Cronache

Guerre e rumori di guerre

“Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a pregare”

Stamattina, pregando il Benedictus, meditavo come alcuni versetti di quest’inno (Luca 1,71 in particolare: «salvezza dai nostri nemici, e dalle mani di quanti ci odiano») riflettano bene la situazione contemporanea della Chiesa.

Come Israele, che dopo l’entrata nella terra promessa iniziò ad essere avversa alle nazioni contigue, le quali a turno cominciarono a muovergli contro costringendolo a lunghi periodi di snervante ostilità armata; così la Chiesa, che lungo tutto il corso della sua storia, ma specialmente dall’avvento dell’illuminismo in poi, ha vissuto un accanimento crescente nei propri confronti, il quale oggi giorno sembra aver quasi raggiunto l’acme.

In entrambi i casi si evince come il popolo di Dio, sia quello vetero (in prefigurazione) che quello neotestamentario (nell’imitazione), venga chiamato a vivere la medesima persecuzione riservata al Cristo durante la sua venuta terrena.

Anche oggi come allora ci sono i nuovi Giosué, i novelli Gedeone e persino qualche Sansone, che si battono per il popolo ecclesiale con la spada della parola in sua difesa, ma tant’è che, per quanto sia documentata ed incontestabile l’apologetica, la Chiesa venga reputata dal mondo indifendibile.

Oggi come ieri, infatti, nel regno del principe di questo mondo impera la menzogna degli idoli antichi e moderni, e siccome la Verità annunciata incrina la coriacea coltre di tenebra che soffoca l’animo dell’uomo, essa va perciò distrutta con ogni mezzo.

Da ogni parte l’assedio alla Verità ed all’istituzione divina che ne è stata fatta baluardo, è stringente, e sempre di più l’azione del divisore imperversa contro il Corpo Mistico di Cristo, dall’esterno e dall’interno. E chi cerca di mantenersi unito alla Verità si sente sopraffatto nel combattimento e pare che le forze gli vengano meno, che ormai la capitolazione sia inevitabile.

La tentazione di oggi e di sempre è che la Verità non esista e chi afferma il contrario è tacciato d’incaparbirsi su posizioni inaccettabili.

Ora, viene da chiedersi: che sia davvero così? Che davvero la Chiesa non possa essere difesa, ma che si debba lasciare che sia chi l’ha fondata e la anima col suo Spirito a difenderla?
Che si debba, come Lui durante il processo terreno che lo ha visto innocente imputato, arroccarsi in un dignitoso silenzio (che non è resa, ma abbandono al “martirio” inteso nella sua radice etimologica) davanti a chi proprio non riesce, o più spesso non vuole riconoscere la Verità?

Eppure Pietro invita a dare ragione della propria fede, ma forse è la modalità che va mutata. Poiché magari è anche in questa dicotomia che si consuma la buona battaglia del credente contemporaneo, eppure sempre più spesso pare quasi più opportuno deporre la spada della parola per impugnare invece quelle armi mistiche che in tanti e tanti momenti critici della storia del cristianesimo si sono rivelate davvero risolutorie e che la Madonna ha più e più volte indicato nei suoi richiami ai suoi figli.

Può darsi che più che mai in questo tempo in cui il mondo cerca d’imbavagliare la Verità, al combattente fedele non rimanga che la testimonianza, con la sua stessa vita, incarnando le parole nell’orazione perseverante, cosicché egli si trasformi in esempio e risplenda «come segno di contraddizione, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Luca 2,35).

E forse, rivalutando in retrospettiva quell’inedito gesto di qualche anno addietro, il ritiro nella clausura della preghiera del Papa Emerito ha voluto anche essere un segnale, l’ultimo del suo pontificato attivo, a tutti i credenti: è l’annuncio che il tempo delle diatribe, ormai divenute sterili, è concluso, poiché il cuore pilatesco dei contemporanei si è fatto refrattario alla Verità, ed allora non rimane che l’impetrazione, perché l’agire del credente si faccia simile a quello del Re appeso, il quale non rispose alle provocazioni dei suoi detrattori latranti sotto la croce, ma nel silenzio ripose tutta nel Padre la sua difesa.

E se questo è il contesto storico in cui s’incarna quella parola profetica che allarma di «guerre e rumori di guerre», allora ecco che si delinea chiara un’immagine all’orizzonte, che addita un esempio per la cristianità tutta a ricalcare il solco di Maria, la quale nel tempo della prova stette eretta, come una sentinella in piedi, contro l’accanimento del demonio apparentemente trionfante in quell’Ora, ribattendo all’avversario colpo su colpo con una muta orazione ed un rinnovato, perseverante, fiducioso abbandono alla volontà del suo Signore, incarnando in tal modo quello che fu il suo canto di battaglia: il Magnificat.

E come resistere ad un tale richiamo?

Anche se ridotti ad un piccolo resto (come i trecento di Gedeone) si lascino gli strali e le polemiche al mondo, e si impugni ancora una volta, con rinnovato zelo e vigore, l’arma di quel Rosario che ha già dimostrato la sua invincibilità a Lepanto, a Vienna e a Czestochowa e si torni infine a combattere il nemico anche, e maggiormente, con quegli strumenti che sono più efficaci alla sua disfatta, auspicando ad un tempo che giunga presto quel giorno in cui «verrà a visitarci dall’alto un Sole che sorge, per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace» (Cfr. Luca 1,79).

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