suo compito che trasalì terrorizzata quando udì il boato prodotto da quel fulmine nel momento in cui colpì il vecchio acero al centro della radura.

Fu allora che l’ondina si innamorò.

Tra le fiamme che divoravano il grosso albero vide un lapillo, elementale del fuoco, e quando anche lui la vide fu l’amore: i loro sguardi s’incrociarono e da quell’istante i loro cuori furono l’uno dell’altro, per sempre.

Ma il destino a volte è crudele: un elementale del fuoco non può pensare di condividere il proprio futuro con un elementale dell’acqua, è come se un pesce s’innamorasse di un uccello o come se il giorno prendesse in sposa la notte.

Così il lapillo e l’ondina si sussurrarono addio, l’uno si spense nelle proprie ceneri e l’altra tornò al suo ruscello.

Il temporale passò. Là dove era bruciato il grande acero spuntò un nuovo fiore, le stagioni passarono ed il piccolo torrente continuò a scorrere tranquillo.

L’ondina però non dimenticava il suo sentimento, conservava il ricordo di quella notte nel suo cuore e viveva nella sconsolata solitudine del suo sogno irrealizzabile.

Al principio le sue compagne avevano cercato di dissuaderla dallo sperare in quell’amore, poi, visto che non ottenevano nessun cambiamento, la consolarono, ma fu inutile; allora iniziarono ad avere pena per lei e per la sua triste storia ed infine la lasciarono sola.

L’ondina ben sapeva che un fulmine non cade mai due volte nello stesso punto, tuttavia non riusciva a smettere di sperare, in ogni notte di pioggia, che l’oggetto dei suoi pensieri potesse tornare da lei, anche solo per un ultimo, fugace momento d’amore.

A volte, se lo si desidera veramente, dal profondo del cuore e con tutte le forze, i sogni possono avverarsi.

E forse fu proprio la tenacia di quel sentimento che compì l’impossibile: il lapillo tornò.

Accompagnato dal lampo ridiscese nella radura dove l’ondina, immancabile, lo attendeva da sempre.

Solerte bruciò fino alla riva del ruscello e tese la mano all’ondina; questa spumò oltre il confine del suo regno per reincontrare finalmente gli occhi del suo amante e nell’abbraccio di un istante le loro anime si fusero, consumando i loro corpi eterei in una nuvola di vapore.

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