Libri

La sindrome del panda

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Volevo scrivere un libro che parlasse all’uomo, dell’uomo, da uomo.
Ma che parlasse anche alla donna, dell’uomo, da uomo.
Un libro che parlasse dell’uomo e della donna, agli uomini ed alle donne, da uomo.

Volevo scrivere un libro che ricordasse all’uomo il bello d’essere uomo ed alla donna il bello d’essere donna, ma che riconducesse anche entrambi a riscoprire il bello dell’essere fatti l’uno per l’altro e non l’uno contro l’altro.

Volevo scrivere un libro che parlasse del maschio e della femmina e del loro essere meravigliosamente unici e complementari: definitivamente non-intercambiabili. Un libro serio, ma non barboso, che fosse piacevole da leggere, anzi persino divertente.

Volevo scrivere un libro politicamente scorrettissimo e per farlo non serviva altro che parlare di cose ovvie, del tutto banali, cose vecchie come il cucco, ma altrettanto vere, che però oggigiorno non si conoscono più, ed anzi dà scandalo parlarne.

Volevo scrivere un libro, un bel libro, che parlasse di quella relazione tra ruoli capace di muovere il mondo, ma che di questi tempi è stata talmente pasticciata da essere quasi irriconoscibile, da renderla talmente triste che si preferisce rifuggirla nella vita vera, per scimmiottarla in quella virtuale.

Ma soprattutto volevo scrivere un libro che desse un po’ la sveglia a quella generazione d’uomini che si sono lasciati rubare il senso buono e bello della vita, in particolare di quella di relazione, e seguendo il più facile richiamo di falsi slogan si sono lasciati instradare sulla via dell’estinzione. E manco se ne accorgono più, tanto sono impegnati a cercare pokémon anziché figa.

Volevo scrivere un libro che fosse vero ed irriverente, ortodosso ed originale, serio e faceto insieme, e con dentro anche qualche parolaccia, così: tanto per sentirmi un po’ trasgressivo.

Ecco: volevo scrivere un libro così.

E niente: alla fine l’ho scritto. Ed esce a settembre.

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Paternità

Le sorprese di Dio

L’altro giorno ho portato la mia piccolina a fare un giro nel reparto giocattoli di un megastore, qui, vicino a casa nostra. Girando per gli scaffali ho intravisto un nuovo pupazzetto della serie SuperHeroMashers occhieggiarmi accattivante e, ça-va-sans-dire, l’ho comprato “per i miei due maschietti”.

Usciti dal superstore ho colto l’occasione di un bel cestino vicino per sconfezionare il mio sbarluccicante acquisto, così da poterlo dare alla mia bimba perché si intrattenesse nel viaggio di ritorno.

Giunto a casa ho pensato di aggiungere il nuovo giocattolo alla bustona in cui i miei pargoli tengono gli altri personaggi della serie, senza dire niente a nessuno, ma con l’idea di fare loro una sorpresa la prima volta che avessero deciso di giocarci.

Già immaginavo le loro faccette sbalordite nel momento in cui avrebbero scoperto il nuovo pupazzetto.

Tuttavia le circostanze hanno fatto sì che passasse il giorno su quell’episodio senza che ci fosse l’occasione di scoprire la new-entry, perciò, il pomeriggio seguente, quando mi sono trovato a casa da solo con il mezzanello, per incentivarlo ad andare a fare un sonnellino pomeridiano che, pur stanco, non aveva intenzione di fare, gli ho promesso una sorpresa per quando si sarebbe risvegliato, al che, convinto, si è lasciato mettere a letto per un’oretta e mezza.

Quando si è svegliato, come di consueto, mi ha raggiunto in salotto e per prima cosa si è guardato in giro per cercare la “sorpresa” promessagli, quindi, non vedendo nulla che potesse soddisfare questa sua aspettativa, si è messo accanto a me sul divano con una parvenza di delusione sul viso.

Intuendo i suoi pensieri io mi sono alzato e, senza dire nulla, sono andato a prendere la bustona dei SuperHeroMashers nella sua cameretta e l’ho depositata, con una vaga enfasi, sul tavolo del salotto, quindi mi sono rimesso sul divano con lui. Quasi come per non darmi soddisfazione, lui ha finto di non essersi nemmeno accorto del mio gesto, ed è rimasto raggomitolato sul divano conservando un aria leggermente imbronciata.

Io sapevo che lui si ricordava della promessa di una sorpresa fattagli prima del sonnellino, e sapevo anche che, com’era successo altre volte, si aspettava di trovarla sul tavolo al suo risveglio, e quindi comprendevo la sua delusione e persino il suo piccolo moto d’orgoglio nel non fare nessun accenno alla questione che, indubbiamente, pendeva sul suo cuoricino di bimbo.

Davanti a quella situazione d’impasse, prima che degenerasse in un eventuale capriccio, ho provvduto io a fare il primo passo, così ho proposto al mio bambino di mettersi a giocare con i giochi che avevo messo sul tavolo, tra cui, io lo sapevo, avrebbe trovato il nuovo pupazzetto. Al che lui ha guardato la busta, poi ha guardato me, quindi ha scosso la testa, rimanendo ostinatamente al suo posto.

Allora, per stimolare la sua curiosità, gli ho suggerito di domandarsi come mai il suo papà aveva tirato fuori dai suoi giochi proprio la busta dei SuperHeroMashers e l’aveva messa sul tavolo, ma lui, dopo aver guardato nuovamente il noto contenitore, mi ha guardato interrogandosi silenziosamente su quale potesse essere il significato di quella mia domanda, quindi si è rintanato in un’espressione ancor più marcatamente imbronciata.

Evidentemente si era lasciato interloquire per un attimo dalla mia richiesta, ma constatando con lo sguardo che sul tavolo parevano esserci soltanto i suoi vecchi giochi, aveva preferito non fidarsi della mia proposta, restando nel suo più rassicurante stato di delusione.

A quel punto, visto che per una questione di orgoglio la “sorpresa” rischiava di essere rovinata, ho voluto metterla esplicitamente sul piano della fiducia: così ho detto al mio cocciuto pargoletto di fidarsi del suo papà e di provare ad andare a giocare con i giocattoli che aveva preparato per lui sul tavolo.

Ed è stato proprio in quel momento, mentre il mio bambino ragionava indeciso sulle mie parole, giocandosi la sua libertà sull’affidamento ad esse, che mi sono ritrovato a contemplare, in quella situazione di ordinaria relazione generazionale, quelle medesime circostanze che vedono il Padre offrire ai propri figli la sovrabbondanza della Sua Grazia, attendendo con trepidazione soltanto che essi ne facciano richiesta e rimanendo purtroppo, il più delle volte, deluso testimone di come questi sprechino tali occasioni rifiutandosi di farne esplicita domanda per una questione di orgoglio o anche solo per mancanza di fiducia nei Suoi confronti.

Allo stesso modo in cui anche la Madre, spesso, ha denunciato apertamente come tante volte ella sia pronta a mediare inusitate grazie celesti ai suoi figli, ma che questi, non chiedendole, lasciano che vadano sprecate.

Quante volte, infatti, anche a me capita di comportarmi come il mio bambino e, davanti ad una circostanza di vita che se scrutata con fiducia nella Divina Provvidenza realmente potrebbe rivelarsi come un’opportunità di bene maggiore, invece per pavidità od orgoglio rifiuto a priori di discernere, lasciandomi così sfuggire vere occasioni di Grazia soltanto per finire poi a mormorare sull’equivocata assenza di quel Dio in cui presuntuosamente professo di credere?

E Lui invece è lì che, come me in quel frangente di vita, scalpita perché il suo amato figlioletto si spenda un poco nella sua libera scelta di fidarsi del suo papà e, alzando quel benedetto culo dal divano, si decida a scoprire quale inaspettata sorpresa è stata preparata specificamente per lui, perché declinando al suo orgoglio, la sua gioia sia piena.

Così, l’altro giorno, il mio bambino mi è stato maestro nel suo arrendersi al mio invito con un estremo moto di affidamento e scoprire finalmente in quella busta di pupazzetti il giocattolo nuovo, dimostrandomi una volta di più di quanto realmente Dio si riveli nella relazione tra generazioni.

Perché il figlio diventi padre, ed il padre diventi figlio.

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Cronache

Star Kekk

Avevano detto che l’avrebbero fatto.

Al che già ai tempi c’è stata una levata di scudi unanime da parte dei fan, che assolutamente non volevano, adducendo come motivazione che non c’azzecca niente, né con la serie, né con il soggetto originale di Roddenberry, né più in generale con il genere fantascientifico stesso.

Ma alla fine l’hanno fatto lo stesso.

Così ieri sera ero in poltrona al cinema, munito di secchiellone di popcorn e bicchierone di coca-cola (che per la cronaca erano la mia cena) in attesa di gustarmi il terzo film della nuova serie di Star Trek (quella sulle origini della celebre compagine di spaziali), quando pronti-via, in una delle scene iniziali, si palesa l’arcano.

Dopo tre anni di viaggi interstellari, l’Enterprise attracca in una megabase planetaria della Federazione per un breve congedo del proprio equipaggio, il quale sbarca tutto bello contento di poter rivedere i propri cari.

Tra questi l’inquadratura si sofferma su uno dei protagonisti della plancia di comando, il pilota asiatico Hikaru Sulu, il quale può finalmente riabbracciare la figlioletta e, colpo di scena, il suo compagno.

Il. Suo. Compagno. Uomo.

Avevano detto che l’avrebbero fatto e l’hanno fatto davvero.

E niente: il tenente Sulu è un prendìnculo.

Ed ecco che i popcorn assumono il gusto del cartone, la coca si sgasa all’istante, il film è decisamente sotto il livello dei due precedenti e a fine serata esci dal cinema con una sola domanda in testa: “Chissà di chi è veramente figlia quella bambina”.

Pensare che persino l’attore che interpretò il personaggio di Sulu nella serie originale, George Takei (che pure è omosessuale), ha disapprovato la scelta degli sceneggiatori definendola «infelice».

Vabbé: prendiamo atto che neanche la fantascienza ormai si salva più dalla propaganda pederasta.

Però checcacchio: sono l’1% della popolazione mondiale, ma come ti giri ti giri sembra che ci siano solo ricchioni, ricchioni ovunque.

Adesso pure nello spazio.

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Vita

Confessio

«Per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà la carità di molti» (Matteo 24,12).

Questa è la frase che da parecchio tempo a questa parte mi si riaffaccia sempre più spesso in mente, quasi a tornare a farmi visita in quei frangenti di vita nei quali la confusione, oggigiorno dilagante, si acuisce, ed io annaspo boccheggiante e disorientato (più di quanto non lo sia normalmente).

Perché non so voi, ma io in questa cosa qua mi ci ritrovo in pieno.

Non che sia mai stato un campione di carità, intendiamoci; anzi, se proprio ve lo devo dire, tra le virtù teologali la carità è esattamente quella in cui sono sempre stato più scrauso (diciamo che quella in cui sono meno bollito è la speranza, forse anche per via della mia naturale inclinazione ad uno stolido ottimismo), tant’è che, se come afferma San Giovanni Crisostomo saremo giudicati sulla carità, ecco che io son messo piuttosto male, ahimè.

Ed ultimamente, come dicevo, è sempre peggio: sarà anche per via del dilagare dell’iniquità, ma io mi sento d’appartenere sempre più alla schiera di quei “molti” a cui la carità è in via di (rapido e terminale) raffreddamento.

Questo a causa di quell’impressione, ogni giorno più vivida, che mi pervade: come la sensazione di essere sotto un assedio sempre più stretto, avete presente?

Ne parlavo proprio poco tempo fa con mia moglie, usando, per descrivere noi ed i nostri figli, l’immagine di una piccola roccaforte, l’ultimo bastione di una cittadella (i nostri famigliari) che si trova all’interno di una serie concentrica di cinta murarie (i parenti, gli amici, i colleghi, i conoscenti) ciascuna delle quali mette una sorta di distanza di sicurezza dalla campagna aperta (il mondo) con i suoi prati fioriti ed i suoi campi ubertosi, ma anche con le sue foreste oscure ed i suoi fiumi impetuosi.

Ed io me ne sto di guardia sulla torre della nostra roccaforte, e mano a mano osservo i prati sfiorire ed i campi desertificare, mentre i fiumi straripano e dalle foreste escono orde di bestie feroci che si avventano sulle mura della cittadella, prendendola d’assedio, appunto.

Solo che più passa il tempo e più mi rendo conto che le difese esterne cedono, ed il nemico avanza, di cinta in cinta, sempre più all’interno, fino a penetrare, ultimamente, all’interno della cittadella, portando l’assedio, adesso, sotto le mura della nostra roccaforte.

Così mi sento come quel combattente chiamato a difendere i bastioni con ogni mezzo a sua disposizione, ma che mano a mano che il nemico avanza, si ritrova costretto a cedere terreno, ritirandosi sempre più all’interno, eppure costretto, per quanto si sforzi, a vedere le mura prima incrinarsi e poi crollare sotto i suoi occhi.

Questa è l’esatta situazione di cui, da qualche anno a questa parte, mi sento preda: se in principio mi ritenevo convocato nella difesa delle mura esterne, col passare del tempo mi sono ritrovato a dovermi ritirare sempre più verso la roccaforte, cercando di difendere ogni volta una cinta sempre più interna, e rimanendo sconfortato nel vedere i miei sforzi vanificati dall’inevitabile crollo di ogni singolo giro di mura.

E siccome le forze diminuiscono in maniera inversamente proporzionale a quanto mi aumenta lo scoraggiamento, ecco che alla fine mi sono risoluto a doverle ottimizzare, perciò ho deciso di smettere di combattere per difendere postazioni ormai perdute, e piuttosto concentrare quel che resta delle mie energie sempre più solo sui miei cari, fino a ridurmi, ultimamente, a spendermi unicamente per la mia sposa e la mia prole.

Capisco anche che questo atteggiamento possa sembrare poco “misericordioso” e magari pure poco “evangelico”, ma da tempo ormai mi sono reso conto che in questa battaglia è come diceva il compianto Robin Williams in Good morning Vietnam: “l’importante non è vincere, ma uscirne vivi”.

Perché quando il dubbio mi attanaglia ecco che una sola certezza mi sostiene, che per quanto poca carità mi rimanga, la mia responsabilità si esaurisce, in ultima istanza, nello spenderla tutta in quella sola ed unica vocazione a cui ho risposto e che realizza la mia esistenza: amare mia moglie ed insieme a lei proteggere i nostri figli.

Difendere la roccaforte della mia famiglia resistendo all’assedio con tutte le residue mie forze fino al cessare dell’intemperie, poiché solo «chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato» (Matteo 24,13).

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Storie

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Avevo tutto: soldi, fama, potere.

La gente mi idolatrava come se fossi stato un dio, il mio nome era venerato in tutto il mondo; ed io vivevo per loro, la mia esistenza stessa dipendeva da loro, tutti coloro che mi ascoltavano e mi amavano: loro mi davano tutto, ed ora non sono più nulla.

Maledico quella sera.

Avevo solo caldo e perciò non riuscivo a prendere sonno.

Mi accadeva spesso ed ormai il mio sonno e la mia veglia dipendevano dagli psicofarmaci.

Decisi di uscire a fare due passi, così andai in giardino.

Ero fuori da una decina di minuti quando vidi una figura scavalcare le mura della mia reggia.

Nessuno avrebbe potuto farlo così disinvoltamente senza far scattare almeno un mezzo migliaio di allarmi, ma lui in un balzo fu dentro e in due passi fu da me; mi stette di fronte sbavando, guardandomi con due occhi rossi come due braci ardenti.

Mi cadde la sigaretta di bocca, rimasi immobile, succube di quello sguardo da bestia.

Mi balzò addosso e mi diede “l’abbraccio”.

Da quel momento in poi mi ricordo solo una grande debolezza ed alla fine della suzione una luce; poi mi porse il braccio ed io bevvi, con la mente ottenebrata da una sete indicibile.

Mi ritrovarono il pomeriggio del giorno dopo: lì, bocconi sull’erba.

Dissi di essermi sentito male e loro ci cedettero.

Ero molto confuso: annullai le due performance che avrei dovuto tenere il giorno seguente, dormii sotto sonniferi e mi dimenticai di tutto.

Da allora iniziai a dimagrire.

Mi nutrivo di nascosto di hamburgers crudi, ne mangiavo a tonnellate, eppure ripresi lentamente la forma di un tempo.

Iniziai a spostare i miei bioritmi: dormivo di giorno e vivevo di notte.

Quelle poche volte che uscivo di giorno dovevo necessariamente mettermi degli occhiali scuri, giganteschi.

Il sesso aveva perso da tempo il mio interesse, tuttavia iniziai a farmi procurare dal mio fratellastro una ragazza diversa ogni notte e sapete cosa facevo loro? Le portavo fino all’orgasmo e mentre erano preda del godimento mordevo loro il collo e leccavo il sangue che ne usciva. Una volta riuscii a stento a controllare la mia sete che per poco quella povera ragazza non moriva dissanguata.

Ben presto mi resi conto di cosa stavo diventando; capirete che una personalità del mio calibro non avrebbe mai potuto mantenere a lungo segreta la sua vera identità, così mi decisi: inscenai la mia morte.

Entrai in un breve letargo, nulla di più facile, pagai bene i dottori che stilarono il rapporto sul mio decesso e mi dipartii il giorno prima del mio funerale.

Fu bellissimo, io ero là tra la folla immensa, ormai capace di controllare appieno i miei nuovi poteri: fu uno scherzo non farmi notare.

Sono passati quasi quarant’anni da allora, ma poco più di un battito d’ali per la mia esistenza immortale, eppure già non resisto più lontano dalla gente, lontano dalla mia musica, dai miei concerti, lontano dalla folla in delirio per il suo re.

Ma quale re! Senza di loro non sono più nulla.

Loro che continuano a venerarmi come se fossi ancora vivo.

Bella forza, sono ancora vivo! Eppure mai così morto.

Questa è la mia condanna: privato di tutto, costretto a vedere mia moglie e mia figlia scannarsi per i miei soldi; vedere in ogni dove i miei fans adorare il mio fantasma, la gloria che ero un tempo; costretto a nascondermi come un’ombra a chi ancora mi ama.

Nonostante questo ogni tanto abbasso la guardia e rinasco nel mostrarmi ancora una volta a qualche fortunato e allora subito questo grida: “Ho visto il re! Era lui!”, ma tutti lo chiamano visionario, pazzo, e non sanno che un giorno, forse, ritornerò.

Elvis Aaron Presley

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Libri

Ho letto un libro per bambini

Il Vangelo di Maria - Miniatura

di Massimo Micaletti

Ormai siamo tutti cattolici adulti, tutti abbiamo una nostra “idea” – e sottolineo “idea”, non “giudizio” – sulla Fede, sul Magistero, sul Papa e via dicendo.

Il cattoadultismo prende tutti, dal topo di biblioteca alla parrucchiera, dal cattolico della Domenica al signor quattro-Rosari-al-dì, dal kattolico a quello che: “cattolico ormai non ha significato, meglio cristiano”.

Ma qualcuno è rimasto bambino, o meglio è abbastanza maturo da poter scrivere un libro per cattolici bambini: mi riferisco ad Andrea Torquato Giovanoli e al suo Il Vangelo di Maria.

Ora: di solito non faccio recensioni, non ne ho le qualifiche, non ne ho il tempo, non penso interessi poi a molti sapere cosa leggo e che ne penso, e poi sembra sempre che t’abbiano pagato o promesso un contraccambio, ma faccio un’eccezione per questo libro.

E a dire il vero non so manco se tecnicamente questa possa definirsi “recensione”.

Mi interessa farvi sapere che l’ottica nella quale Giovanoli scrive non è quella del maestro, né quella dello studioso, bensì quella di chi condivide non solo un pensiero sui Misteri del Rosario, ma anche e soprattutto di chi vuol condividere un modo di vedere le cose.

Non è un “punto di vista”, è letteralmente uno sguardo, che poi è quello che forse dovrebbe essere proprio di ogni fede: quello del bambino.

È un modo di vedere le cose molto difficile da sperimentare, soprattutto per come viene vissuta la fede ora: da un lato, anche per chi si ammanta di umiltà, il Magistero diventa solo un punto di partenza per speculazioni e raffronti con “altre fonti”, spesso tutt’altro che oggettive, nei confronti della Chiesa, la Sposa di Cristo; dall’altro, la fede diventa un’esperienza emotiva, in definitiva chiusa in se stessa, una sorta di balsamo per un malessere esistenziale e nulla più, ed il Magistero una raccolta di autorevoli aforismi dai quali piluccare quelli più gustosi ed adatti all’umore del momento.

Ne Il Vangelo di Maria, dinanzi al Mistero dell’Incarnazione, al dramma della Crocifissione, alla gioia della Santa Vergine e di San Giuseppe per il ritrovamento di Gesù al Tempio, così come al dolore immenso di Maria per il proprio Figlio sfigurato, insultato e deriso sulla via del Calvario, lo sguardo è sempre di chi si fida e si affida. Di chi si fa un sacco di domande, ma non perché non creda a chi gli sta parlando, bensì perché, con umiltà e curiosità, vuol sapere perché e percome succedono certe cose meravigliose e tremende.

E le risposte si trovano nei dettagli e nelle digressioni che Giovanoli tratteggia e colma attingendo a piene mani dal Magistero e dalla storia della Chiesa, con amore tangibile per Gesù e per la Vergine, ma senza fantasticare o perdersi in suggestioni sentimentali.

Così pure, ad esempio, il soffermarsi sulle torture e sofferenze che Gesù patì mi fa pensare a quel bimbo che dinanzi ad una scena paurosa non distoglie lo sguardo, ma si aggrappa con tutte le sue forze al papà o alla mamma pur continuando a fare capolino. Il patimento ed il dolore di Gesù vengono descritti vivamente e crudamente, ma sempre alla luce della Resurrezione del Cristo e della presenza di Maria. Le parole sono semplici, i periodi netti, ma incisivi.

Si tratta, in buona sostanza, di un libro di grande profondità e di altrettanto efficace immediatezza: un bel dono alla devozione a Maria, Madre ed Avvocata di tutti noi cattolici.

Perciò leggerlo è stata una bella esperienza, che si può rinnovare ad ogni meditazione dei Misteri del Rosario.

Ed è per questo che ringrazio Andrea, a cui sono, in qualche modo, debitore.

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Paternità

Premura senza premura

Oggi, nel tardo meriggio, mentre uscivo per andare a prendere i pargoli a scuola, sono passato per il cortile del condominio dove abitiamo, che a causa della canicola era deserto, ed ho incrociato una nonna che faceva prendere un po’ d’arietta alla nipotina appena nata, ancora ben nascosta nella sua carrozzina.

Passeggiava lenta, conducendo la carrozzella entro l’ampia zona d’ombra, quando ad un tratto si è fermata, ed armeggiando nella culletta, ha sussurrato alla nipotina: “Uh, ma questo sole è proprio noioso, aspetta che ti sposto la cappottina così: ecco, adesso non c’è più quel brutto raggio a darti fastidio…”.

Quindi ha ripreso a girare per il cortile, camminando senza fretta, con l’unico impegno di dedicare tutto il proprio tempo e le sue attenzioni alla sua piccola accudita.

Per me è stato proprio un attimo: in ritardo come sempre, avevo una gran fretta ed ho giusto attraversato il cortile avventandomi a passo celere verso il cancello d’uscita mentre, da buon Milanese Imbruttito, già mettevo mano al radiocomando dell’auto.

Ma mi è bastato gettare uno sguardo di lato per assistere a quella scena e mettere in moto pensieri che mi hanno accompagnato per tutto il tragitto verso la scuola dei miei figli.

Perché mi è sovvenuto alla mente il ricordo di quei momenti che hanno visto anche me alle prese con i miei bambini appena nati, e di quanto, in quei primi mesi della loro vita, davvero tutte le tue attenzioni sono rivolte a loro, e nella tua vita pur attraversata da tutti gli impegni quotidiani, riesci comunque a trovare ritagli di tempo esclusivo per loro, per accomodarli in ogni più piccolo dettaglio, poiché in quei primissimi frangenti della loro vita assapori in maniera del tutto particolare quanto essi siano realmente un tesoro preziosissimo, e come tale li tratti.

Finché poi loro crescono in fretta, e la vita torna invadente a reclamarti, ma soprattutto, dopo quelle primissime settimane di puro idillio, tu finisci per abituarti alla loro presenza, che inizi a dare per assodata, e l’attenzione per essi rientra in un range di normalità.

Ché funziona un po’ così, no? Come una specie d’innamoramento: appena nati i tuoi figli ti rapiscono letteralmente gli occhi ed il cuore, stai ore a contemplarli, e quasi fai a gara con tua moglie per prendertene cura.

Poi però questa prima fase (che in alcune circostanze rischia di rasentare la morbosità) va via via scemando, e quella relazione esclusiva con loro si ridimensiona ad un normale rapporto tra genitore e figlio.

Questo però assume una dimensione diversa tra nonno e nipote, poiché a differenza dei genitori, entrambi sono molto più liberi dall’assedio stringente della quotidianità: i nonni, normalmente, diventano tali quando hanno già raggiunto quella stagione della vita in cui il tempo torna generoso, come da bambini, e la giornata presenta tanti spazi vuoti che puoi riempire con una dedizione maggiore per le piccole cose.

Così ritorni ad innamorarti di quei piccoli fantolini, come quando fosti novello genitore, ma questa volta il tempo si dilata e la fase in cui trascorri ore a contemplarli con occhi adoranti dura molto più a lungo.

Tanto che proprio riscorrendo mentalmente (e con una puntina d’invidia) quella scena intravista in cortile, mi sono ritrovato a pensare a come anche quel Padre Celeste si comporti con i suoi figli un po’ come quella nonna, tanto piena di premure quanto priva di premura: anch’Egli verso ognuno dei suoi figli rimane soggiogato in una sorta d’imperituro innamoramento.

Anch’Egli, istante per istante, dedica a ciascuna di quelle Sue amatissime creature cure davvero esclusive, guardando ognuna di esse con occhi contemplativi, e pur rispettandone la libertà fino allo strazio del rifiuto, non smette un momento di spasimare per ognuna, come se fosse l’unica.

Poiché al Suo Cuore di Padre ognuno dei Suoi figli è realmente un tesoro preziosissimo.

Ed anch’Egli, come quella nonna premurosa, ogni figlio che a Lui si affida lo accompagna nel cammino fino al termine dei suoi giorni, riparandolo con la Sua Ombra.

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