Fede

Il perdono

Traffico intenso.
E fretta.

Così ti insinui in ogni pertugio libero, smanetti il cambio come fosse un joystick, rubacchiando un sorpasso alla pista ciclabile, prendendoti una precedenza ai limiti della legalità alla rotonda e sgommando ai semafori manco fossi ai blocchi di partenza del Gran Premio di Montecarlo.

Che poi il segreto inconfessabile è che sotto-sotto un po’ ti piace anche: ché hai la scusa di sentirti anche tu uno Schumacher (dei poveri, ma pur sempre uno Schumacher).

Poi però incroci quell’altro: quello che si crede Hamilton, e che ti ruba una precedenza, o che ti scarta senza mettere la freccia, o che ti tappa la strada solo perché gli urge proprio di stare al cellulare mentre guida e non ha gli auricolari.

Quello, insomma, che ti fa qualche sgarbo, magari anche piccolo, ma che ai tuoi occhi impregnati di adrenalinico agonismo stradale, risulta proprio una minaccia di morte fatta impugnando la sua arma a quattro ruote.

Naturale e spontaneo ti sale allora alle labbra un simpatico augurio di qualcosa di brutto, o almeno un insultino, se non proprio un gesto digitale d’affronto.

E invece no, davanti al torto subito, una volontà libera e redenta ricaccia secca indietro la tentazione a dar sfogo alla propria natura ferita dal peccato originale, e così, trattenendo in gabbia la bestia, ti sorprendi a sussurrargli addosso una benedizione e a puntargli contro un “angelo di Dio”.

Ecco: questo è il senso del perdono.

Perché il tuo cuore inabitato dalla consapevolezza che sei manomesso tanto quanto lui è predisposto alla comprensione verso l’altrui fragilità, che v’accomuna.

Perché la tua ragione ti richiama a quei debiti che tu per primo contrai ogni istante nei confronti di Colui che di ogni istante ti fa credito, affinché tu possa compiere il tuo cammino di continua conversione a Lui.

Perché il tuo spirito, rivestito del quotidiano abito dell’orazione, risulta pronto e docile a farsi veicolo dell’azione del Bene, anziché del male.

Dio infatti non butta via le cose rotte, ma le “aggiusta”, ciò che è sbagliato lo rende nuovamente giusto (anche purificandolo): così perdona Dio.

L’uomo non può fare lo stesso di suo proprio, poiché non ha in sé quell’Amore, ma può cercare di farsene riverbero, imitando l’agire divino nel suo rendersi liberamente Suo strumento, invocandolo.

Poiché è vero che Lui rimette a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, ma è altrettanto vero che siamo chiamati a domandare il Suo perdono per le offese che noi arrechiamo a Lui cosicché anche noi impariamo a perdonare a coloro che ci offendono.

E per rivelazione ed esempio di Gesù, pregare per il nemico è il solo modo per conformare il proprio cuore all’azione di Dio, che in quanto Amore, ti plasma nella capacità di giungere perfino ad amare chi ti odia.

Invocare il Suo iper-dono e farsene fattivo strumento, non con lo scopo di convocare l’altro a conversione (che è prerogativa, questa, solo divina), ma con l’intento di convertire prima di tutto se stessi, così da diventare operatori di pace nella fraterna intercessione per il bene vero di entrambi.

Che questo poi è il potere della preghiera, canale privilegiato dell’azione dello Spirito, la quale, per quella libera volontà di rispondere al male con il bene, attinge proprio la sua forza da quella maturata consapevolezza di essere per primi peccatori e che ti rende capace di comprendere l’altrui essere peccatore nell’impetrazione della giustificazione divina con la propria orazione di perdono.

E ciò, oltre che richiamare l’altro a lasciarsi interloquire con un’alternativa all’odio capace di salvare, agisce prima di tutto su te stesso, facendoti immagine di Cristo.

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