Fede

La Chiesa (in)contro

Ormai manca poco, tanto poco all’avvento di questo malfamato mese di ottobre.

Ma nonostante con il cuore e la ragione io cerchi di ristorare l’anima mia alla speranza, confesso (anche con un po’ di vergogna) il mio sguardo cupo ed apprensivo a quell’evento che si profilerà a breve, a quella inaspettata convocazione di menti che sarà chiamata a dibattere su temi tanto cari e tanto delicati.

E pur non riuscendo ad acquietare quell’interrogativo che mi rode dentro sul perché sia stato deciso di mettere in discussione tali questioni, ribadisco con determinazione a me stesso quell’atteggiamento propositivo che è tipico del cristianesimo e che solo può opporsi con efficacia alle malevoli correnti del disfattismo che possiedono il tempo presente.

Perché vorrei solo ricordare (forse e prima di tutto a me stesso), che quella Cattolica non è la Chiesa dei “no”, ma al contrario è quella comunità (anche gerarchica, ma non solo) che trasmette la fede del “sì”.

Il cristiano, infatti, non è mai chiamato a porsi principalmente “contro”, bensì è mandato in primo luogo a pro-porsi, nel senso letterale del termine, a schierarsi favorevolmente, ad annunciare un’Avvenimento che è tutto positivo, a ricondurre ad una Persona che incarna Dio nel Suo “Essere per” l’amata creatura.

Ok, ok: Gesù è anche pietra d’inciampo, è anche “scandalo”, “giudizio”, “condanna”, è (per Sua stessa ammissione) portatore di spada e non di pace.

Tutto vero, ma il Suo essere segno di contraddizione è solo come conseguenza del rifiuto ad accogliere la Sua Parola perché coloro a cui Dio si propone abbiano la vita e non periscano in eterno.

Il Dio rivelato da Gesù, contrariamente a ciò che molti pensano, non è il Dio dei divieti, bensì è il Dio delle proposte positive: è quel Dio che nel Suo Decalogo non elenca imperativi comandi, ma paterne raccomandazioni, le quali sono tutte volte ad indicare la Via perché l’uomo viva, e viva felice.

È lo stesso Dio che in quella famigerata lista mette al terzo posto, in ordine di importanza, il gaudente ammonimento a “festeggiare”, a godere il bello dell’esistenza insieme a Lui, almeno una volta ogni sette giorni!

La fede cristiana si fonda tutta sulla proposta all’uomo di entrare (e rimanere) in comunione con Dio al fine di goderne la divina condizione: di essere davvero divinizzato per partecipazione, anziché illudersi di potersi fare dio per arroganza.

E se si va a guardare con il lentino da orefice la storia della Redenzione, si nota come la volontà di Dio per l’uomo sia inanellata su una crescente proposizione positiva, una continua ricerca di accoglienza che s’incardina ultimamente su tutti quei “sì” che ne hanno permesso l’attuazione: quello di Maria all’Annunciazione, quello di Giuseppe alla onirica proposta dell’arcangelo Gabriele, quello dello scandalizzato Giovanni Battista sulle rive del Giordano al penitente cugino che lo rimbrotta, quello di ciascuno degli Apostoli (compreso chi poi l’ha tradito), quello infine (ma non per finire) del Cristo patente, quel “Sì” decisivo che stringe nel suo abbraccio salvifico ogni istante che va dalla sera del Giovedì Santo fino al mattino della prima Domenica.

E parimenti al suo Cristo Capo, la Chiesa Suo Corpo è chiamata a tradurre nei secoli il suo “sì” all’uomo, a porsi sempre positivamente verso di esso, anche (e forse con maggior forza) in quei tempi in cui sembra imperare il potere del principe di questo mondo.

È bene ricordare, infatti, come la Chiesa (ed il discepolo) di ogni tempo non sia e non debba essere, sull’esempio del suo Maestro, “contro”, ma (anche con una sorta di pregiudizio) “a favore”.

Perciò il cristiano, e la Chiesa tutta in primis, non è principalmente contro il divorzio, bensì è a favore dell’indissolubilità del matrimonio e della fedeltà coniugale; non è innanzitutto contro la contraccezione, l’aborto o l’eutanasia, bensì a favore della promozione e della custodia della vita in tutti i suoi stadi; non è contro la guerra, ma a favore della pace, l’unica vera e realmente possibile, quella che viene da Dio.

La radice dell’uomo corrotta dal peccato originale, lo porta a dimenticare questo atteggiamento ontologico di Dio e così si finisce tutti come il Battista ad auspicare un giudizio tremendo contro chi è pur nell’errore, minacciando eradicamenti contro chi non condivide la propria visione (magari anche buona) di una Verità, la quale però si manifesta sempre ed anzitutto come Misericordia, prima che come (e comunque inevitabile) Giustizia.

In tal modo però si corre il rischio di calcificare il proprio pensiero in un atteggiamento che non è quello divino, ma tutto e bellicosamente solo umano: per poi rimanere scandalizzati quando quel Dio che si è frainteso rivela il Suo volto mischiandosi con i peccatori, condividendo il desco con i pubblicani, mostrandosi indulgente verso le adultere e le prostitute, lasciandosi ultimamente assimilare ai malfattori per morire come i maledetti.

Ciò non toglie, in conclusione, che quei “sì” che la Chiesa (ed ogni cristiano) è chiamata a trasmettere nei secoli non le consentano (anche solo nella prassi) di scendere a compromessi a discapito della Verità: sia cristallino questo. Poiché se è vero, come è vero, che quella cristiana è la fede dei “pro”, questo non significa affatto che chi si oppone alla Verità Rivelata che essa propone per mandato non si metta da solo “contro”, giudicandosi da sé stesso e, se si ostina nel rifiuto, autocondannandosi all’esclusione.

Il Cristo è stato limpido nel tracciare la Via con l’esempio: nel patimento della crocifissione non ha pronunciato un solo fiato “contro” il ladrone che lo motteggiava, anzi ha “pro-messo” il Paradiso a quello che ne ha difeso la Sua vera Regalità, ma non ci si illuda che l’altro, pur mancando un esplicito giudizio, per la sua ostinazione nel rifiuto ad accogliere la proposta di salvezza, non si sia autoescluso da essa, pronunciando da se stesso la propria condanna.

Per questo, nell’imminenza di un sinodo che riunirà a breve eminenti rappresentanti di quella Chiesa depositaria del dovere di tradurre nel tempo e nello spazio il “sì” di Dio all’uomo, ci si auspica che la Verità della divina “proposta” venga ribadita ancora una volta, e con adamantina chiarezza, così che sia d’opportunità, per coloro che si porranno in “contraddizione” ad Essa, di riconvertire il proprio cuore.

Solo questo ci tenevo a ricordare (forse e prima di tutto a me stesso), quasi come un’accorata preghiera: perché chi ha orecchie per intendere, intenda.

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