Fede

Chi ha paura della morte?

Circa con una cadenza settimanale riesco a farmi un giro al cimitero Maggiore, qui a Milano (vado a trovare i miei tre bambini, anche solo per un saluto ed una preghiera veloce), ed ogni volta rimango affascinato da quel paesaggio immerso nella pace e nel silenzio, dominato dai monumenti tombali e dalle lapidi dei numerosissimi sepolcri, poiché mi rendo conto di come essi siano testimoni della nostra storia, di come raccontino le nostre radici, di come narrino ai vivi l’ostinata esistenza del passato di una società ormai più che liquida, davvero liquefatta, in cui si disprezza la perduranza ad esaltazione dell’evanescente, e che cerca con metodo scientifico di relegare il Vero nell’oblìo.

Ma le tombe, coi loro crocifissi, le loro epigrafi, persino il loro precipuo stile artistico, fanno memoria di ciò che siamo stati, dei valori in cui abbiamo creduto, di come il tempo presente sia, a dispetto di ogni apparenza, comunque figlio di un solido retaggio.

Eredità, questa, ricca di una definitiva risposta a quell’atavica domanda di senso così intimamente iscritta nell’animo umano, ed oggi volontariamente disconosciuta dalla cultura contemporanea nel caparbio tentativo di eclissare Dio.

Ecco che però, togliendo il Signore della Vita dall’orizzonte umano, rimane un’unica realtà ineluttabile davanti allo sguardo: che siamo tutti malati terminali, e la probabilità per ciascuno di estinguersi dopo un certo numero di anni di inevitabile degenerazione fisica è pericolosamente prossima al cento percento.

Questa è quella verità che ha terrorizzato l’uomo fin da epoche immemori, e che ritorna ferocemente attuale in questo tempo dimentico di quel senso proprio al dolore, alla malattia ed alla morte finalmente messo in chiaro dalla rivelazione cristiana, senza la quale questi mali rimangono un enigma insolubile.

Un mistero che oggigiorno viene affrontato con strategie opposte e contrarie, ma tutte illusorie ed inefficaci: da una parte si tenta di esorcizzare la sofferenza e la morte inflazionando i media con una violenza spettacolarizzata, atta ad anestetizzare le coscienze con un’esasperata banalizzazione di tali realtà ormai svuotate di senso, dall’altro si nascondo tutte quelle situazioni in cui il dolore e la malattia mordono personalmente la propria vita o quella dei propri cari, relegando tali circostanze tangenti l’umano in spazi adibiti e reclusi, come gli ospedali.

Ciò riguarda in particolare i defunti, il cui corpo muto testimonia l’inevitabilità dell’estinzione, e che vengono subito occultati all’interno di cimiteri recinti da alte mura, cosicché pure passandoci vicino non ci si accorga nemmeno di cosa siano quegli edifici anonimi e di quale sia il loro contenuto.

Recentemente, anzi, si va affermando il costume di ridurre immediatamente i corpi esanimi in cenere da disperdersi poi nelle acque, per evitare che di loro rimanga qualsiasi traccia, come se non fossero mai vissuti, lasciando soltanto una flebile memoria, ma nulla di tangibile, perché sia lecito illudersi che la morte non esista, o che comunque non ci riguardi, almeno nell’immediato.

Il medesimo atteggiamento si tende ad avere nei confronti della sofferenza: ogni male, sia fisico che morale, dev’essere immediatamente combattuto con gli strumenti della scienza medica, e quando risulta incurabile, allora si invoca la morte come una liberazione, poiché vivere il dolore o la malattia permanente viene considerato “non-vivere”.

Ma invero questa prospettiva non libera affatto, anzi rende schiavi: poiché in realtà solo chi è capace di accogliere il dolore e la morte è davvero libero nei confronti di questi.

Anzi, così facendo, la mentalità corrente partecipa e ricreare l’illusione di essere immortali, quell’effimera ed adolescenziale sensazione di poter vivere per sempre, desiderio di eternità ìnsito nell’uomo, ma frainteso come un bisogno di salvezza che è possibile conquistare con le proprie sole forze mediante la moderna tecnica.

È, a ben guardare, la riproposizione dell’episodio biblico della Torre di Babele: la conquista del Cielo nel rifiuto della Grazia, presunzione luciferina che già causò la caduta dei progenitori e che nella società contemporanea si manifesta più attuale che mai.

La deriva di questa logica schiavizzante è che ci si trincera in una falsa indifferenza al dolore, o in una vera e propria idolatria della scienza, intesa come unica soluzione possibile al male.

Questa è l’ottica miope della società contemporanea e non a caso, oggigiorno, quella farmaceutica è una delle industrie più floride al mondo: poiché l’uomo ha perso il senso trascendente di queste due realtà esistenziali, che invece, nella Sua incarnazione, passione e morte, il Dio fatto uomo ha preso su di Sé per trasfigurarle nella Sua risurrezione.

In Cristo l’uomo è stato davvero liberato dalla sua schiavitù nei confronti del dolore e della morte, poiché queste sono state rese dal Dio incarnato un’opportunità di comunione con la Sua divinità, e ciò realmente esorcizza il male subìto dall’uomo dandogli un senso nuovo, rendendolo occasione vera di cooperare, con l’offerta libera e volontaria della propria sofferenza a Dio, a quel disegno di salvezza che Lui ha per l’uomo, fatto ultimamente manifesto in quella stessa Croce dolorosa cui il Figlio si è lasciato assidere perché diventasse, nella Sua risurrezione, il passaggio liberante verso un medesimo destino di risurrezione per tutta l’umanità.

Così allora, davanti all’insorgere di una prospettiva di dolore, viene data all’uomo la possibilità di un’alternativa all’analgesico nell’accogliere liberamente la sofferenza come vera opportunità di partecipare alla medesima sofferenza del Redentore, ed offrendola al Padre, cooperare con Cristo, per Cristo ed in Cristo alla redenzione del mondo.

Tale è quella Verità che davvero rende libero l’uomo, anche di fronte ad una sorte apparentemente matrigna, come quella della malattia o del decesso: Verità fattasi Carne patente vestita da Gesù nel Triduo della Sua passione per essere definitivamente dismessa nel trionfo della Sua Pasqua.

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