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Grande come un bimbo

Estratto da “Nel nome del Padre”

Caro diario: che ridere.

Stamattina ho accompagnato il grande a scuola con appresso anche il piccolino, così dopo ho portato quest’ultimo con me a fare un po’ di spesa, approfittando di questa assolata giornata d’autunno per fargli fare anche un giretto.

Tornati a casa, poi, eravamo lì, nell’androne ad aspettare che arrivasse l’ascensore e mi è sembrato buffo vedere quel piccolo ometto in piedi di fianco a me attendere tranquillo e sereno che le ante di metallo di quel familiare portone si aprissero.

Poi però, contemplando la paffuta figurina incappottata del mio bimbo in attesa, mi sono colto a sbalordirmi della capacità d’abbandono di quei “piccoli” come lui che il Signore, mettendoli tra sé ed i suoi discepoli, ha additato ad esempio.

Perché mio figlio ritto davanti a quell’ascensore chiuso stava compiendo sotto i miei occhi un vero e proprio atto di fede: lui era lì pacifico perché aveva fiducia in me.

La mia presenza sola gli dava garanzia che qualsiasi circostanza lo attendesse non avrebbe turbato la sua pace poiché io sarei stato con lui.

È quella medesima fiducia che mi dimostra ogni volta che lo prendo e lo carico sul passeggino: lui è sereno e con un atto spontaneo d’abbandono lascia che io lo porti dove lui non sa, perché qualunque sia quel luogo sarà un bell’andarci se sarò io a condurlo.

Lui si fida di me perché conosce che io lo amo e mi si abbandona perché io compia la mia volontà di bene per lui, qualunque essa sia: ciò mi ammaestra su come tanto più abbia a dover fare io nei confronti di quel Padre mio che nel Suo Figlio Crocifisso m’ha dimostrato il Suo amore per me, garantendomi un destino di bene con la Sua risurrezione anche quando il mio orizzonte rimane avvolto nel mistero.

E rido allora, di felicità orgogliosa, davanti allo spettacolo di quel mio piccolino che all’apertura dell’ascensore finalmente giunto vi trotterella dentro allegro, descrivendomi quasi l’immagine di lui che mi fa da guida nel condurmi con l’esempio attraverso la Porta del Cielo, ed una volta oltre quella soglia si volta poi a guardarmi interlocutorio, come per domandarmi muto: “Che fai papà, non vieni?”.

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