Fede

È venerdì

Due giorni alla settimana accompagno mio figlio all’Istituto Don Gnocchi della mia città, dove egli frequenta le sue consuete sedute di fisioterapia.

In quei cinquanta minuti in cui lo aspetto, di solito ne approfitto per sgranare un Rosario, seduto piuttosto in disparte, oppure passeggiando per gli ampi corridoi dello stabile o, se è bel tempo, percorrendo il perimetro esterno dell’istituto.

In questi frangenti d’attesa mi ritrovo immerso in una realtà parallela rispetto al mondo esterno, un sorta di città nella città, dove brulica un andirivieni di persone affette dalle più disparate menomazioni, ed incrociando di continuo gli sguardi aperti e sorridenti degli utenti e le espressioni serene ed allegre dei loro accompagnatori, constato piacevolmente stupito come proprio non mi sia possibile eludere l’interlocuzione che sempre mi coglie sul senso profondo della sofferenza dell’uomo.

Non appena affido il mio bambino alla sua fisioterapista, mi ritrovo a guardarmi intorno ed il pensiero mi corre subitaneo ed immediato a Lourdes, poiché anche qui, come in quel luogo ultraterreno, il paradosso del Regno trova il suo più esatto compimento e la logica mondana viene ribaltata: in ogni spazio, infatti, sono i relitti dell’umanità che regnano ed i forti li servono con dedizione.

È alla vista di questo miracolo inatteso che si perpetua ogni giorno tra le mura di questo come di tanti altri istituti, che mi si dimostra agli occhi ancora una volta quel segreto manifestato dal Crocifisso: il Mistero di una Redenzione che nella divinità incarnata e patente eleva la miseria dell’uomo nella trasfigurazione del Risorto.

Ad ogni sguardo che incrocio con uno di quei “lieti sofferenti”, infatti, una consapevolezza si rassoda nel mio cuore: ad essi il mondo, in Cristo, deve la sua redenzione.

Già: poiché è la sofferenza degli innocenti la più simile a quella del Salvatore, ed ecco anche perché il dolore dei bambini è il più prezioso e potente, in quanto più simile al patimento dell’Innocente assìso sul legno, ed in Lui, corredimente l’umanità. Se infatti il colpevole contrae un debito nei confronti della giustizia divina, l’innocente che soffre paga per colpe che non ha commesso, e quindi acquista un credito, che se offerto a Dio con cuore puro, è in grado di scontare la colpa del peccatore.

Osservando quindi questa comunità di uomini, donne e tanti, tanti bambini, la cui corporeità è avvilita dalle più diverse afflizioni, percorrere gaudente gli spazi attorno a me, comprendo come siano essi a reggere le sorti del mondo: nella partita doppia della salvezza, infatti, ognuno di essi è una voce in “avere” e la sofferenza perpetua che essi portano nella loro carne va a pareggiare le colpe di quelli che si credono “forti” e scontano le pene di coloro che si illudono di essere i “sani”.

Ma questa realtà rimane nascosta agli occhi dei più, e la gente “normale” non vede nessuna salvezza nella sofferenza, la quale ancora resta, di generazione in generazione: “scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani” (1 Cor 1,23). Anzi, allorquando l’uomo più si allontana da Dio, più ritorna in auge quella mentalità goliardica ed antiumana che ricolma di corpi ritenuti difettosi le pendici di quella “rupe Tarpea” che ricorre ed accompagna la storia dell’uomo.

Così i malati vengono sterminati fin dal grembo materno od estinti in anticipo rispetto alla loro naturale dipartita, quando arbitrariamente ritenuti non più dignitosamente vivi.

Così l’umanità superba rimane cieca a quel Mistero che invece vuole i deboli corredentori in Cristo ed in tal modo il mondo relega nell’oblìo i più magnifici fautori della sua storia, laddove invece innalza sugli altari della memoria quei cosiddetti “grandi” che nella logica del Regno verranno ridimensionati poi tra i più piccolini.

Questa è la realtà che in quei due giorni alla settimana mi si squaderna innanzi e che mi commuove per la sua trascendente bellezza tanto da diluire il mio Rosario con sentimenti di gratitudine piena a Dio per la Sua grandezza e all’umanità sanante nascosta in quei malati che m’attorniano, facendo della mia indegna orazione una vera Eucaristia.

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