Cronache

L’epitaffio

Salgo le scale mobili del centro commerciale e vengo accolto da un cartellone, impossibile da ignorare, che reclama tronfio: «Shopping in libertà, grazie al Baby Parking».

Subito vengo rapito da un moto di disagio misto a disgusto: c’è qualcosa che mi urta profondamente in quella frase, anche se non saprei dire esattamente cosa.

Poi però faccio spallucce e mi dico: “Andre, sei il solito talebano: vedi anticristi in tutto…” e così mi accingo a fare la spesa.

Da buon Milanese Imbruttito devo impiegare il meno tempo possibile, così avvio il cronometro mentale, tiro su il cestino a mano, punto direttamente a quei pochi prodotti che mi servono, evito accuratamente i banchi col numerino (che piuttosto di aspettare in coda prendo latticini, affettati e verdure confezionate).

Ovviamente cerco di stare nei dieci pezzi al massimo, così infilo la cassa apposita e, dopo aver controllato che tutti coloro che mi precedono abbiano una quantità individuale di sporta che rientri nei parametri richiesti dalla cassa veloce, mi metto in impaziente attesa del mio turno, sbuffando vistosamente, mentre compulso il cellulare (che chissà perché, quando sei in fila al supermercato, la rete non prende mai: che sbatti!).

Risolta in tempi minimi la questione spesa mi accingo alla scala mobile d’uscita ed incrocio nuovamente il famigerato cartello (è davvero enorme: impossibile non leggerlo!), e così, mentre me ne torno a casa, inizio a ripassare mentalmente l’inquietante slogan, parola per parola, in cerca del motivo subliminale che mi lascia tanto esterrefatto.

Primo: si parla di shopping, non di spesa, quindi un’attività diversiva, non dettata da legittime esigenze di necessità, ma da puro consumismo.
Secondo: si tira in ballo la libertà, quindi si presuppone che la condizione di chi ha prole sia assimilabile alla cattività, se non addirittura alla schiavitù.
Terzo: il chiaro riferimento ad una dovuta riconoscenza verso ciò che ti libera finalmente dalla trappola di figli oppressori dei tuoi sacrosanti diritti di compratore.

Infine l’escamotage anglofono usato per definire quello che in lingua italiana, anche all’orecchio meno sensibile, rischierebbe di svelare il recondito significato dell’intera frase: perché dire «il parcheggio dei bambini» significa assimilare apertamente la propria discendenza ad un oggetto ingombrante e fastidioso. Ma quando i figli sono intesi come un impiccio di cui disfarsi per potersi dedicare spensieratamente al culto della vanità, allora ci si trova davanti al sintomo più esplicito di una società determinatamente avviata verso il suicidio.

Tant’è infatti che, contestualizzando, lo slogan incriminato può essere grossolanamente tradotto così: “Signori e signore esultate, poiché è giunta finalmente l’ora della vostra liberazione, da oggi c’è finalmente un luogo in cui potete depositare quelle invadenti appendici carnose dei vostri pargoli e dimostrare gratitudine ai vostri salvatori dedicandovi anima e corpo all’acquisto sfrenato dell’inutile e del superfluo”.

Ed ecco allora che, ormai sulla soglia di casa, ultimamente scopro ciò che tanto mi turbava: l’essenza sulfurea di una cultura della morte che fa di quel manifesto commerciale non più e soltanto un’accattivante slogan pubblicitario, ma invero l’epigrafe di una civiltà ormai moribonda.

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