Fede

L’onere dei primi

Ci sono cose che finché non ci passi attraverso con la vita non le comprendi appieno: puoi conoscerle in teoria, ed anche bene, ma in qualche modo ti rendi conto che te ne sfugge il senso profondo; perciò ti rassegni, consapevole di non sapere, fino a quando poi le circostanze del vivere non ti vengono incontro, offrendoti una risposta.

A me è successo l’altra sera.

Eravamo a tavola, come per ogni cena riuniti, mia moglie ed io coi tre pargoli, ed assistevamo al solito teatrino tra la piccolina ed il mezzanello, i quali, divisi soltanto da un anno e mezzo, si fanno complici ed istigatori l’un dell’altro nel dar spettacolo.

Poi ad un tratto è entrato in scena il figlio grande, incominciando non so più quale gioco con le mani, corredato da filastrocca canora: in tempo zero sia il treenne che la microbimba hanno incominciato ad imitarlo, il primo che pareva il suo ciclostilato, l’altra che invece, giocoforza, riusciva solo a scimmiottarlo, ma con una certa efficacia.

In quel momento, passata l’immediata vampa di compiacimento per l’amata mia progenie, mi sono trovato a riflettere come in effetti il fratello minore, che ha solo tre anni di differenza con il più grande, in ogni contesto in cui si trovi a frequentare il maggiore, con uno slancio assolutamente spontaneo, ne imiti ogni singolo atteggiamento, emulandolo sia nel linguaggio che nelle azioni, e con ottimi risultati, tanto che davvero apprende più dal figlio grande che da noi genitori.

È lì che mi sono reso conto di come realmente il figlio maggiore sia un esempio naturale per i suoi fratelli: egli sperimenta per primo le circostanze della vita, imparando da esse con maggiore difficoltà forse, ma senz’altro in via del tutto esclusiva e strutturandosi perciò, rispetto ai figli che verranno dopo di lui, nel ruolo di “esperto”. In tale situazione egli guadagna implicitamente anche la capacità di saper insegnare al resto della prole, con il solo suo esempio, molto di più, e molto più efficacemente di quanto non riescano talvolta persino i suoi genitori, e questo per via della maggior somiglianza di ruolo e condizione tra figli.

Ecco allora il significato di quella primogenitura tanto avvalorata dalle antiche culture: il primo figlio, almeno per qualche tempo, è il solo a vivere le circostanze del figlio unico, e se da un lato gode l’esclusività delle attenzioni che i suoi genitori a lui riserveranno finché non dovranno dividersi per la genìa successivamente sopravvenuta, dall’altro dovrà affrontare da solo, e senza esempi davanti, tutte le circostanze del vivere.

Si capisce, quindi, come mai il primogenito detenga per natura il diritto ad una sorta di predilizione da parte dei genitori, i quali su di lui sono chiamati a porre un’attenzione particolare, poiché egli poi, nel momento in cui sarà raggiunto dalla nascita di eventuali fratelli, si ritroverà cucito addosso il ruolo di “nave scuola”, e diventerà automaticamente per essi un esempio potente, nel buono, come nel meno buono. In un certo senso egli sarà chiamato dalle circostanze a portare il peso della responsabilità nei confronti dei suoi famigliari più piccoli.

Acciò la pedagogia divina ha sapientemente disposto, nel disegno di redenzione dei Suoi figli, un fratello maggiore in quel Gesù Primogenito: perché noi uomini, fatti Suoi fratelli minori nella Sua incarnazione, trovassimo non solo colmata l’infinita distanza dal Dio Altissimo, ma ritrovandoci simili al Suo Figlio, con quella naturale maggiore confidenza che i fratelli hanno tra di loro rispetto ai genitori, ci assimilassimo a Lui nell’imitarLo, imparando dal Suo esempio vivo «le cose del Padre» (Cfr. Luca 2,49).

Di tale portata è stata l’altra sera la rivelazione donatami dai miei tre figli, e non importa che poi la cena, per l’eccesso del loro gaudente affiatamento, sia finita nella solita caciara.

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