Cronache

The walking dead

“Ci sono più morti che camminano nelle città dell’Occidente che sui marciapiedi di Calcutta”

(Madre Teresa di Calcutta)

Confesso una certa inclinazione per il genere horror sugli zombie.

Forse perché in filigrana mi sembra quasi di scrutare una metafora della società contemporanea: proprio come nella celebre serie televisiva citata nel titolo, anche il mondo odierno è conteso tra viventi e non-morti.

I primi sono in una minoranza oramai sempre più esigua, composta dai sopravvissuti alle epidemie del secolo: sono coloro che vivono ancora una relazione personale con il Dio della vita, coloro i quali, assumendo il Cristo Vivo, ancora resistono all’imperante cultura della morte, cercando di salvare il salvabile.

Poi ci sono gli zombie, che sono una maggioranza soverchiante: la massa di coloro i quali vivono secondo gli standard antiumani del mondo (quella mentalità abortiva, contraccettiva, eutanasica, bellicosa e sterilmente pansessualistica tanto propria di una civiltà moribonda), e che si omologano al culto del brutto declinato in ogni forma possibile di perversione, riducendosi a vivere senza vivere, lasciandosi muovere giusto dall’istinto, come gli animali, senza il senso di un’origine né di un destino.

Proprio come non-morti mangia-cervelli imperano attentando l’esistenza dei viventi ancora rimasti, i quali si ritrovano sempre più pressantemente assediati, sempre più diminuiti nel numero, sempre più spesso testimoni delle defezioni di chi si lascia mordere mortalmente dal secolo, e come tralcio staccatosi dalla Vite rinsecchisce e diventa buono solo per essere gettato nel fuoco.

Rimane però una differenza con l’epilogo da “olocausto dei morti-viventi”: grazie a Dio (letteralmente) c’é ancora una cura per guarire dalla zombificazione, e come nel film “Warm bodies”, l’antidoto è l’Amore, quello con la maiuscola però.

Quello che ancora oggi, in questo mondo di cadaveri ambulanti, si ostina a farsi carne e sangue, a dare la vita affinché i morti possano risuscitare.

Ed io lo so per certo: perché ero uno di loro.

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