Paternità

Messi da Dio

Non so perché, ma oggi mi è ritornato alla mente un ricordo curioso, che avevo quasi sepolto nella memoria, catalogato forse precocemente negli archivi del mio passato sotto l’etichetta dei bei momenti di banale genitorialità, ma nulla più, e che invece adesso, ripensandoci, assume un senso tutto nuovo, rivelatore: una lama di luce che taglia ancora una volta quella membrana sottile che ai nostri occhi mondani apparentemente separa la trama dell’immanente dall’ordito del trascendente, lasciando così trasparire come invece queste due realtà in ogni istante si intersechino a comporre quel magnifico arazzo che è per ciascuno la propria vita, anche e soprattutto quella di tutti i giorni.

Mi è tornato in mente, dicevo, di quando il mio attuale figlio maggiore era ancora piccolino, e non solo d’età: di quei suoi primi mesi, quando era ancora patente un lieve ritardo dello sviluppo dovuto alla sua nascita prematura, di come era davvero uno scricciolìno, che lo potevo tenere tutto nelle palme delle mie manone. In quei primi tempi in cui lo portammo a casa dopo il periodo passato in incubatrice all’ospedale, dedicavo ogni momento utile a tenermelo addosso, facendo quella che oggigiorno viene chiamata, per i bimbi prematuri, la “marsupio-terapia”, ma che semplicemente altro non è che quello che i genitori coccolòni, da che mondo è mondo, han sempre fatto senza sentire il bisogno di giustificarlo con un termine medico: tenere abbracciato stretto-stretto il proprio bimbo per lunghi momenti di tenera intimità.

Ebbene ricordo che con questo mio bambino avevo preso l’abitudine di farmelo addormentare addosso: ad ogni occasione me lo spalmavo sul petto e mi sdraiavo sul divano, approfittandone per sgranare un Rosario o, più spesso, per sonnecchiare un po’ (che con un bimbo piccolo, si sa, si deve recuperare ogni brandello di sonno appena si riesce). Ormai era diventata una piacevole abitudine ed avevo ormai imparato anche che lui aveva una postura preferita, quella in cui finiva sempre per accoccolarsi, addormentandosi quieto. Così tutte le volte che me lo apparecchiavo addosso io lo mettevo subito in quella posizione, ma immediatamente lui iniziava a girarsi e rigirarsi, in cerca di chissà quale maggior comodità, procurandomi quel gradevole sollazzo come di una nùtria agitata che ti danza sul torace, e terminando poi, solo quando trovava spazio tra il mio braccio ed il mio costato destro, incuneato in quella posizione prediletta, esattamente quella nella quale l’avevo inizialmente accomodato io, ed in quella trovando finalmente requie.

Ecco, oggi ripenso a quel suo comportamento e non posso non accorgermi come questo sia il medesimo atteggiamento filiale di ogni uomo verso quel Dio che ci è Padre: Lui che ci conosce nell’intimo e che nel prendersi amorevolmente cura di ognuno di noi ci propone sempre la Sua volontà, che è il destino migliore per ciascuno, ma noi il più delle volte, proprio come il mio bambino, ci giriamo e rigiriamo in cerca di chissà quale altra umana soluzione, prima di finir riconoscendo che la Sua proposta originaria, proprio quella, era la più esatta, la nostra preferita.

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