Fede

È martedì

Ok è andata.

Finita la Quaresima, passato il Triduo, celebrata la Pasqua, persino la Pasquetta è già trascorsa.

Si ricomincia dunque a lavorare, domani riprendono le scuole, e l’impressione è quella che finalmente si ritorna alla routine, a quell’ordinarietà così rassicurante in questi tempi in cui di sicuro ormai non c’é più nulla.

Non so voialtri, ma a me è parso che quest’anno nessuno o quasi si sia accorto di ciò che è appena accaduto, almeno qui, nei miei dintorni: certo, per qualche giorno in giro è stato tutto un colorito movimento di pupazzetti e uova, ma di quel povero Cristo, malconcio, morto e poi risorto, non se n’è vista poi una gran traccia, quasi nemmeno in chiesa (che alla Via Crucis e dopo a Messa si era invero quattro gatti).

Certo si è fatto senz’altro un gran parlare di agnelli e conigli, quello sì, ma davanti ai confessionali non ho visto file, e persino circa la Domenica appena trascorsa ho sentito discorrere più che altro di menù propositamente sobri ed intenti di scampagnate.

Ecco: quest’anno come mai prima, mi sono sentito naufrago durante un tempo “forte” che stando alle apparenze è sembrato invece piuttosto debole, per quanto poco condiviso in sentimento e partecipazione.

Mai come in questa Pasqua ho sentito il polso di tali tempi senza più senso in nulla, in cui l’esser credenti è rimasto retaggio per pochissimi, e per di più isolati.

È solo nella “rete”, quel luogo virtuale che però ha il vero pregio di annullare le distanze, che ho trovato un po’ di consolazione: scoprire che ancora ci sono fratelli nella fede, anche se sparsi come un popolo in diaspora, e che però ancora sente un’identità comune, molto più difficile da conservare proprio qui, ancora (e forse per poco) lontano da quei remoti luoghi in cui le comunità si sentono invece persino più vive sotto la persecuzione sanguinosa.

Qui, sperduto nell’indifferenza insipida di questa civiltà ormai piallata, ho riscoperto con stupore che ci sono altri che come me hanno la riconosciuta necessità di riaggregarsi tra cristiani, il bisogno di ritrovare corrisposti i propri valori nell’altro, per non sentirsi soli contro le aggressive correnti di un mondo sempre più avverso, ma anzi partecipare, al di là dei movimenti e delle associazioni carismatiche di provenienza. Esprimersi come appartenenti ad un credo comune, che, per quanto sempre più “resto”, a maggior ragione si identifica in quella comunità primitiva già chiamata a farsi Cristo per riportare Cristo al mondo.

Per poi sentirsi compresi, quasi come in una congrega tolkeniana, ognuno col proprio anello al collo da portare, ma tutti comunemente in viaggio verso un’unica meta: incontro ad un tempo prossimo e già attuale, nel quale sai che il fardello si farà più pesante, ma consapevoli anche che il portarlo insieme ti darà il sostegno per continuare il cammino.

Un po’ come compagni di scuola, attendendo tutti alla lezione dell’Unico Maestro: alcuni forse un po’ più avanti con il programma, altri più indietro, ma tutti inevitabilmente con qualche materia debole, da farsi recuperare.

Ed anche in questo spazio virtuale è comunque bello il ritrovarsi in fila, come in quelle antiche gite di scolastica memoria, sentendosi magari così vicino ad un alunno di cui non conosci che l’icona, ma con cui percorri insieme un tratto di Via e nel quale poi scopri un nuovo amico che ti arricchirà per sempre.

Così ti trovi a contemplare come anche solo una piattaforma che sfiora l’irreale possa essere mutata in un coagulo d’anime vibranti dalle sapienti mani di Maria, la quale ogni volta che siede al telaio delle fragilità umane, in Cristo suo Figlio, sa intessere trame celesti di Grazia e di bontà.

Perché alla fin fine questo è ancora tempo di festa ed anzi proprio questi, più che mai, sono quaranta giorni di gran gioia: ché alla facciazza della morte che intorno impera, l’Emmanuele vive, ed è davvero qui con noi.

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