Paternità

Il cambio di stagione

Domenica pomeriggio la dolce metà ha portato il grande sui gonfiabili, così io ho approfittato del sonnellino degli altri due per fare il cambio di stagione.

No, non dell’abbigliamento (che per praticità maschile conservo tutto nelle mie uniche due ante d’armadio concessemi dalla consorte, poiché: «tanto tu hai solo magliette, felpe e pantaloni, non ti serve molto spazio»), bensì dei pupazzi.

Perché quelli sì che sono tantissimi e nei nostri tre metri quadri di casa la situazione è simile a quella dei vecchi film western, dove i due protagonisti si guardano in cagnesco dichiarandosi l’un l’altro: “Questa città è troppo piccola per entrambi”, dopodiché iniziano a sparacchiarsi addosso con prodigalità di colpi, per la gioia di grandi e piccini.

Ecco, da noi è uguale: non c’è spazio per tutti, quindi qualcuno deve stare nella cassapanca, o i figli, o i peluches. E quando decidemmo sulla questione io votai per i figli, ma ahimé, fui ridotto a minoranza, perciò toccò ai pupazzi finire nell’oscurità del mobile angolare, destinati a rivedere la luce soltanto periodicamente, e per una breve stagione.

Da quel momento in poi in casa nostra si tiene a disposizione dei bimbi un numero minimo di rappresentanti della pelucherìa, che con cadenza regolare vengono sostituiti da altri pochi omologhi, in un rigido turn-over di Sacchiana memoria, a piccoli gruppi e divisi per categorie: bambolotti, “Trudyni”, oggetti antropomorfi, animali, personaggi Disney e così via.

Questo sistema ci ha permesso non solo di ottimizzare lo spazio a disposizione, ma anche sfruttare un sano “riciclo” dei giocattoli, i quali, com’è noto, finché sono nuovi godono di un breve periodo di entusiasmo da parte dei loro piccoli possessori, dopodiché perdono la loro stima e vanno nel dimenticatoio, lasciati in giro (di solito nei posti in cui danno più fastidio agli adulti) e pressoché ignorati fino al giorno in cui finiscono ineluttabilmente fuori dai piedi.

Riesumandoli periodicamente, invece, agli occhi dei loro padroncini ritrovano un certo splendore, e per un tempo limitato ritornano in grande spolvero, con somma felicità dei bambini, che ormai si erano dimenticati persino di averli, e dei loro genitori (ma secondo me anche degli stessi pupazzi, come si evince chiaramente dalla didattica trilogia di Toy Story).

E come se tutto ciò non bastasse, si ottiene pure un simpatico effetto collaterale di stampo squisitamente educativo, perché così facendo si ridona ai propri figli quell’ancestrale senso buono, proprio del susseguirsi delle stagioni, che in questa civiltà del «tutto e subito» si è in gran parte perduto (tanto che oramai persino frutta e verdura si trovano indistintamente tutto l’anno).

Mentre invece il cambio dei peluches riverbera ancora un pochino ai nostri bimbi la bellezza di quell’ordine naturale, che nonostante al giorno d’oggi sia assediato, ancora vige, e nel quale ogni situazione trova il suo posto in un momento preciso: riflesso dei moti di quella Creazione in ogni singola sfumatura della quale è instillata la Sapienza dell’Altissimo, e che per ogni cosa stabilisce un suo tempo.

Ed anche dover aspettare che ritorni in auge quel particolare pupazzetto, per quanto in germe, abitua i nostri figli a “far Quaresima”, una breve attesa che li svezza ad una fatica salutare, una piccola rinuncia che ha l’intento di condurli per mano alla gioia piena del compimento: figura di quella tensione dell’animo umano ad un destino che si attuerà soltanto dopo l’esilio, richiamo alla celebrazione di una Pasqua che, nell’assenza del temporaneo nascondimento, fiorisce poi al gaudio pieno e risolutivo della Risurrezione.

Perché nell’animo di ogni uomo è iscritta questa chiamata, ma la sua natura ferita dal peccato lo porta a ricercare la facile via della soddisfazione immediata, e questo succede soprattutto nei bambini, detentori in erba di quella stessa mentalità consumistica oggigiorno esacerbata negli adulti, la quale, se da un lato ti accomoda la vita, dall’altro la rende profondamente sterile, poiché induce a dare per scontata ogni cosa ed ultimamente non porta a crescere, a temperarsi in quella fatica sana che rende migliori: una piccola prova che però, come ogni croce, se accolta con filiale fiducia conduce al gaudioso avveramento di una vita nuova.

Anche per i pupazzi.

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