Storie

Species Theory

Le mie figlie avevano un coniglio.

Un piccolo cucciolo maschio, dal pelo batuffoloso e di colore bianco, come la neve.

A Sant’Ambrogio, infatti, le ho portate alla fiera degli “obej-obej” ed alla bancarella del venditore di animali mi hanno stretto d’assedio in maniera tale che alla fine non ho potuto che accontentarle e, come canta quel capelluto violinista: per due soldi, il coniglietto comprai.

Prima volta in assoluto che ho acconsentito ad avere un animale in casa, ed anche l’ultima, aggiungo, e vi spiego il perché.

In un primo tempo è andata bene: le bimbe erano tutte contente del loro cucciolo, se ne occupavano con responsabilità ed il piccolo coniglietto cresceva bene, felice come una Pasqua.

Fino a quando una sera, dopo aver confabulato fittamente tra loro, le mie due figlie sono venute a dirmi che si erano stancate di avere un coniglio come animale domestico, poiché, mi hanno spiegato con dovizia compunta, loro in realtà avrebbero voluto un gatto.

In retrospettiva ammetto che forse in quel momento ho sbagliato io: il fatto è che stavo guardando il derby e un po’ superficialmente ho risposto loro che non era un grosso problema, visto che per quanto ne sapevo io, gatto o coniglio, se cucinati bene, non riesci a distinguerli.

Ma si sa come sono i bambini: mi hanno preso alla lettera, e da quella sera hanno iniziato a trattare il coniglio come se fosse un gatto, anzi, per la precisione, una gattina.

Gli hanno cambiato il nome da Tamburino a Minù, gli hanno allacciato un vistoso fiocco rosa al collo, gli hanno insegnato a rincorrere un topolino meccanico, l’hanno costretto a fare i suoi bisognini in una scatola piena di sabbia e gli hanno cambiato la dieta: basta carote, solo pesce, latte e croccantini.

Lo dico con malcelato orgoglio paterno: sono state davvero brave. Poiché ad un certo punto anche il coniglio si è calato tanto nella parte della gattina che ha iniziato a giocare con i gomitoli di lana, a rifarsi le unghie sul bracciolo della poltrona, a strusciarsi contro le gambe di ogni visitatore che entrasse in casa. Ha persino imparato ad arruffare il pelo e a fare le fusa.

Le cose sono andate avanti così per un bel po’, e tutti sembravano contenti, perciò ho lasciato che fosse.

Poi però è successo un fatto.

Una sera Minù ha deciso che era pronto per un salto di qualità nell’interpretazione del suo ruolo: ha deciso di avere l’estro.
È uscito sul balcone, è saltato sulla ringhiera e, stando in equilibrio perfetto sulla balaustra, ha iniziato a zigare forte il suo richiamo d’amore.

È stato tanto convincente che ad un certo punto è arrivato un grosso gattone randagio, dal pelo scarmigliato ed orbo da un occhio, il quale, dopo aver girato un paio di volte attorno a quella strana gatta in calore, ha evidentemente deciso che poco gli importava che avesse le orecchie così lunghe: gli ha stretto la collottola tra le mascelle immobilizzandolo e l’ha preso da dietro con decisione. Più volte.
Quindi, finito di fare il suo comodo, con fare sollazzato s’è defilato nella notte.

La mia impressione è che a Minù non sia piaciuta molto quell’esperienza, poiché da quel momento in poi ha iniziato ad entrare in una specie di depressione: se ne stava acquattato tutto il tempo nella sua cassettina, senza bere né mangiare, fino a quando, vedendolo davvero deperito, ho deciso di portarlo dal veterinario.

Dopo averlo visitato a lungo, e dopo che gli ho spiegato come sono andate le cose, il medico mi ha detto che l’animale non si sarebbe più ripreso, e tanto valeva sopprimerlo, per evitare che soffrisse ulteriormente, visto che si sarebbe lasciato comunque morire.

Mi ha spiegato infatti che un coniglio, per giunta maschio, non può essere allevato come se fosse una gatta, perché esiste un dato naturale che non si può sopprimere, e che se ignorato causa scompensi gravissimi alla vittima di tale sopruso, tanto da renderla mortalmente infelice.

Un po’ perplesso gli ho chiesto che fine facevano allora tutti quei discorsi sul fatto che non importa di che specie nasci, ma quello che conta è di che specie scegli di essere.

“Balle!”, mi ha risposto mentre iniettava la dose letale al mio coniglio.

Sarà.

Comunque l’anno prossimo a Sant’Ambrogio le mie figlie le porto al cinema.

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