Paternità

L’uomo dei no

Avete presente quella celeberrima canzone di Gianni Morandi che ascoltavamo a ripetizione quando eravamo piccini e che ci piaceva così tanto?

No, non «Fatti mandare dalla mamma».

Quella in cui c’erano papà e figlio che facevano una gita nel bosco in roulotte e che poi ad un certo punto veniva a piovere e cominciavano a tirar su tutti gli animali che capitavano loro a tiro?

Ecco, sì, proprio quella lì: «Me lo prendi papà?».

Io c’avevo il 45 giri e l’ho triturato nel mangiadischi da tanto che l’ho fatta suonare.

Riascoltandola oggi, però, da papà, mi suona un po’ diversamente rispetto a quando la sentivo da piccino (e forse menomale).

Premetto che naturalmente comprendo che il testo è figlio di quei tempi, quando sull’onda di una principiante presa di coscienza di stampo ecologista, pareva molto bello rivisitare in chiave moderna la vicenda biblica di Noé, anche esaltando questa figura paterna che salva dal maltempo tutti ‘sti animaletti lasciandosi commuovere dalla richiesta persistente del figlio a rifugiarli nella propria roulotte: come una specie di Woobinda “de noantri”.

Certo anche allora avrebbe dovuto dar da pensare il fatto che ‘sto papà non è che si limita ad ospitare tutta la fauna del bosco finché non spiova per poi lasciarla andare nuovamente libera, ma finisce invece per portarsela tutta a casa. Che poi, oltrettutto: non è che se li lasci nel bosco (che per inciso è il loro habitat naturale) sotto la pioggia gli animali si sciolgono, eh…

Ma non è questo il punto.

Ciò che in realtà mi chiedo è: riascoltando quel petulante fanciullo che reitera «Me lo prendi papà?», sono soltanto io quello a cui viene una gran voglia di rispondere con un sonoro e scenografico: “Col cacchio!!!”?

Perché a me fa un po’ specie questo papà che dice sempre di sì, senza nessun apparente discernimento, come se ogni richiesta del figlio, per quanto magari dettata da un’intenzione comprensibilmente commossa per quei teneri animaletti, non potesse lasciare spazio ad una risposta negativa, all’imposizione magari di un giusto limite, di un definitivo, motivato, divieto.

Non è per fare il “bastian contrario”, ma è che davanti alla figura di un padre dipinto come quello che dice sempre e solo sì alle richieste anche un po’ balzane dei suoi figli, a me sale un tantino il cimurro: un padre tutto misericordia e niente giustizia non fa affatto il bene del proprio figlio, poiché uno dei compiti precipui della figura paterna è insegnare alla prole anche il senso del limite, giacché non tutto ciò che è possibile fare è anche giusto farlo.

Sarò pure un po’ rigidone, magari, ma davanti all’immagine rappresentata in quella canzonetta non mi viene affatto da dire: “ma guarda che bravo papà”, perché ritengo invece doveroso per un padre esercitare con sapiente fermezza la propria naturale autorità e, nei casi in cui sia necessario, essere anche l’uomo dei «no».

Che se invece di andare a fare una gita in un bosco, padre e figlio fossero andati, chessò, a fare un safari cosa sarebbe successo?

“Oh, guarda, piove e quel povero leopardo è tutto intirizzito sul ramo di quell’albero, che pena mi fa…”

“Me lo prendi papà?”

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