Vita

L’ermeneutica del Blasco

L’altro pomeriggio ero dal dentista, da solo ed in attesa di andare sotto i ferri, e sfogliando distrattamente le riviste in dotazione allo studio ascoltavo, altrettanto distrattamente, la radio in sottofondo, quando ad un certo punto hanno mandato in onda una vecchia canzone di Vasco Rossi, se non sbaglio del lontano (lontanissimo oramai) 1985: “Cosa succede in città”.

Cercando di rilassarmi (per quanto ci si possa rilassare nella sala d’attesa del dentista), mi sono lasciato cullare dalla nostalgia dei tempi andati, canticchiando a bassa voce le parole della canzone, quando ad un tratto è sopraggiunto il famigerato ritornello: “Egoista? Certo: perché no?! Perché non dovrei esserlo? Quando c’ho il mal di stomaco: con chi potrei condividerlo?”…

Sorridendo allora ho iniziato a ragionare tra me e me: “E come darti torto caro Blasco?”.

Pensando infatti al mal di denti che mi aveva lasciato insonne la notte precedente, mi son trovato a constatare come l’uomo, nelle circostanze dolorose della vita, sperimenti invero un’estrema solitudine, tanto che nessuno, nemmeno la consorte, il fratello od il più caro degli amici può davvero condividere con lui una sofferenza profonda che lo attanagli nella sua propria carne.

E proprio mentre così assorto mi arrovellavo, di rimbecco il cantautore modenese emetteva la sua umanamente inappellabile sentenza: “Quando c’ho il mal di stomaco: ce l’ho io, mica te, o no?!”…

Ma se davvero le cose stanno così allora ogni uomo è un isola, irrimediabilmente condannato a vivere un’esistenza incondivisibile, nel dolore, come anche nella gioia a questo punto, e allora tanto vale dare ragione al buon Vasco: conviene essere egoisti.

Confesso che per un microsecondo mi sono tremate le vene nei polsi al pensiero tentatore che questa fosse una possibilità incombente, poi però mi son subito sentito confortato nella certezza che, grazie a Dio, per il credente non è affatto così.

Poiché l’Onnipotente, prendendo su di sé la carne, ha fatto della passibilità creaturale una Sua prerogativa, associando, per sempre e per tutti, la natura umana a quella divina. Per contro, ogniqualvolta l’uomo si trova a vivere un frangente doloroso ha l’opportunità di non chiudersi nell’apparente solitudine della sofferenza, ma può accogliere la prova come occasione di comunione con quel Dio che per primo e più profondamente ha fatto proprio, divinizzandolo, il malessere dell’uomo.

Ecco che allora la notte prima, mentre il molare dolorante mi toglieva il sonno nel tormento ed io invidiavo un po’ il quieto sonno muliebre, non ero affatto da solo, ma c’era Gesù a patire con me, ed io ho avuto l’occasione di vivere in comunione con Lui quel medesimo dolore che la guardia del sinedrio gli procurò col suo ceffone (Cfr. Giovanni 18,22): in altre parole ho avuto l’occasione di non vivere più solo da uomo, ma da Dio!

Indi per cui, caro Vasco, non mi freghi, perché: “Quando c’ho il mal di stomaco: ce l’ha Dio insieme a me, o no?!”…

Standard