Paternità

Natale sul Calvario

Recita di Natale a scuola: canto finale, con tutte le classi schierate sul palco di un anfiteatro noleggiato appositamente per l’occasione.

Mia moglie ed io siamo in gradinata, incollati alle poltroncine in attesa dell’esibizione di nostro figlio maggiore, il quale, lo sappiamo molto bene, ci tiene tantissimo a quell’ultima canzone da cantare tutti insieme, tanto che la conosceva già a memoria ad ottobre, quando ancora il saggio natalizio era lontano anni luce.

Parte la base musicale e già vedo che qualcosa non va: il bambino vicino a mio figlio, una figura anonima in mezzo alla scolaresca multicolore che affolla un palcoscenico troppo piccolo, non sembra avere alcuna intenzione di partecipare al coro ed inizia ad infastidire il mio pargolo, il quale invece vorrebbe soltanto cantare con tutti gli altri. Mia moglie ed io ci guardiamo negli occhi con il medesimo pensiero e lei mi aggiorna su chi sia quel compagno di classe così fastidioso, il quale non desiste ed anzi rincara la dose: siccome il mio bambino cerca di scansare i suoi dispetti, lui lo afferra per i polsi e lo trattiene, avvantaggiato dalla sua corporatura e maggior forza.

Mio figlio è affetto da una disabilità ai quattro arti, ed in quelli superiori non possiede né molta forza, né grandi capacità di manipolazione, così risultano del tutto vani i suoi tentativi di divincolarsi dall’angusta presa, nonostante a tratti cerchi ancora di partecipare, come meglio riesce, al canto degli altri compagni.

Mia moglie ed io friggiamo sulle nostre poltroncine: vedendo le angherie di cui è vittima inerme nostro figlio passare del tutto inosservate a maestre (evidentemente impegnate a dirigere il gigantesco coro), scolari (evidentemente assorbiti nell’esibizione canora) e genitori (evidentemente focalizzati ciascuno sul proprio bimbo), lei inizia a piangere, mentre io vaglio inutilmente l’esistenza di un passaggio che mi permetta di raggiungere il mio erede senza dover calpestare decine e decine di arti ed organi di sconosciuti.

Intanto il sopruso procede e mio figlio, frustrato dalla morsa del compagno che non gli permette nemmeno di dimenarsi più di tanto, incomincia a piangere a dirotto e disperato tenta di mordere la presa di quello sui suoi polsi, ma invano.

È tragedia: il coro continua imperterrito e sembra non finire mai, mia moglie in lacrime appare sotto choc, mentre, quasi incredula che ciò che vede stia realmente accadendo, continua a ripetere quanto il suo bambino ci teneva a cantare quell’ultima canzone; io da parte mia sperimento, con le viscere contratte, un senso d’impotenza soverchiante, misto ad una rabbia crescente, mentre sconcertato non riesco a farmi una ragione di come sia possibile che nessuno si accorga di ciò che a i miei occhi paterni pare invece l’unico “spettacolo” cui si possa e si debba assistere.

Lo confesso con vergogna: se avessi avuto un’arma da tiro, in quel momento, l’avrei usata.

Poi finalmente il canto si esaurisce e mentre scrosciano gli applausi una maestra soccorre il mio bambino che gronda lacrime.

Quindi tutto finisce e mia moglie ed io ci fiondiamo giù dagli spalti, e la nostra corsa a rotta di collo termina soltanto quando possiamo consolare nel nostro abbraccio nostro figlio, adesso più calmo, ma con ancora gli occhi gonfi e rossi di pianto.

Tutti costernati, epperò tutti giustificati: “Sono cose che succedono tra bambini e non è il caso di farne un dramma”, così ce ne torniamo a casa cercando di compensare a coccole e parole affettuose il nostro bimbo per cui la festa è stata irrimediabilmente rovinata.

Sono passati ormai due anni da quell’episodio, che nella vita di mio figlio non ha lasciato nessuno strascico davvero, ma io conservo fulgido il ricordo di quel momento ed ogni volta che vi ripenso mi ci ritrovo ancora vividamente immerso, feralmente trapassato da ogni sentimento ed emozione che già mi scosse e mi sfrangiò in quegli istanti.

Attimi pur dolorosi dei quali però oggi, in retrospettiva, sono grato a Dio, poiché vivere quell’esperienza mi ha dato una frazione d’idea di ciò che anche il Padre deve aver patito in quell’ora in cui l’innocente Suo Figlio veniva abusato in ogni modo e, morente per le innumerevoli torture, stava esangue assiso sul legno maledetto.

Anche Lui, in quel giorno, soltanto assistette al macabro spettacolo, ma mentre io ero costretto all’impotenza, Lui pur potendo non ne licenziò uno solo tra gli angeli delle sue legioni per vendicare il torto, e invece stette muto, per amore della nostra libertà.

Per questo ringrazio: poiché l’aver attraversato quell’esperienza, pur se solo nei miei poveri panni d’uomo, mi ha dato il polso dell’angoscia del Padre inchiodato sul Calvario col Figlio, donandomi ultimamente l’opportunità di un barlume di comunione con Lui nel Suo esserci silente ed appassionato, allora ed ogn’ora, nel patire d’ogni Suo figlio.

Lasciandomi infine come sigillo ardente nel cuore e nella memoria il gusto agrodolce di quanto Gli costò la salvezza mia e di ciascuno.

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