Paternità

Proudness

L’altra sera eravamo a tavola tutti insieme e sia io che la piccolina ci attardavamo a finire il nostro piatto di farfalle in bianco, quando i due maschi, che invece avevano già consumato la loro razione, hanno iniziato ad incitare la sorella a fare una gara con me per chi finisse prima la pasta.

Spronata dai fratelli la pargoletta ha accettato con entusiasmo e così anch’io mi sono lasciato trascinare nel gioco.

Da noi la regola per tali tipi di eventi sportivi è che vince non chi pulisce per primo il piatto, ma chi per primo ingoia l’ultimo boccone, tanto che il motto consolidato è divenuto ormai: “bocca vuota vince”.

Preso dall’agone della mia bimba mi sono messo d’impegno nel trangugiare la mia porzione, e mentre mi abbuffavo a gran bocconi vivevo intanto un dibattimento tutto interiore tra la consapevolezza che avrei agevolmente vinto quella gara ed il dubbio che forse invece avrei fatto meglio a lasciar vincere la mia figliola. Poi però il bambino che è in me ha preso il sopravvento e con una scrollata di spalle mi sono accanito sul piatto.

Ma proprio mentre uscivo da questi alti pensieri, quando ancora avevo un paio di forchettate di pasta da consumare, sono stato sorpreso dalle grida giubilanti dei miei maschietti che esultavano alla vista della sorella che in piedi sulla sua Stokke verde chiaro, con le posate ancora in mano, a braccia alzate, col piatto vuoto e la bocca spalancata dimostrava a tutta la famiglia di aver finito per prima la sua cena.

Lì per lì sono rimasto sinceramente stupefatto per quel risultato inatteso: avevo dato per scontata la mia vittoria, giudicando a priori che mia figlia non avrebbe avuto chances contro di me se mi fossi impegnato sul serio, ma smentito da quel fagottino di tre anni, mi sono ritrovato a gioire di cuore di aver perso, e sinceramente entusiasmato dal suo piccolo trionfo, ho iniziato ad esultare con lei assieme ai miei due maschi.

Ed il mio orgoglio di padre per l’esito di quella puerile contesa a favore della mia bambina era tanto che mi sono ritrovato a cercare di coinvolgere nell’enfasi anche l’amata consorte, che di solito è sommessamente contraria a quel tipo di iniziative a tavola, ma che questa volta si è lasciata contagiare dall’allegria famigliare, complimentandosi con trasporto con la piccola vincitrice, la quale da questa spicciola esperienza, ha senz’altro guadagnato in autostima e confidenza nelle proprie capacità.

Ecco: è stato proprio davanti a quel festoso siparietto domestico che mi sono reso conto di come davvero il senso della vocazione paterna si estrinsechi nel saper morire perché l’altro viva.

Così come la declinazione naturale della maternità è il dare la vita per la prole, parimenti il ruolo del padre è quello di chi sa di «dover diminuire perché l’altro cresca» (cfr. Gv 3,30): saper accogliere anche il proprio discapito per guadagnare all’amato la maturazione di un bene maggiore.

Anche con una sana contesa magari, ed in maniera maschia, senza fare sconti, senza quel gioco al ribasso che è sempre perdente, ma altresì senza indietreggiare davanti al sacrificio di se stessi, perché con l’esempio si insegni come il morire al proprio egoismo sia realmente seme di vita nuova.

Che poi, esercitando la paternità in questa chiave, finisci per sorprenderti travolto da una gioia piena per il successo di coloro che ami, pure se ciò comporta il tuo fallimento: un fallimento che tuttavia affatto è sconfitta, ma invero vittoria, poiché ultimamente guadagna all’altro il suo vero bene, donando a te, per contro, un’opportunità di comunione profonda con quel Padre che, nel Figlio, si lascia sorprendere dall’inattesa fede del centurione (cfr. Lc 7,9) o della cananea (cfr. Mt 15,28), e con rinnovato slancio ti stimola a metterti ancor più in gioco, facendo il tifo perché vinca l’altro.

Articolo pubblicato sulla rivista NOTIZIE PROVITA

Standard
Cronache

Armageddon

«Ecco, Io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante e custodisce le sue vesti per non andare nudo e lasciar vedere le sue vergogne» (Ap 16,15)

Ragazzi che bordello: pare davvero che si siano dati tutti appuntamento per un rave party in medio oriente.

I primi a cominciare, come al solito, sono stati gli americani, che obbedienti a quei frignoni dei loro padroncini di Sion, dopo Egitto e Libia, hanno deciso di esportare la demokrazia anche in Siria.

Ovviamente i cagnolini europei si sono accodati in gruppo, mentre Israele e Turchia hanno approfittato del casino per allungare le mani sulla torta che erano sicuri di potersi spartire quasi aggratis per iniziare ad intingere il dito nella crema.

Poi però, quando già gli avvoltoi pregustavano quella che sembrava dovesse essere ben presto soltanto una carcassa, è arrivata la Russia a rompere le uova nel paniere a tutti.

E come quando si getta un fiammifero in un formicaio è esploso il panico tra le formiche e sono cominciati i voltafaccia e le pugnalate alla schiena ed ancora oggi i cambi di alleanze sono tante e tali che si fa fatica a capire chi gioca con chi.

La Turchia ha piantato gli USA e si è schierata con la Russia, ma col beneficio d’inventario, nel caso dovesse presentarsi l’occasione di accoppare ancora un po’ di curdi.

L’Egitto, dopo aver assaggiato i benefici della pax amerikana, ha preso l’accortezza di allearsi con la Russia ed ha perciò inviato un po’ di soldati e mezzi pesanti in Siria pure lui.

Iran e Libano erano e rimangono nemici storici di Sion, ed in tali circostanze hanno saldato alleanza ancor più stretta con la Russia, al netto del fatto che in Siria erano già presenti da un pezzo insieme alle milizie irakene e di hezbollah.

E mentre Israele bombarda impunemente presunte postazioni militari iraniane sul territorio siriano, la Baldraccona di Sion, dopo aver preso schiaffi da chiunque su tutto il territorio nonostante i fantastiliardi di dollari sprecati per creare, armare (ed ultimamente far evacuare di nascosto) la sua abominevole genìa terroristica, ora ha la faccia tosta di arrogarsi il merito di aver «debellato l’ISIS in Siria», deufradandolo spudoratamente alla Russia.

Russia che ora, dopo aver purificato la regione da Daesh, vorrebbe anche (e giustamente) riportare a casina i suoi soldati, ma che non può, vista la ressa di militari da ognidove che ancora affollano il paese.

Non ultimi gli USA, che hanno sfacciatamente dichiarato di volerci rimanere in Siria, fino a quando aggrada loro.

E allora capite bene che diventa difficile sganciarsi da questa fogna, tanto più che ora Israele è diventata amicissima dell’Arabia Saudita in funzione anti-libanese ed anti-iraniana (con il beneplacito degli Stati Uniti, ça va sans dire); Arabia che è impelagata anche sul fronte yemenita (dove adesso è pure scoppiata una faida aperta tra sunniti e sciiti che rischia d’incendiare tutto il MO) e che si è sfondata di debiti con gli americani, facendo fronte comune con gli altri stati produttori di petrolio nella regione per escludere il Qatar, che quindi è andato a rifugiarsi sotto le gonne dell’Iran, il quale ovviamente ha accolto a braccia aperte un alleato così prezioso.

Ultimo in ordine di tempo a schierarsi è stata la Cina, che ha inviato in aiuto della coalizione russo-siriana un contingente di truppe speciali al grido di “Olé: tutti in Siria!”

Ragazzi, che bordello davvero: russi, siriani, cinesi, libanesi, iraniani, iracheni, turchi, egiziani, curdi, israeliani, sauditi, yemeniti, qatariani, afgani, americani, inglesi, francesi ed una manciata di altri soldatini europei, tutti raccolti, come Gog e Magòg, pericolosamente vicino a quella Piana di Meghiddo di biblica memoria…

«Il sesto angelo versò la sua coppa sopra il grande fiume Eufrate e le sue acque furono prosciugate per preparare il passaggio ai re dell’oriente. Poi dalla bocca del drago e dalla bocca della bestia e dalla bocca del falso profeta vidi uscire tre spiriti impuri, simili a rane: sono infatti spiriti di demòni che operano prodigi e vanno a radunare i re di tutta la terra per la guerra del grande giorno di Dio, l’Onnipotente.

E i tre spiriti radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Armaghedòn. Il settimo angelo versò la sua coppa nell’aria; e dal tempio, dalla parte del trono, uscì una voce potente che diceva: “È cosa fatta!”. Ne seguirono folgori, voci e tuoni e un grande terremoto, di cui non vi era mai stato l’uguale da quando gli uomini vivono sulla terra. La grande città si squarciò in tre parti e crollarono le città delle nazioni. Dio si ricordò di Babilonia la grande, per darle da bere la coppa di vino della sua ira ardente».

(Ap 16,12-19)

Standard
Relazione

Benedetti stereotipi

IMG_4950

Consueta mattina da spasmo cardiovascolare: accompagno i bimbi a scuola svicolando nel traffico con manovre degne del peggior Lewis Hamilton, abbandono la macchina a se stessa nel posto libero più vicino possibile all’entrata dell’istituto e mentre la clessidra mentale esaurisce gli ultimi granelli di sabbia rimasti prima della soglia dell’inesorabile ritardo al lavoro, con un bacio e la benedizione avvio il grande su per le scale, verso la sua classe, quindi mi appresto a condurre i due piccolini verso gli armadietti che costeggiano le aule dell’asilo.

Giunto davanti al loro armadietto mi accingo, come sempre, ad elencare ai due pargoli la sequenza dei gesti necessari a farli cambiare (ossia: “togliete il giubbottino, togliete la felpetta, togliete le scarpine, mettete le pantofoline, mettete il grembiulino”), aiutandoli laddove incontrano qualche difficoltà onde accelerare la cosa, il tutto alternando le operazioni tra i due in modo che non si accavallino (ad esempio: intanto che il mezzanello, scalzo, si infila il grembiulino, la piccoletta ripone le scarpine del fratello e gli procura le ciabattine, e poi viceversa).

Mentre sono lì, a supervisionare il procedimento, noto che di fianco a noi, poco distante, c’è una mamma con la sua figlioletta, anche lei impegnata nel medesimo daffare, ma a differenza nostra lei ha fatto sedere la sua bambina sulla panca e si occupa personalmente di cambiarla con gesti compassati, chiacchierandosela allegramente con la piccola, raccontando e facendosi raccontare cose, a comporre una scena deliziosa che tradisce un’evidente assenza di fretta e la cura premurosa del rapporto tra una madre e sua figlia.

Ed è esattamente davanti a quel quadretto sdilinquente che mi lascio sbalordire una volta di più dalla bellezza di quella differenza tra maschile e femminile che, se osservata nella corretta prospettiva, affatto si contrappone, ma anzi ne evoca l’originale natura di complementarietà.

Poiché quella mamma che così amabilmente s’intrattiene con la sua figliola denuncia una volta di più come il ruolo intimo della donna si compia nel servizio, finalizzato in particolar modo all’accudimento: per la sua natura, ella realizza se stessa quando si prende cura di coloro che ama, essa consegue il suo proprio benessere letteralmente nello “stare bene” all’interno della relazione con i suoi cari, altrimenti per lei ci sono solo capienti secchielli di ansia, dosi massicce di stress e copioni interminabili di paranoie mentali.

Questo perché la natura femminile, per via di quella sua costituzione neurobiologica improntata ad essere quattro volte più ansiosa della sua controparte maschile, convoca la donna alla necessità di tenere tutto sotto il proprio diretto controllo, facendo da sé, piuttosto che affidandosi ad altri.

L’uomo, al contrario, per quella sua natura decisamente meno incline all’apprensione emotiva (e un po’ pure per la sua innata pigrizia) delega molto più facilmente, lasciando a terzi, ove possibile, il controllo di ambiti specifici, limitandosi a supervisionare implementando con direttive e/o suggerimenti da una posizione possibilmente comoda (tipo un divano).

Il fatto è che il maschio ragiona ed agisce per obiettivi e quindi tende naturalmente all’efficienza: egli punta il suo sguardo sulla meta e la persegue con determinazione, ignorando tutto ciò che può distrarlo dal perseguimento del suo scopo o che ritiene inutile al suo raggiungimento.

La donna, invece, ha più a cuore il metodo rispetto alla meta: per lei raggiungere l’obiettivo non è così importante quanto il modo con cui lo si persegue, quindi metterà più cura nello svolgere il compito rispetto al tempo e/o alla fatica che occorrerà per eseguirlo.

Nel caso specifico, per la mamma in questione risulta evidente che approntare la propria bambina per la scuola è tanto importante almeno quanto farlo con la dovuta dedizione, esprimendo con ogni gesto cura ed affetto in una relazione qualitativamente soddisfacente per entrambe.

Per il sottoscritto, d’altro canto, se l’obiettivo è quello di cambiare i pargoli allora occorre farlo ottimizzando tempo e risorse (e possibilmente risparmiandosi), delegando i compiti per rendere più efficiente il processo, facendo ricorso al gioco di squadra e, da buon maschio alfa, mettendosi al comando delle operazioni ed intervenendo giusto laddove necessario per concludere il tutto correttamente nel minor tempo possibile.

E lo so che ora in ogni donna che legge alzerà il ditino quella piccola ninfetta criptofemminista che alberga nell’intimo della sua natura ferita dal peccato originale sentenziando che «però è molto meglio il metodo di quella mamma perché più attento al rapporto generazionale, e quindi più adatto alla corretta crescita dell’altro, e più espressivo di un’intima relazione affettiva con la prole e bla, bla, bla, femmina è meglio, se-non-ora-quando, maschi bastardi per voi solo petardi», ma la realtà è che in entrambi i casi la diversa prospettiva punta al medesimo traguardo, anche se attraverso percorsi differenti.

Poiché parimenti a quella bravissima donna che incarna in modo così esemplare il suo ruolo di madre, pure il sottoscritto, anche se in maniera militarmente mascolina ed apparentemente anafettiva, si è esaudito invero nel suo ruolo di uomo e di padre ponendosi alla guida di coloro che gli sono stati affidati ed accollandosene la responsabilità con dedito amore, soprattutto nel farli crescere, nell’insegnare loro ad essere autonomi, esattamente come la vocazione ad essere genitore richiama l’uomo rispetto alla sua prole: che egli se ne prenda cura rendendoli indipendenti e compiendosi nella sua paternità quando questi lo divengono.

Giacché in entrambi i casi sempre di servizio all’altro si tratta, ma declinato secondo quelle desinenze del maschile e del femminile tanto complementari quanto reciprocamente imprescindibili: cardine insostituibile per un’autentica formazione della prole, ma ancor prima luogo originale di completezza sia per l’uomo che per la donna in quella relazione binaria dei generi pensata più che bella, divina.

Standard
Libri

Il Panda Oltralpe

couv1-4_panda.indd

Una volta alzatosi dal divano il Panda sembra inarrestabile: c’ha addosso un’inerzia tale che lo ha fatto scollinare oltralpe, dove dalle librerie della Grandeur già occhieggia minaccioso i cugini francesi esortandoli a ritornare veri Galli…

Da alcuni giorni è infatti uscita in francia la versione in lingua d’Oïl de La sindrome del panda per i tipi delle Éditions Des Béatitudes, della cui edizione di seguito proponiamo l’introduzione a cura di padre Michel Martin-Prével.

Prefazione a “Le syndrome du panda”

Sono decenni che la differenza tra uomo e donna alimenta la letteratura, le cronache, gli articoli ed i film, per non parlare poi del best-seller di John Gray: “Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere”, il quale ha fatto sì prendere coscienza – in controtendenza rispetto alla vulgata egualitarista – dell’irrimediabile distanza tra i due sessi e quindi della difficoltà a comprendersi l’un l’altro, ma senza tuttavia avviare una soluzione all’inevitabile relazione divenuta troppo spesso conflittuale tra i mariti e le loro mogli.

Se gli uomini provengono da Marte e le donne da Venere, infatti, lo svantaggio è che questi due pianeti non si incontrano mai e, al di là delle risate che le differenze tra l’uomo e la donna possono generare, questo libro altrettanto umoristico si apre invece ad un ulteriore approfondimento: com’è che gli uomini e le donne hanno tanta attrazione gli uni per le altre?

L’autore di questo divertente saggio è uno di quei papà (di tre bambini) figlio del suo secolo, che racconta le sue riflessioni e le sue esperienze di vita da uomo, da marito e da padre, mescolando la correttezza dell’analisi con l’umorismo della sua situazione di maschio italiano in una società occidentale femminista e androfobica.

Il mistero dell’uomo qui è confrontato con il mistero della donna e gli appartenenti ad entrambi i sessi troveranno in questo libro di che essere piacevolmente intrattenuti da uno sguardo così acuto sui rispettivi generi.

Per questo padre, che riflette ad alta voce, il panda rappresenta il maschio odierno, spalmato sul suo divano, tra birra e TV: l’uomo come specie in via di estinzione «secondo una mentalità dominata da un femminismo radicato, egli sempre una bestia rimane, ma sdentata e con gli artigli monchi ha smesso i panni dell’orso in favore di quelli più comodi e condivisi dell’orsacchiotto. Pover’uomo, fa quasi tenerezza. Proprio come un panda».

Ma ritornando sull’uguaglianza – incredibile geneticamente parlando – e sulle neuroscienze che descrivono la perfetta parità tra uomo e donna, si resta stupefatti da questa meraviglia a forma di cromosoma Y che rende nonostante tutto la differenza ed il fascino del comportamento sessuato.

Ho riso così tanto leggendo queste descrizioni nelle quali davvero ognuno ha la possibilità di ritrovarsi: l’uomo “multiswitch” e la donna “multitasking”, l’uno “input” e l’altra “output”, il cervello maschile con gli emisferi più differenziati, quello femminile con emisferi più interconnessi, l’uomo che sposa la moglie desiderando che non cambi mai e la moglie che sposa il marito con il segreto desiderio di cambiarlo, e, riguardo l’autorità, l’uomo che incute rispetto e la donna che ispira fiducia.

Perché allora impantanarsi nella guerra dei sessi, quando invece il piano del Creatore risulta così chiaro leggendo quel “libretto d’istruzioni” che è la Genesi, riferimento biblico davvero unico destinato ad ogni uomo e donna?

Personalmente ho ritrovato in questo libro-testimonianza gli stessi accenti di verità contenuti nella teologia del corpo e del matrimonio così come proposta dal santo Papa Giovanni Paolo II: la descrizione di Adamo e di Eva, nella promessa fatta loro da Dio, nella svolta incresciosa che hanno preso e che ha reso la loro strada tutta in salita, e infine il loro incredibile riscatto in Cristo, sollecita il nostro autore a fornire all’uomo d’oggi una soluzione per non restare più subordinati ad una figura femminile inappropriata poiché mascolinizzata e a non contrapporsi più alla donna, bensì a spendersi per lei, che semplicemente attende d’essere nuovamente ascoltata e protetta.

Secondo l’autore di questo bel libro, l’uomo ritorna ad essere uomo vero facendosi padre sull’immagine del Padre, nella esempio della Sua autorità esercitata con Giustizia e Misericordia.

Egli esorta perciò gli uomini ad alzarsi dai propri divani, poiché è giunto il momento di riprendersi quel giusto ruolo che le donne si aspettano da loro.

A questo proposito l’autore confessa di aver imparato molto dal suo essere padre per essere un marito migliore, ma forse altri potrebbero fare l’esperienza inversa: impegnarsi a diventare mariti migliori per vivere al meglio anche la propria paternità.

In entrambe le prospettive l’obiettivo è quello di riguadagnare la fiducia dell’altro sesso così da tornare ad incarnare i rispettivi ruoli in una relazione recuperata alla sua originaria complementarità: la Donna di Cana ha saputo dare fiducia al Figlio dell’Uomo, perché Egli manifestasse la Sua autorità e la Donna dell’Apocalisse è stata da Lui protetta da ogni male.

E nell’attuale avanzamento della cultura della morte contro la famiglia, è oggigiorno un bene sentir ridefinire i ruoli specifici dei due generi e rendere vero omaggio quella “natura” – scritta però con la “D” maiuscola – che ha così bene creato l’uomo per la donna e viceversa.

P. Michel Martin-Prével, Communauté des Béatitudes

Per la versione originale leggi: Le syndrome du panda

Standard
Storie

Che post del Caos

Dal nulla non si fa nulla e il caso non esiste.

Queste due granitiche certezze nella mia vita che giusto l’altro giorno hanno trovato ennesima conferma grazie alla figlia treenne che si è rivelata strumento d’illuminazione.

La pseudopodica figlioletta, la quale evidentemente ha ereditato i geni entropici della madre (che chi ha letto qualcuno dei miei libri sa essere l’incontrastata Regina del Caos), era seduta al tavolo, imprigionata nella sua stokke verde con cinturino di sicurezza, giusto nell’attesa che le capitasse a tiro qualche cosa da pasticciare, distruggere, strappare o rovesciare.

La mia amata consorte, con cuore di madre, stava accingendosi a preparare il desco ed ha appoggiato sul tavolo un barattolo di piselli.

Neanche a dirlo: la pargoletta prensile non riusciva a raggiungere l’agognato oggetto di devastazione, così si è aggrappata alla tovaglia e s’è trascinata a portata il barattolo con l’unico premeditato fine di rovesciarne l’intero contenuto sul tavolo.

Disastro: in una frazione di secondo, sotto i miei occhi sbarrati, un oceano di pallini verdi si è distribuito a caso rotolando velocemente su tutta la superficie del piano, mentre una lama di luce mi penetrava la mente soffocando ogni mia reazione furiosa nei confronti dell’indomita erede, della madre incauta e della sorte avversa, poiché in quell’istante di disordine improvviso una certezza ha afferrato il mio pensiero e mi ha condotto vorticosamente nei meandri di un’inutile astrazione.

Davvero il caso non esiste (e nel caso fosse esistito, tranquilli, perché ne avrei comunque sposata io la personificazione).

L’universo è regolato dall’imprescindibile legge di causa-effetto.

Ogni accadimento è lo sviluppo temporale di un altro avvenimento che l’ha causato.

Lo spettacolo che si dispiegava ai miei occhi non poteva essere attribuito al caso, poiché è l’uomo che ha coniato questo termine per definire ogni coincidenza che non riesce a prevedere, ma l’imprevedibilità di un avvenimento non dipende da uno sviluppo temporale che prescinde la legge di causa-effetto, dipende solo da uno sviluppo temporale che la conoscenza non riesce a misurare, ordinare, controllare e quindi prevedere.

L’uomo ha il controllo della realtà che lo circonda perché attraverso la misurazione delle diverse dimensioni fisiche riesce a prevedere gli effetti a cui queste, interagendo tra di loro, danno luogo.

La conoscenza umana si blocca nel momento in cui non ha più la possibilità di misurare il mondo fisico: in quel momento entra in gioco l’imprevedibilità.

L’uomo è in grado di misurare l’universo utilizzando l’unità di misura più piccola che conosce: la particella. Tutto ciò che è più grande di una particella è misurabile in termini di particelle stesse; tuttavia proprio queste ultime risultano imprevedibili, poiché per misurarle sarebbe necessario disporre di un’entità fisica ancora più piccola, che non si conosce.

In teoria, se si fosse in grado di misurare anche le particelle si potrebbero prevedere i legami di causa-effetto che ne regolano l’interazione, attraverso i quali si potrebbero prevedere i legami di causa-effetto per le unità immediatamente superiori, e così via: partendo dal microcosmo fino al macrocosmo.

Ecco che allora, riemergendo bocconi da quella sequenza repentina di pensieri peregrini ho contemplato il disastro compiuto dall’amata figliola individuandone la trama nascosta: poiché è vero che, di primo acchito, davanti al famigerato barattolo di piselli secchi riverso sul tavolo il mio occhio limitato è in grado di osservare soltanto che questi si sono sparpagliati a “caso” rotolando, scontrandosi e fermandosi una volta esaurita l’energia cinetica che li ha mossi. Ma in realtà, se avessi avuto a disposizione capacità di misurazione infinita e capacità di calcolo infinita avrei potuto prevedere l’esatto movimento di ogni singolo pisello prima ancora che il barattolo fosse rovesciato: avrei saputo infatti l’esatta posizione di ogni pisello nel barattolo, l’esatta ruvidità interna del barattolo, l’esatta rotazione del barattolo mentre si svuotava e quindi il movimento di ogni singolo pisello mentre si scontrava con gli altri, con l’atmosfera circostante, con la superficie del tavolo e così via.

In buona sostanza, avrei avuto la chiave per interpretare l’universo e controllarlo.

Capacità infinita di calcolo e di misurazione: che sia questo il segreto della Divina Onniscenza?

Perché tanto quanto il caso non esiste, le coincidenze sì, ed è proprio attraverso questa trama di relazioni tra causa ed effetto che l’Onnipotente svolge il Suo disegno di bene in ogni istante storico di tutto e di ciascuno fin dalla fondazione del tempo.

Epperò poi è lo sguardo interlocutorio di mia moglie che mi strappa ancora una volta alla contingenza del vivere, ed è proprio incrociando i suoi occhi perplessi che una nuova luce mi svela il senso vero di tutto questo vagabondare per inconcludenti elucubrazioni.

Poiché se il caso non esiste allora finalmente ho capito: mia moglie non è disordinata, è che semplicemente proietta la sua ricchezza interiore sugli oggetti che condividono il suo stesso spazio…

Certo tesoro: li raccolgo io i piselli dal tavolo.

Standard
Cronache

Il Bastiancontrario

Lo devo confessare: fin da quando ero bambino ho sempre patito un carattere piuttosto incline ad un indomito spirito di contraddizione, tanto che spesso la mia risposta istintiva ad una qualsiasi richiesta era un no.

Crescendo(?), poi, ho faticosamente imparato ad addomesticare questo temperamento reazionario, ma ancora oggi, se debitamente sollecitato, tendo a produrmi in dinieghi ed ostinate contrapposizioni per linea di principio.

Lo sanno molto bene i miei figli, per i quali è nota la regola base per fare richieste al papà (in particolare di natura donatoria) che cita: “più insisti, meno ottieni”.

Regola tecnicamente valida anche per la moglie, ma che ella regolarmente ignora, ottenendo spesso la mia condiscendenza alle sue pretese per sfinimento, dato l’irrimediabile debole che nutro nei suoi confronti.

Pur tuttavia, invecchiando, questo spirito di contraddizione si è ravvivato, e negli ultimi tempi ho avvertito un crescendo di difficoltà a tenerlo a bada, in particolare riguardo alle circostanze di stringente attualità.

Può darsi sia una regressione ad una sorta di infantilismo, oppure una specie di reazionismo di ritorno, ma tutta questa pressante montata di politicamente corretto a me mette l’idiosincrasia addosso e mi fa venire voglia di essere, invece, politicamente scorrettissimo.

Così, ad esempio, davanti al figlio maggiore che mentre mi lavo i denti mi ricorda di chiudere l’acqua per evitare gli sprechi (secondo come l’hanno diligentemente catechizzato a scuola), mi viene voglia di aprire anche quella della vasca ed allagare il bagno.

Oppure se mentre sparecchio la moglie mi raccomanda di dividere le ossa del pollo dalla plastichina del pacchetto dei crackers per gettarli ciascuno nel suo apposito scomparto dei rifiuti, a me vien tanto la voglia di appallottolare tutto insieme e buttarlo nella tazza del cesso.
Per dire.

Davanti alla madre/moglie/suocera che mi suggerisce di non esagerare con il condimento nelle pietanze, a me vien subito la voglia di svuotare la saliera su di un panetto di burro e mangiarmelo in pinzimonio intingendolo in una tazza di olio esausto.

Se mi si viene a parlare dei benefici psicofisici della dieta vegetariana a me scatta subito l’Obelix e mi viene la voglia di prendere un vegano e mangiargli in faccia un cinghiale.
Ancora vivo.

Per non parlare poi delle varie assillanti propagande che colorano la società contemporanea: la mania ecologista mi fa venir voglia di mangiare fesa di delfino ed usare kleenex in pelliccia di cucciolo di foca, l’ideologia gender mi pompa il maschio alpha nelle vene, il Russiagate mi stimola a decorare il frigorifero con le calamite di Putin, la legge Fiano mi spinge la mascella in fuori, mentre le magliette del Che mi fan venire l’olio di ricino alle ginocchia.

Che cosa ci posso fare? Ormai è una sorta di riflesso condizionato: se mi martelli con la monomania pederasta a me sale il Vlad impalatore, se mi assilli con l’accoglienza vado a comprare il filo spinato, se mi asfissi con l’olocausto accendo il forno, se mi opprimi col burka e il ramadam mi scatta subito la crociata.

È la sindrome del Bastiancontrario, quella che davanti all’insistenza dei costruttori di ponti ti fa venire la scimmia del muratore bergamasco, quella che quando senti parlare di misericordia e tenerezza ti cresce dentro il Giovanni Battista tutto scure-ai-piedi-dell’albero e iradiddio, quella malattia per cui l’alleluja delle lampadine ti fa salire la fatwa tridentina, quella che quando qualcuno dice “Lutero” a te viene subito da aggiungere “culo! E culo chi non lo dice!”.

E lo so, lo so, sono brutto e cattivo, avete ragione, ma d’altronde sono un maschio bianco, irredimibilmente etero e convintamente monogamo, cattolico e per giunta con gli occhi azzurri: perciò sono spacciato a prescindere.

Quindi oramai non mi faccio più tanti scrupoli, e quando lo spirito di contraddizione prende il sopravvento non oppongo più molta resistenza, ma lascio che sia, quasi fosse un antidoto naturale alla venefica oppressione del politicamente corretto contemporaneo.

Ah, quasi dimenticavo: per i testimoni di geova ho installato un taser nel citofono.

Standard
Vita

Tenere il passo

Ultimamente una cosa mi ha fatto riflettere: ho notato che quando vado in giro a piedi col mio mezzanello, anche solo per una passeggiata, se lo tengo per mano (ossia quasi sempre) lui tende a farsi trascinare.

Tutte le volte io dapprima gli chiedo di stare al passo e lui si riallinea, ma dopo poco riprende a stare indietro.

Allora lo strattono dolcemente per richiamarlo ad accelerare un po’ e lui si riporta a pari, ma poi ritorna a far la zavorra.

Interrogato dalla possibilità che sia forse io ad andare troppo veloce per lui, rallento l’andatura, ma quasi subito la rallenta pure lui e così siamo punto e accapo: con io che tiro e lui che frena.

Ed ho anche provato a rallentare sempre di più il passo, eh, giusto per vedere di trovare una frequenza tale perché lui non rimanesse indietro, ma il risultato è stato che abbiamo finito per fermarci entrambi del tutto.

Ebbene, ciò che mi ha dato da pensare è che anche noialtri figli di Dio facciamo allo stesso modo con il Padre nostro: nel cammino che conduce a quel destino di comunione eterna con Lui, e che nella nostra vita si traduce nel collaborare al compimento della Sua volontà di bene per noi, ecco che noi siamo proprio come bambini che tengono per mano la Mamma Celeste nella sequela del suo Figlio, attraverso cui è il Padre stesso che ci accompagna.

Tuttavia, se siamo onesti, anche noialtri, proprio come il mio bimbo, ci facciamo quasi sempre trascinare, ed arranchiamo con fatica e/o malavoglia nel cercare di tenere il passo.

Così, spesso, pure Lui, attraverso la Madre, ci sprona a proseguire più speditamente, ma noi esitiamo nello spenderci in quella fatica che ci farebbe accelerare il passo, non ci fidiamo che stare con Lui è tutto nostro vantaggio e così tendiamo sempre ad accomodarci, a farci trascinare, che se fosse per noi soltanto, nemmeno faremmo lo sforzo di camminare, ma ci faremmo prendere proprio in braccio.

E Lui questo lo sa: Egli ci conosce e sa qual è la velocità giusta del nostro proseguire, il passo a cui possiamo andare, e per quell’Amore vero che nutre per noi e quella dignità in cui ci ha fatti nell’essere figli nel Suo Figlio, non rallenta, ma ci invita con maggior calore a starGli dietro.

Poiché sa che con l’uomo, per via di quella sua natura ferita dal peccato originale, il gioco al ribasso è sempre perdente, perciò, il più delle volte, ci stringe forte la mano e sopporta che anche noi ci facciamo trascinare.

Però mai smette di richiamarci a tenere il passo e così quando rimaniamo sordi ai Suoi appelli e rischiamo di restare indietro, Lui, attraverso gli eventi della vita, ci strattona un po’, perché ci si risvegli dal nostro tropore e ci si dia una mossa, finalmente.

Certo la nostra sicurezza è che mai Lui ci lascerà la mano, e se anche noi dovessimo sottrarGli la nostra e fermarci per capriccio, Egli non ci abbandonerà a noi stessi, ma tornerà indietro a riprenderci.

Perfino ci inseguirà se dovessimo ostinarci a cambiar cammino, e fino all’ultimo ci offrirà la Sua mano per toglierci da sentieri mortalmente pericolosi, se lo vogliamo.

Come d’altronde, se siamo ben disposti a tenere il Suo passo, Egli lo accelererà di un poco ogni volta, così che possiamo proseguire sempre più speditamente lungo la Via che ci conduce a Lui.

Per questo d’ora in poi, passeggiando con il mio bambino, esorterò me stesso a non fare per primo io la zavorra con Dio, ché se di tanto in tanto mi invita persino a correre, sia pronto io ad accogliere la fatica dello sforzo, nella consapevolezza che già durante il viaggio posso godere più appieno della Sua compagnia tenendoLo per mano ed alla fine del cammino addirittura, niente di meno mi attende che il Suo abbraccio. E per l’eternità.

Standard