Vita

Giochi di morte

Per via della sua disabilità, accompagno il mio figlio maggiore due volte alla settimana a fisioterapia presso il centro Don Gnocchi della nostra città, e quando esce, se c’é un po’ di tempo e lui è stato bravo, lo porto in un noto superstore di giocattoli che si trova nelle vicinanze dell’ospedale; senza comprare nulla, così: tanto per rifarci gli occhi.

Ciò che ultimamente ho notato, visitando questo piccolo paese dei balocchi, è come esso rispecchi le mode e le tendenze della società declinate al mondo dei bambini. E girando per gli scaffali si trovano tra i classici giochi, alcuni esemplari davvero sconcertanti, che, a giudicare dallo spazio loro dedicato e dal ritmo con cui sono riordinati, sembrano davvero gettonati.

Tra le bambole, ad esempio, spiccano le ormai celebri Monster High, una versione orrorifica della Barbie, con un fisico da anoressica, un macabro make-up halloweeniano ed un mucchio di accessori in tema.

Tra i pupazzi occhieggia rumoroso l’Ugglys, un cagnetto di silicone con le fattezze di un bull terrier provvisto di moccio al naso e bava verde intorno alla bocca, che ha la simpatica caratteristica di emettere rutti e sonore flatulenze.

Per i maschietti sono previsti soldatini e macchinine di dubbio gusto: si chiamano Trash-Pack e sono squadre di piccoli modellini antropomorfi raffiguranti ciascuno un diverso tipo di spazzatura, che si muovono su mezzi di trasporto del tutto simili a quelli della nettezza urbana, provvisti persino di bidoni e cassonetti.

Insieme ai giochi di società, esposti in primo piano, si trovano spiritose amenità come Mister Ficcanaso, un boardgame nel quale i partecipanti devono estrarre filamenti di muco molliccio dal naso di un grosso capoccione di plastica fino a quando, letteralmente, a questo non salta il cervello fuori dal cranio. Ma non mancano nemmeno i giochi da tavolo a scopo educativo, come ad esempio l’ormai non più nuovissimo Fido Pupù, altro boardgame nel quale bisogna nutrire un pupazzo a forma di cane bassotto al fine di farlo defecare, così da poterne raccogliere gli escrementi.

Ma la deriva del becero non si ferma qui, perché anche tra i libri per bambini ci sono esemplari davvero grotteschi: oltre ai noti libercoli di orientamento “gender” che propinano storie di figli di due papà, ci sono anche quelli che aiutano ad accogliere un fratellino o sorellina in arrivo, e che però sfogliandolo si scopre la totale assenza della figura paterna, sostituita da un non meglio specificato “nonno”, per finire poi con il campione dei “pop-up” (anzi, dei “plop-up”, come recita la copertina) dal titolo emblematico “Chi me l’ha fatta in testa?”, che tratta esaustivamente di deiezioni d’animali di varie specie.

Infine anche il settore moda per bambine non è immune: accanto ai mille accessori di Violetta troneggiano borsette, sciarpe e completini sui quali fanno da protagonisti teschi di paillettes ed ossa di lustrini.

È osservando questo variegato parco d’immondizie che mi risulta impossibile non constatare, a questo punto, quanto la cultura della morte ormai permei ogni ambito della società contemporanea, assediando strettamente anche il mondo dell’infanzia con le sue icone del brutto e dell’indegno assunte a valori educativi e propagandate dai media come modelli sullo stampo dei quali farsi immagine.

Confesso che tutto ciò mi inquieta, anche al pensiero di come per primi i genitori non si assumano il doveroso compito di fare da filtro a tale degenerazione del gusto, ma anzi, assecondino le richieste dei loro figli senza censura, senza nemmeno interrogarsi sul valore di ciò a cui lasciano accostare i loro bambini. Quando invece magari sono quegli stessi genitori attentissimi, fino alle soglie del maniacale, per gli alimenti con cui nutrono la loro prole.

Ebbene i giochi sono nutrimento per la mente del bambino, sono gli strumenti con cui egli impara ad interfacciarsi col mondo, ma ciò non sembra importare molto a quegli adulti. Quelli stessi a cui, se fai notare la sottile contraddizione insita nella propaganda delle figurine dei Cucciolotti (acquistando le quali si contribuisce a sfamare cani e gatti, quando invece ci sono le persone che muoiono di malnutrizione), vieni subito tacciato d’essere bigotto o, ancora peggio, di non amare gli animali.

Così si continua a lasciar prosperare impunemente questa cultura mortifera che da una parte parifica l’uomo all’animale, se non addirittura lo postpone, e dall’altra esalta il gusto dell’orrido e del decadimento, e conculcando la quale poi si giunge alla totale svalutazione della persona e s’insinua nella coscienza comune la tensione all’auto-annichilimento.

Evidentemente l’attuale devastazione culturale ammorba ormai anche l’età dell’innocenza, in un’operazione che sa tanto di marketing dell’entropia: si assedia l’uomo fin dall’infanzia con standard lugubri e malsani, in un gioco al ribasso che disprezza il bello ed il vero ed esalta il mortifero in ogni sua desinenza. In tal modo però si giunge poi a crescere una società che difende a spada tratta i cuccioli di foca, ma programma a tavolino genocidi fin dal grembo materno, poiché vede l’uomo non più come vertice di una Creazione bella e buona, bensì come una malattia che affligge un pianeta assurto ad idolo.

Sta allora a noi genitori aprire gli occhi e contrastare questa cultura della morte con il nostro discernimento, proteggendo i nostri figli anche con una salutare censura, una fiera e ragionata opposizione a tutto ciò che può danneggiarne il sano sviluppo, mentale e spirituale.

Perché la difesa dei soggetti più deboli passa anche da qui: dall’educazione dei più piccoli ad una cultura della vita e della bellezza, quella vera.

Ecco perché a schifosi mostriciattoli e truculenti animaloidi preferisco allora per i miei figli principesse e supereroi (oltre all’intramontabile Lego).

Le prime perché fungano da standard di bellezza e nobiltà, cosicché la mia bambina aspiri al grande amore e sia stimolata a comportarsi da signora, ché da principessa cresca poi regina, sul modello dell’unica vera Regina del Cielo e della terra.

Mentre i secondi perché educhino i miei maschietti al superamento dei propri limiti e delle proprie debolezze nel perseguimento del buono e del giusto, stimolandoli ad aspirare al trionfo del bene sul male, anche attraverso l’abnegazione, e a farsi superuomini sull’immagine dell’unico vero supereroe: che è Gesù.

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