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L’abbraccio del Padre

Estratto da “Nella carne, col sangue”

Il ricordo più bello che ho del rapporto con il mio primo figlio è racchiuso in un frangente di vita quotidiana, quel momento normalmente banalissimo in cui mi trovavo ogni giorno a vestirlo, e che per me è rimasto come una gemma preziosissima nella memoria.

Matteo, a causa della sua malattia, non riusciva a tenersi in piedi da solo, poiché la paralisi agli arti inferiori era sopravvenuta prima che lui riuscisse a guadagnare l’autonomia nel mantenimento della posizione eretta; così, quando sul fasciatoio gli facevo indossare i suoi vestitini, per sistemarglieli bene lo tiravo in piedi e lui, per appoggiarsi, mi gettava le braccia al collo esclamando con la sua vocina “babbo”, come se mi rivedesse per la prima volta dopo tanto tempo.

Ogni volta si ripeteva quella medesima scena, tutte le volte con gli stessi gesti e le stesse modalità, tanto che era ormai diventato, per me ed il mio piccolo, una specie di “rito”, un momento magico che entrambi assaporavamo con gusto ed al quale dedicavamo sempre un giusto tempo, senza affrettarci, anche se di fretta.

Ancora oggi, in quel gesto di relazione intensissima e complice con il mio piccolino riesco a leggere la grazia di una comunione con quella medesima sensazione di felicità appagante che credo debba provare l’anima quando ritorna nell’abbraccio del suo Creatore.

E conosco per certo, almeno in albe, la gioia immensa che deve provare il Padre quando accoglie nel Suo abbraccio l’anima che a lui ritorna, quando questa è desiderosa di corrispondere liberamente al Suo amore, perché io, come padre, in quei modesti frangenti di vita con mio figlio ho provato una frazione infinitesimale di quella gioia e capisco quanto anche Dio aneli a poter vivere quell’abbraccio che io sperimentavo per pochi istanti con il mio bimbo, sapendo che allora durerà in eterno.

E parimenti conosco, per via di quell’esperienza trasfigurata ora ogni volta in cui mi accosto all’Eucaristia, la felicità di Dio nel sentirsi chiamare “babbo” dai Suoi figli, ed ultimamente mi è stato dato di comprendere, anche se in modo parziale, così come filtrato dalla mia natura finita, quanto questo desiderio di corrispondenza filiale abbia potuto commuovere il cuore paterno dell’Assoluto, nel declinare dalla Sua condizione di Totalmente Altro, per assumere su di sé la carne mortale, così che nel Figlio, ogni Suo figlio potesse chiamarlo “Abbà”, “Babbo”.

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