Relazione

Cartoni Animati Giapponesi

Eccerto che noialtri, che di questi tempi si scavalla il crinale degli “enta” per introdurci nell’immaginifico entourage degli “anta”, apparteniamo a quella generazione che, in quei fatidici anni ’80, infanti ebbri d’innocente entusiasmo, nell’ora pomeridiana ci accoccolavamo attorno al focolare del teleschermo, all’ombra familiare della nube di Cernobyl, trangugiando tegole e rotolini di grassi idrogenati annaffiati dall’indimenticato succo artificiale di colore fosforescente contenuto in quei piccoli tetrapak dall’amichevole nome di “Billy”, ed abbeveravamo l’anima nostra alle omologate ordalie degli animati beniamini di grossolana e nipponica fattura.

Che quelli sì che erano cartoni, mica come la Masha e la Peppa d’oggidì.

Quelle sì che erano storie d’avanguardia: che già ci prefiguravano quale sarebbe stato il nostro futuro, offuscato dai nuguli della polverina magica di Pollon (quella che «sembra talco, ma non è» e «serve a darti l’allegria»), e che già ci premonivano sull’avvento di orde di “Vegani” che avrebbero presto invaso il nostro pianeta e dalle quali solo Ufo Robot avrebbe potuto difenderci.

Cartoni animati i cui contenuti, visto l’andazzo della società contemporanea, non si possono non riconoscere come profetici, almeno a livello subliminale: ché la nostra generazione è proprio quella svezzata dalle inchiavardature spaziali di Goldrake, dall’ammiccante sensualità di Lamù, dall’algida androginia di Lady Oscar, dalla sottile promiscuità incestuosa di Georgie (per tacer poi degli ambigui triangoli amorosi di Haran Banjo, Reika e Beauty nell’alcova del gigantesco Daitarn 3).

Epperò le sigle erano un gran belle: strumentalmente accuratissime e di raffinato stile musicale, anche se i testi, invero, il più delle volte non brillavano per originalità.

Tranne in alcuni casi, come ad esempio la sigla di Ken il guerriero, che pare un’apologia biblica: provate ad ascoltarla sostituendo il nome del protagonista con quello di Gesù, e poi ditemi se non è vero che sembra un canto dei Gen Rosso.

Oppure (e concludo) come questa perla: il Gakeen, un robottone magnetico sui generis, un po’ Jeeg ed un po’ Mazinga, cartone stereotipato per la verità, ma la cui sigla italiana ancora oggi incanta per la sua chestertoniana chiarezza.

E cito: «Un bel ragazzo con la sua ragazza: profonda è questa solidarietà; la donna è più dolce, ma sa anche soffrire; l’uomo è più forte, ma sa anche morire, ma uniti fanno una creatura più forte che mai».
Parole notevoli per una canzone da bambini, che rievocano la bellezza delle ontologiche differenze tra maschio e femmina, della loro fertile complementarità: roba che al giorno d’oggi sarebbe censurata per i suoi “contenuti omofobi”.

E il ritornello rilancia: «Gakeen magnetico robot: si avvitano in cielo le braccia sue, si saldano in cielo le gambe sue, in cielo si forma il suo corpo ed ecco Gakeen».
Alludendo a come l’unione tra un uomo ed una donna debba rimanere subordinata alla sua origine celeste, poiché è preminentemente in Cielo che viene stabilita, ribadendo una volta di più come la famiglia naturale sia essenzialmente quella che si fonda sull’unione matrimoniale sacramentata.

E poi infine: «Ragazzo, se hai trovato la ragazza, ricorda che a lei devi fedeltà: la donna è più dolce, ma sa anche punire, e l’uomo, più forte, può pure soffrire, ma in due si può andare più in alto, più in alto che mai».
Cosa aggiungere a tale affermazione sull’indissolubilità dell’unione tra l’uomo e la donna, nella quale si evidenzia come il primato debba essere riconosciuto al servizio reciproco (pena un’inevitabile sofferenza) ed in cui solo nella corresponsione alla vocazione sponsale si realizza appieno quella relazione d’amore che rifrange il divino?

Pare un testo preso da uno dei libri della Miriano…

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