Paternità

Oppure no?

Liberamente tratto da “Nel nome del Padre”

Oggi pomeriggio vado a Messa col duenne, il quale, naturalmente, non sta fermo un attimo, e perciò ci posizioniamo nelle panche in fondo, ben oltre la distanza di sicurezza dalle vecchiette delle prime file (le quali per un’inspiegabile legge di natura son tutte sorde, eppure sentono ogni minimo miagolio di bimbo a chilometri di distanza).

Fattostà che il pargolo inizia ad arrampicarsi sull’inginocchiatoio, tentando l’equilibrismo per raggiungere l’immancabile targhetta dello sponsor della panca.

Io sono in piedi, cercando di partecipare come meglio riesco alla sequenza liturgica, ma vedendo l’acrobazia dell’erede capisco che è solo una questione di tempo, dopodiché si sbilancerà rovinando a terra, e vedo già scorrermi davanti agli occhi la scena: per una a caso delle leggi di Murphy centrerà sicuramente qualche spigolo con la tempia, aprendosi la testa come un melone maturo e sparpagliando avanzi di cervello su tutto il pavimento della chiesa.

Il primo istinto, allora, è ovviamente quello di piombargli addosso e rapirlo nel mio abbraccio sicuro, incurante del suo divincolarsi, e rassegnarmi a non seguire più la celebrazione per via dell’anguilletta trattenuta addosso.

Poi però mi trattengo ed affidando il mio bimbo al suo angelo custode (che si guadagni anche lui la pagnotta), rimango a guardarlo, osservandone le movenze sempre più incerte, fino a quando, come da copione, perde l’equilibrio e rovina al suolo.

A quel punto soccorro il mio bambino (che in quanto di gomma, non s’é fatto nulla) e intanto penso tra me e me come anche Dio talvolta si trattenga dall’intervenire nelle vite dei suoi figli per lasciare che questi sperimentino anche l’inevitabile fallimento, poiché persino una prevedibile caduta può trasformarsi in un’opportunità di crescita. Oppure no?

Tornato a casa, trovo il grande che sta finendo i compiti.

Getto un’occhiata al tavolo sul quale sta lavorando e fingo di non vedere il disordine con cui pare aver accuratamente apparecchiato ogni superficie disponibile.

Con le viscere attorcigliate passo oltre, solo per inciampare in un tappo di pennarello.

A quel punto non riesco più a fare finta di nulla, è più forte di me la necessità di rimettere il cappuccio addosso al relativo pennarello, e resistendo in silenzio rovisto tra i vari colori annotando mentalmente che più d’uno è senza tappo e molti sono ormai asciutti.

Allora interpello il pargolo sulla negligenza con cui tratta le cose di scuola, quindi, dopo una breve reprimenda, raccolgo con un gesto plateale i pennarelli scarichi e li getto nella pattumiera davanti al suo sguardo contrito.

Ci guardiamo e intuisco cosa egli stia pensando: attende che rimpiazzi i colori esauriti con dei pennarelli nuovi.

Ma non sarà così (almeno non per qualche giorno), e mentre gli faccio segno di sbaraccare il tavolo lo avviso che i pennarelli secchi non verranno sostituiti fino a quando non mi dimostrerà di aver più cura della sua roba.

Perché anche il Padre talvolta lascia che l’uomo s’affossi nella crisi ch’egli stesso s’è procurato, affinché s’asciughi all’essenziale, e lo richiama in tal modo alle proprie responsabilità nel ricentrarsi a ciò che davvero conta. Oppure no?

Mentre poi il grande aiuta mia moglie ad apparecchiare la tavola, io provvedo a preparare l’ultima arrivata per la poppata, una frugoletta di nemmeno un mese e mezzo di vita che però già dimostra un certo caratterino.

La prendo in braccio e la adagio sul fasciatoio accingendomi a cambiarla, e lei, da tranquilla che era, inizia a frignare e a divincolarsi scoordinatamente.

Lei non lo sa, ma io la capisco: perché comprendo bene come le sembrasse di star così comoda nel calduccio dei suoi liquami; cambiandola, invece, io la disturbo: la spoglio, la smanaccio, la detergo e l’asciugo, e lei si sente scomodata e si ribella.

Io soprassiedo, poiché so che una volta pulita e con indosso il pannolino nuovo, starà meglio, ma non posso esimermi dal notare come anche l’uomo sia così: nella sua natura ferita dal peccato originale è istintivamente recalcitrante ad accogliere nella sua vita la volontà del Padre, tanto che preferirebbe rimanere nei liquami del suo peccato fingendo di starvi bene, piuttosto che lasciarsi scomodare dalle circostanze misteriose della vita.

Ma se solo si affidasse con abbandono filiale alla volontà divina sperimenterebbe quanto prima la Sua amorosa provvidenza e ne renderebbe grazie. Oppure no?

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