Paternità

La maschera del sentimento

A me è capitato a volte, per quel temperamento carnale e smanaccione che mi contraddistingue, di ritrovarmi ad abbracciare così stretti i miei bambini da sentirmi dire: “Basta papà che sennò soffoco!” (Ora: prima che qualcuno chiami il Telefono Azzurro per mandarmi a casa l’assistente sociale, preciso che tali abbracci erano solo un po’ calorosi e prolungati, ma non hanno mai davvero messo a rischio la vita dei miei bambini, sia chiaro).

Ma il ripensare a tali episodi mi ha fatto rendere conto di come realmente l’uomo sia limitato, di come davvero nonostante egli spesso s’illuda, è soltanto una creatura e come tale finita (oltreché, nel mio caso, anche abbastanza sgangherata). Pur creato capace di amore egli non ne possiede in sé l’origine, ma può solo farsene veicolo, attingendolo da Colui che è Amore.

Perché altrimenti, se lasciato in balìa di se stesso, persino l’amore di un genitore per il proprio figlio rischia di incartapecorirsi nell’autoreferenzialità, oppure espandersi oltremodo in eccessi che si sfilacciano in una debolezza mascherata da misericordia, ma che, parimenti, non è amore.

C’é infatti nell’essere umano un coacervo di sentimenti i quali non sono amore, ma che talvolta (se non addirittura spesso, quando non li si dòmano) ne vestono la maschera, muovendo chi li attua senza discernerne la natura a comportamenti che fraintendendo il bene dell’altro ne fanno specchio per il proprio egoismo.

E soprattutto per un genitore, il rischio di deragliare in queste esagerazioni di falso amore è altissimo, poiché per il suo proprio ruolo è richiamato costantemente a farsi dono ed in questo suo darsi la tentazione di ricercare in verità se stesso è sempre accovacciata alla porta di quel cuore umano ferito dal peccato originale.

Perciò più che mai (e lo ripeto a me stesso soprattutto) bisogna tenere con perseveranza il proprio sguardo di padri e madri rivolto a quell’originale Genitore da cui attingere ogn’ora l’Amore vero, cosicché il vuoto emergente da una tale mancanza non venga colmato dall’amor proprio, ch’é amore adulterato.

Perché il Padre, nel Figlio crocifisso, distende le sue braccia sul legno della donazione totale di sé, non solo per contenere, ma anche per lasciar liberi.

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