Vita

Volere è potere

Curioso come quest’epoca travagliata a cavallo del terzo millennio paia essere contraddistinta da una manciata di parole chiave che ne definiscono le linee guida, almeno dal punto di vista storico.

Penso ad esempio a termini come “libertà”, oppure “controllo” o a motti tipo quello enunciato nel titolo.

D’accordo, non è una novità: la storia umana è stata accompagnata fin dalle origini da un leitmotiv inanellato su questi concetti, ma l’uomo moderno, ed in particolare quello contemporaneo, ha davvero tentato di edificare, almeno qui in occidente, una nuova civiltà basandosi sull’estremizzazione adulterata di tali concetti.

In nome della libertà si sono fatte guerre da sempre, ma negli ultimi secoli il senso di questo ideale è mutato in uno pseudovalore sempre più spesso individuabile con la presunta capacità dell’uomo di autodeterminarsi.

In maniera inversamente proporzionale al senso religioso, infatti, il pensiero moderno ha coagulato attorno al principio di libertà quello di volontà, amalgamandoli sul presupposto che la tecnica sempre più raffinata consenta davvero la possibilità di controllare in maniera assoluta la realtà, dando così alla luce l’idea nuova che libertà significa essere/fare ciò che si vuole, e ciò pare ultimamente possibile proprio grazie al progresso tecnologico, che davvero sembra confermare all’uomo che: “volere è potere”.

Ma tale concetto è condivisibile fino al momento in cui non ci si scontra con la realtà delle cose, poiché diciamocelo chiaramente: la libertà, almeno intesa in questo senso, non esiste.

Esiste invece, per l’uomo contemporaneo, l’illusione di essere libero di essere/fare ciò che vuole, ma non è così, e la sapienza antica (oggigiorno relegata a quell’inviso ambito di fede che si vorrebbe tanto fosse privato o addirittura non essere affatto), ne era ben consapevole.

Si può forse sostenere che l’uomo sia in grado di esprimere in senso assoluto la propria volontà liberamente?
Chessò: è esso libero di volare? Di restare in salute? Di vivere in eterno?

In senso relativo, allora: è davvero libero l’uomo?
No. Poiché tutta l’ambizione ad autoprogettarsi, pur sorretta dall’illusione di avere il controllo delle circostanze che crediamo ci appartengano, crolla miseramente davanti al confronto con quella realtà ontologica all’uomo: l’essere creatura e non Creatore.

Perciò non può essere condivisibile l’accezione contemporanea data alla libertà: quella declinazione annacquata dall’ideologia racchiusa nel settecentesco slogan d’origine romanza che blandiva le coscienze con l’unificazione laica del genere umano al grido rivoluzionario di: “Liberté, Égalité, Fraternité”.

È infatti demagogia affermare di essere fratelli se contemporaneamente si nega una comune figliolanza ad un solo Padre.

Ed anche l’uguaglianza di fronte alla legge sfuma nell’utopia, se la legge è solo quella scritta dall’uomo nei suoi codici, i quali vengono riveduti di tanto in tanto a seconda del mutamento dei tempi fino a disconoscere apertamente la stessa legge naturale.

Oggi ad esempio la cultura dominante è quella che vuole gli uomini tutti uguali al punto da cancellare persino l’identità di genere (quello originale distinto in maschio e femmina, non la pastoia artificiosa del pansessualismo).

Ecco che allora il concetto d’uguaglianza si squaglia nel principio ideologico di uniformità, la quale esodando dal riconoscimento della pari dignità per tutti gli uomini davanti a Dio, tende a formattare il genere umano secondo standard militari, che disprezzando la ricchezza delle differenze sopprime ogni diversità sotto la pressa del pensiero unico dominante.

Tutto il contrario di quell’uguaglianza intesa dall’azione divina, che, come viene lucidamente descritta nell’istantanea evangelica della Pentecoste, porta unità senza soffocare le differenze.

Parimenti è per il principio di libertà; questo concetto oggi tanto manipolato e che la stessa “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” redatta nel 1975 definiva consistere: «nel potere di fare ciò che non nuoce ai diritti altrui».

Già: ma chi stabilisce il confine dell’altrui diritto? L’uomo stesso?

Ecco perché oggi la libertà di scelta di una madre ha più potere del diritto di vivere del figlio che ella porta in grembo.

Un esempio, questo, tra i tanti che si potrebbero fare pescando a piene mani tra i codici del relativismo e del politicamente corretto che innervano la civiltà occidentale contemporanea.

È “l’erba voglio” dei bambini data in mano agli adulti: il senso del potere legato unicamente alla volontà, con l’illusione che basti la tecnica ad emancipare l’uomo dalla sua natura creaturale per farlo creatore di se stesso.

È l’orgoglio luciferino dell’autodeterminazione cieca. Superbia obnubilata e dimentica che l’uomo è ben poca cosa, poiché per sua natura finito, e come tale ha una sola, vera, libertà: quella di scegliere se servire Dio o mammona, il primo in una relazione filiale vivificante oppure il secondo nella schiavitù mortifera del peccato.

Non esiste un’alternativa a questa biforcazione: per quanto l’uomo contemporaneo si illuda di avere il controllo della propria vita, persistere nell’indifferenza a tale verità è cedere all’inganno satanico che si perpetua, inoculando, di generazione in generazione e con malizia ancor più virulenta oggi, quel medesimo veleno che ferì la natura dell’umano in età ancestrali.

Così l’uomo si ritrova in questi ultimi tempi, ancora una volta e con maggior frequenza, davanti a quella medesima scelta cui si trovò di fronte israele quando il Dio incarnato lasciò che il potere dell’uomo lo giudicasse: Gesù o Barabba? Dio o Cesare?

Ed il rischio è ancora quello di decidersi per l’anatema: “Non abbiamo altro re che Cesare”.

Tale possibilità è più che mai attuale, sia a livello personale che universale, e manifesta una volta di più, semmai ce ne fosse bisogno, di come il Signore non lo si possa semplicemente rifiutare, ma per forza di cose alla fine lo si baratti con qualcos’altro: se infatti si rifiuta la potestà di Dio è soltanto per finire sottomessi al dominio di qualcun altro.

Questo perché, lo abbiamo già detto, l’uomo nasce creatura e come tale è ontologicamente sottoposta all’adorazione di un Altro da sé, del quale sente la presenza nella fame di Assoluto che lo anima intimamente e che lo strugge per tutta la vita terrena.

Egli ha la possibilità di scegliere il padrone cui servire, sia esso “mammona”, l’idolo terreno, il falso dio dietro il quale vi è sempre la schiavitù a satana, oppure il Signore, l’unico e vero Dio, il quale domina servendo e regna amando.

E la rivelazione di Dio in Cristo rende definitivamente nota all’uomo questa atavica dicotomia, donandogli la libertà di decidersi per l’Uno o per l’altro, nella consapevolezza che, come nell’episodio evangelico, se si rifiuta Gesù è solo per accogliere Cesare.

Tale è la manifestazione di quella verità che ci rende realmente liberi: l’anima dell’uomo, e di conseguenza tutto il Creato con essa, è oggetto di contesa tra le forze del bene, che ne rivendicano a Dio l’origine ed il termine ultimo, e quelle del male, che invece si oppongono al destino di salvezza predisposto per l’umanità tutta.

Ecco che conoscere per certo l’esistenza delle realtà invisibili che ci circondano, che permeano la realtà visibile e che ne influenzano il corso con la loro azione, permette all’uomo di poter esprimere la propria volontà a favore del Dio d’Amore o dell’angelo ribelle, e tale conoscenza, invero, è reale libertà di scelta.

E quale libertà è concessa all’uomo se con ogni singola espressione della propria volontà può decidere di lasciare spazio nella sua vita all’azione di Dio o a quella del principe di questo mondo.

Tra l’altro è questo il motivo per il quale satana, prima di tutto, cerca di nascondere la sua esistenza all’uomo: per poter agire indisturbato a danno di anime che nemmeno sospettano la sua azione tentatrice.

Medesimo motivo per cui invece la Regina del Cielo, massima oppositrice del maligno tra tutte le creature, stana il serpente dal suo nascondiglio per palesarne la presenza al mondo, generazione dopo generazione: perché i suoi figli si risveglino dal sonno della coscienza e riprendano con vigore il combattimento spirituale che attende ogni uomo fino al termine della sua vita.

La comprensione che questo sia l’unico senso profondo nel quale possa decidersi la libertà dell’uomo, lo conduce alla piena coscienza di se stesso e della realtà che lo circonda, ma soprattutto del destino che lo attende per l’eternità.

Una prospettiva davvero liberante, secondo la quale il credente, finalmente capace di vivere appieno la propria creaturalità come figliolanza a un Dio che è Amore, viene chiamato a vivere ogni circostanza del suo presente con la precisa consapevolezza che il suo destino è la salvezza della sua anima, e porre perciò in Dio ogni suo intento secondo questo fine.

Egli allora si troverà a vivere la realtà mistica del quotidiano in un’ottica escatologica che lo coinvolgerà in quella battaglia continua contro il male in tutte le sue forme attraverso i mezzi dello spirito e della carne, con la preghiera e la carità, sacramentalmente sorretto e tenendo il proprio cuore fisso in Cristo nella certezza della vittoria finale, che Egli ha già compiuto, ma a cui il discepolo è chiamato ogni istante a contribuire con la sua partecipazione libera, consapevole e volontaria, poiché è solo allontanandosi da Dio che si concede potere all’avversario.

È una lotta continua, ne convengo, ma è nell’immanente che si nasconde il senso escatologico della vita: ogni istante siamo interpellati a scegliere il nostro destino eterno, diventandone, in questo senso sì, gli artefici. Esprimendo la nostra libera volontà nel farci prefigurazione, già in terra, di chi saremo poi, una volta dipartiti da questo mondo; allenandoci ora, ed ogni giorno, in vista di quell’ultima gara, per dirla con l’apostolo di Tarso, il cui traguardo sarà quello decisivo, cosicché non lo si fallisca.

Prestiamo orecchio allora a colei che maternamente, proprio da due secoli a questa parte con crescente insistenza, ci invita a formarci nella supplica a quell’unico Padre di cui siamo stati fatti immagine nella nostra assoluta libertà di figli e perseveriamo nell’orazione a Dio, poiché, parafrasando Léon Bloy: ogni preghiera non detta è un’occasione concessa al Nemico.

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