Paternità

L’Amore chino

Stamattina ero da solo in casa con l’unenne: io stavo sul divano a scrivere, mentre lei esplorava il salotto (probabilmente in cerca di prese di corrente in cui mettere le dita o batuffoli di lanùgine da assaporare con gusto).

Ad un certo punto si è accorta della mia presenza sul sofà ed ha deciso di raggiungermi: si è avvicinata gattonando célere, si è tirata in piedi appoggiandosi al bordo del divano ed ha alzato la gambetta per inerpicarvisi.

Ha già imparato a salirci da sola, ma il problema è che una volta sopra si mette in piedi sui cuscini ed inizia ad ondeggiare, finendo per perdere l’equilibrio e rovinare bocconi a terra: troppo pericoloso, poiché un conto è lasciare che cada dai trenta centimetri della sua altezza all’anca, un conto invece è rischiare che cada dai settanta centimetri della sua altezza sommata a quella del divano.

Quindi ho deciso di non lasciarla salire: ho spostato la mia gambona lungo il bordo del cuscino in modo che lei non arrivasse ad appoggiarvisi con la sua gambetta, facendoci leva per arrampicarsi.

Ciò, tuttavia, non l’ha mica fatta desistere dal suo intento: pur non comprendendo bene il motivo per cui la sua consueta “tecnica” di arrampicata non funzionasse, continuava a provare e riprovare a salire, alzando ostinatamente la sua gambetta verso il bordo del cuscino occupato dalla mia, e rimanendo frustrata dal vedersela scivolare senza ottenere una presa d’appoggio.

Ma mia figlia è capocciòna, e così siamo andati avanti dieci minuti buoni con questa pantomìma: lei cercava di salire sul divano ed io senza far nulla, soltanto con il mio stare, glielo impedivo; il tutto condito dalla colonna sonora delle sue (peraltro poco convinte) lamentele.

Ecco, l’assistere a quella scena ripetuta mi ha ad un tratto illuminato sul senso profondo di quella proverbiale frase che recita: “Se il Signore non vuole la casa, invano faticano i costruttori”.

E potrei chiudere qui.

Se non fosse che l’ostinazione della mia bambina, alla fine, mi ha vinto.

Perché il vederla affaticarsi con pervicace determinazione, senza desistere contro ostacoli davvero insuperabili per le sue tenere possibilità nella persecuzione di uno scopo, alla fine mi ha commosso.

È vero che lasciarla montare sul divano avrebbe comportato il rischio di cadere e farsi del male, ma in fondo il vero obbiettivo del suo arrampicarsi era il raggiungermi, il salire verso il suo papà, ed al rendermi conto di questo il mio cuore non ha più saputo resistere alla sua perseveranza: le sue lamentele suonavano ora al mio orecchio quasi come una preghiera, e la sua insistenza sincera ha mosso la mia volontà a cedere alla sua, facendo così della sua volontà, la mia.

Lì ho capito il significato di quella Parola che garantisce l’accondiscendenza del Padre verso quei suoi figli che l’impetrano con l’orazione perseverante: “almeno per la sua insistenza gli darà ciò che gli occorre” (Cfr. Luca 11,8).

Perciò mi sono chinato su mia figlia e l’ho presa tra le mie braccia, ed assistendo all’esplodere della sua gioia ho compreso ciò che ha mosso il Padre a farsi Figlio per unire a Sé i suoi figli, i quali da soli non avrebbero mai potuto raggiungerlo. Ma scoprendo anche in più la munificenza della volontà di bene di Dio per l’uomo pure nel modo in cui Egli accontenta l’insistente preghiera di questo, poiché il limitato desiderio della mia piccolina di salire sul divano per starmi accanto ha trovato invece un esaudimento più grande: ha ottenuto il mio abbraccio.

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