Vita

La vendetta cristiana

Anche ad un urside antisociale come me talvolta capita di ritrovarsi in circostanze di vita che lo coinvolgono nella frequenza di certo parentado (soprattutto durante le feste comandate), oppure di colleghi di lavoro con cui in alcuni periodi devi collaborare strettamente, o infine amici con i quali hai pure condiviso vita ed esperienze (anche belle, eh), ma dai quali inevitabilmente riscontri, una volta di più, di essere diviso per via della tua fede, essendo essi non credenti, o peggio, determinatamente avversi al tuo credo.

Persone come il te di prima che ti convertissi, tipo, che spesso stuzzicava poveri cristiani, cercando la diatriba proprio, e traendo perversa soddisfazione nell’infastidirli con banalità preconcette e ritrite.

Ecco: anche ad un orchesco antrofobo come il sottoscritto, che pur vanta un enciclopedico repertorio di stratagemmi per evitare il contatto sociale con, diciamo, “chiunque altro”, ineluttabilmente succede, nella frequentazione di persone comunque a lui care, di assaggiare quella parola del Signore per cui Egli ammonisce: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada” (Matteo 10,34).

E sente fitte al cuore e gli si accartocciano le viscere dal malessere ogni volta che sperimenta l’ostile ed accanita incredulità di costoro.

Però subito si consola, perché lo potranno biasimare, criticare, denigrare, oltraggiare, financo a perseguitarlo per la sua fede, ma egli esulta dentro di sé, poiché per quanta libertà potranno togliergli, in nessun modo, nemmeno con la morte, potranno impedirgli di pregare.

E di pregar per loro.

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