Fede

Il pentimento

Anni fa mi capitò una commessa per un anello da fare intorno ad uno smeraldo di proprietà del cliente: una pietra molto bella, seppure non grossa, ma di un verde intenso che la rendeva davvero preziosa. L’anello era il regalo di anniversario che questo cliente, (che era anche un conoscente) voleva fare alla moglie e la pietra era il souvenir di una loro vacanza insieme.

Io feci l’anello, ma in quel frangente ero tanto oberato di lavoro che mi ritrovai in prossimità della scadenza datami con ancora la pietra da incastonare.

Feci presto due calcoli e mi resi conto che se avessi portato il lavoro all’incastonatore (come si fa ordinariamente) avrei consegnato l’anello in ritardo per il giorno dell’anniversario di quella coppia di conoscenti, così, visto anche che il tipo di incassatura era abbastanza semplice, mi risolsi a provare ad incastonare io stesso la pietra nell’anello.

Lo smeraldo è però una gemma piuttosto fragile, che persino gli incastonatori esperti incassano con una certa apprensione, quindi nel prendere la decisione di accollarmi un lavoro specifico che non mi è proprio, mi assunsi con riluttanza, ma costretto dalle circostanze, la responsabilità di un grosso rischio.

È che davvero ci tenevo tanto a non deludere quel cliente, permettendogli, col mio lavoro, di poter festeggiare con quell’originale sorpresa a sua moglie il suo anniversario di matrimonio.

Fattostà che mi misi ad incastonare lo smeraldo nell’anello: con leggeri ed accurati colpi di martelletto ribadii il metallo del castone, debitamente preparato in precedenza, sui bordi della pietra, stando ben attento a non toccare direttamente la gemma.

Sudai freddo per tutto il tempo dell’operazione, fino a quando la conclusi con successo, soddisfatto.

Quando però diedi un’ultima occhiata con il lentino d’ingrandimento al lavoro fatto, notai una leggera imperfezione nella ribattitura del metallo su uno dei bordi della pietra, e volendo fare un lavoro ad arte (ma patendo soprattutto un temperamento precisino e generalmente intollerante all’approssimazione), volli dare un ultimo colpo di martelletto.

Colpo che, nemmanco a dirlo, mi fu fatale.

Per quanto l’urto fu leggero, toccai uno spigolino di una delle facce dello smeraldo e questo, inesorabile come la ghigliottina per il re di Francia, si scheggiò.

Fu il disastro.

Dapprima ci fu l’incredulità, esclamata in una serie di negazioni ripetute a gran voce mentre fissavo il lavoro irrimediabilmente rovinato con occhi spalancati e le mani nei capelli.

Quindi ci fu la presa di coscienza della realtà: la pietra era rotta, il lavoro non poteva essere consegnato, il cliente sarebbe stato deluso, la sua festa rovinata, la commissione non solo non sarebbe stata saldata, ma mi avrebbe causato un esborso per ripagare il danno fatto, e così via in un turbinare di lugubre conseguenze che mentre mi si affacciavano al pensiero mi trascinavano in un gorgo di nera disperazione.

Poi un momento di ritrovata lucidità, che lasciò lo spazio necessario ad una flebile speranza: si vedeva poi tanto il danno? Forse il cliente non se ne sarebbe accorto: d’altronde io avevo visto la scheggiatura con la lente d’ingrandimento…

Era la negazione, che apparecchiava il posto a subentranti tentazioni.

Però, guardando l’oggetto ad occhio nudo ed alla luce naturale, constatai che il danno si vedeva eccome: perciò fui rappreso ancora (e se possibile con maggior violenza) alla realtà e così fu il panico.

L’ansia e lo smarrimento di non saper come affrontare le conseguenze di quella situazione, e la voglia di fuggire dalle proprie responsabilità, gettando tutto alle ortiche e facendo finta che nulla fosse accaduto.

Ma non si poteva fare, e lo sapevo.

Quindi montò la rabbia. All’inizio contro il destino avverso, che nulla c’entrava, ma sembrava più facile dare la colpa alla sorte, piuttosto che assumerla nella verità come esclusivamente propria.

Poi fu l’ira, ed ira furente, con me stesso, per la mia dabbenaggine, per un lavoro che sapevo che andava lasciato fare a chi sapeva farlo davvero, per la mia mania di perfezionismo, per quel mio ultimo, non necessario, maldestro colpo di martello.

E questo mi portò fin sulla soglia di un pianto sommesso e digrignato, a gemiti di sconforto e rincrescimento: per l’ineluttabilità di un tempo che non può essere riavvolto, per gesti definitivi che non possono essere ripresi e corretti.

Mi condusse persino a moti di autolesionismo: mi presi a schiaffi per lenire il senso di colpa che m’invadeva, capocciai ripetutamente il muro per punire il mio errore.

Infine fu la catarsi: presi risolutezza delle mie responsabilità con la ferma decisione di porre riparo come meglio avrei potuto al danno, mi rassegnai ad accogliere tutte le conseguenze che sarebbero accorse, incominciando proprio dall’affrontare il cliente con contrizione, disponibilità e proponimento di un’eventuale, possibile, riparazione.

Ecco: questa è la dinamica del pentimento.

Quella volontà risoluta, capace di stare davanti alla realtà dei propri sbagli nel riconoscimento del danno fatto e con la ferma intenzione di riparare: costi quel che costi.

È il crogiolo bollente della contrizione del cuore: l’angoscia tremenda che ti tormenta l’anima per ciò che hai commesso, per la gravità che attribuisci alle tue colpe, per il rammarico che ne provi, ma soprattutto per l’inesorabilità che si deve riconoscere al tempo, per il quale non si può tornare indietro e correggere i propri errori, ma se ne deve sopportare le conseguenze, per quanto gravi esse siano.

È il dolore intimo, morale, che per la sua intensità ha un riverbero anche fisico, capace di esprimersi corporalmente nel pianto, nel tremito, nella sudorazione innaturale, in uno stato costante di irrequietezza: un’altalena di stati d’animo dovuti ad un profondo senso di colpa che ti sopraffanno financo con una spontanea tensione a farti del male.

È il riconoscimento di ritrovarsi causa di un guaio serio, per il quale si perde o si distrugge qualcosa di veramente prezioso per se stessi, e davanti alla definitività delle circostanze sorprendersi quasi a desiderare una punizione per la colpa commessa, cosicché la si possa espiare, e che dà un senso a tutta quella gestualità rituale che accompagna il pentimento dell’uomo nella tradizione, come il battersi il petto, il digiunare, il cospargersi il capo di cenere o il radersi a zero, il vestirsi di stracci o lo strisciare sulle ginocchia, fino al percuotersi con funicelle o ad indossare il cilicio. Ed ognuno di tali comportamenti non è affatto segno di masochismo, ma espressione corporale del dolore morale che si prova. Sono, invero, “penitenza”.

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