Fede

Chiesa è femmina (?)

L’altra sera eravamo a tavola e la piccolina era in vena di buscarle.

Fin dall’inizio della cena, infatti, ha fatto storie per il cibo, giocava con le posate, faceva le bolle con l’acqua da bere ed ha persino rovesciato il bicchiere (che per fortuna era quasi vuoto): insomma ne infilava una dietro l’altra, rognando e frignando nelle pause.

Tant’è che se non fosse che ha solo tre anni mi sarebbe venuto il dubbio che potesse avere il “marchese” da quanto era insopportabile.

Ad un tratto, poi, si è messa a mangiare i maccheroni con le mani.

Mia moglie ed io l’abbiamo richiamata più di una volta, ma lei niente: come per sfidarci ha continuato senza fare una piega, al che io l’ho rimproverata ad alta voce, intimandole di smetterla e lei, per tutta risposta, mi ha guardato in faccia e mi ha ribattuto stizzita con un secco “No!”.

A quel punto io stavo già per diventare tutto verde e muscoloso, mentre il figlio maggiore a testa bassa sussurrava tra i denti un fraterno e preoccupato “oh-oh” ed il mezzanello mi guardava con gli occhi spalancati ed un sorrisetto sadico in attesa che sulla sorellina si scatenasse l’armageddon.

Siccome però mia figlia ed io siamo seduti ai capi opposti del tavolo e poiché, essendo un maschio, sono troppo pigro per alzarmi e fare il giro per raggiungerla, ho chiesto a mia moglie, per cortesia, di darle una “pacca” (che tradotto dal “giovanolese” significa dare una sberletta secca sulla mano).

L’amata consorte, arrabbiata quanto me per quell’atteggiamento irrispettoso, ha obbedito alla mia richiesta, ma il suo cuore di madre è riuscito a produrre soltanto una specie di buffetto sul braccio di nostra figlia, più simile ad una ruvida carezza che ad uno schiaffetto, tanto che la piccola ribelle non ha fatto neanche un plissè.

Io alla vista di quella scena di irrimediabile mollezza materna ho protestato verso la mia dolce metà chiedendole cosa fosse quell’aborto di sberla e se per caso avesse intenzione di rincarare la dose chessò, magari con un bacio oppure con dei grattini…

E niente: mia moglie s’è messa a ridere e con lei tutta la prole, il momento drammatico si è sciolto in burletta e la “questione educativa” è andata a farsi benedire.

Risultato dell’ilare siparietto è stato che nostra figlia ha continuato con rinnovato entusiasmo a mangiare i maccheroni con le mani, ed anzi, visto che con il suo comportamento di sfida aveva ottenuto le risate di tutta la famiglia, ha cominciato anche a giocherellarci colla pasta: infilandosi in bocca il maccherone per dritto e fischiandoci attraverso come se fosse una sorta di flauto (e sputacchiando saliva unta da tutte le parti).

E lì mi è toccato alzarmi e massacrarla di botte.

Ok, no, non è vero (figurati: la mia bambina!), ma ho comunque dovuto intervenire d’imperio per far rientrare nei cardini la situazione, esercitando con durezza la mia naturale autorità di pater familias.

Ecco: ho descritto questo banale episodio domestico perché ritengo sia esatto nell’illustrare, una volta di più come, davanti ad un comportamento sbagliato, un atteggiamento eccessivamente “accogliente” (potremmo dire eccessivamente materno), non faccia il vero bene di chi, quel comportamento sbagliato, dovrebbe invece correggerlo.

Ed io lo capisco che mia moglie, per il suo essere visceralmente mamma, nei confronti degli amatissimi frutti del suo grembo (sangue del suo sangue) non abbia nelle sue corde quella severità delle volte necessaria a correggerli con durezza, perfino a castigarli.

Ed è per questo che ci stanno i padri: essi, in quanto maschi, godono di quel sano distacco dalla carne intrisa di emotività e sentimentalismo, che consente loro di perseguire il vero bene dell’amato anche attraverso la dura correzione o persino il castigo.

L’atteggiamento “misericordioso” di mia moglie ha lasciato che a nostra figlia passasse un messaggio quantomeno equivoco: ossia che il suo sfrontato rifiuto di correggere un suo comportamento sbagliato (il mangiare con le mani), non fosse poi così grave, visto che non era incorsa in una vera punizione, ma anzi aveva suscitato le risate persino di chi l’aveva ammonita, tanto da sentirsi incoraggiata a rincarare la dose, peggiorando ancor di più la sua situazione.

Questo perché il gioco al ribasso è sempre perdente con quella creatura umana la cui natura è ferita dal peccato originale, tanto più quando viene attuato per mancanza di rigore, inteso come quella capacità virile di saper disciplinare anche con durezza la persona amata che indulge nell’errore.

E questa incapacità di vigore, oggigiorno, affligge anche e maggiormente quella Chiesa che è sì “madre”, ma che è pur sempre costituita, fin dalle origini, da apostoli e sacerdoti vocati ad essere “padri”.

In questa società contemporanea ormai deprivata da ogni figura paterna, la Chiesa rimaneva l’ultimo baluardo in cui si poteva ritrovare quella virtù maschile non rammollita dalle becere farneticazioni del femminismo.

Adesso, purtroppo, non più.

Eccedendo nel farsi “eunuchi per il Regno”, i pastori di anime sono finiti per rimanere castrati da quelle medesime logiche mondane del buonismo ad oltranza e del sentimentalismo femmineo (per non dire effemminato).

A furia di immischiarsi senza discernimento col mondo (pur non essendo invece, per origine e vocazione, del mondo) attualmente la Chiesa è passata dall’essere madre all’essere dapprima mamma, per poi finire, ultimamente, a ritrovarsi “mammona”.

E s’acuisce, per chi se ne sente ancora (e nonostante tutto) figlio, la nostalgia di quei sacerdoti veramente padri, che senza venir meno alla misericordia mettevano in atto la giustizia, accogliendo sì, ma a precise condizioni, che erano poi quelle necessarie al vero bene di colui che aveva bisogno d’essere accolto: ossia alla salvezza della sua anima.

Come quel santo sacerdote d’Ars, che nei confronti di chi andasse a confessarsi con peccati gravi o reiterati, aveva le palle di rimandare l’assoluzione ad una volta che si fosse espletata la penitenza, accomiatando il fedele con il preciso appuntamento di ritornare a ricevere il perdono di cuore una volta emendatosi fattivamente.

Ché il perdono di Dio è sì sollecito, ma non privo di condizioni: esso vuole il riconoscimento e l’accusa del peccato, il dichiarato pentimento ed il proponimento della conversione.

Ogni altra forma di perdono, perdono non è, ma inganno, poiché non persegue il vero bene dell’accolto, ma lascia l’errante nell’errore, con buona (falsa) pace della coscienza di chi scusa e di chi è scusato.

Gesù per primo, dando il mandato ai Suoi apostoli ad annunciare il Suo Vangelo (non quello loro, ma il Suo), è stato categorico nell’avvisare che chi avrebbe creduto sarebbe stato salvato, ma chi non avrebbe creduto sarebbe stato condannato.

Perché la natura ferita dell’uomo è tale che questo, spesso (e soprattutto quando è incrudito nel peccato) abbia bisogno anche dello spauracchio dell’inferno, di una bella sberla in faccia che gli apra gli occhi sulla realtà della dannazione eterna.

Questa è una Verità oggi talmente in disuso anche all’interno di quella madre Chiesa rivestita di tanto politicamente corretto, che s’è dovuta scomodare la Madre di Dio in persona a ribadire l’esistenza del demonio e dell’inferno, e a raccomandare il ritorno al sacrificio ed alla penitenza per la salvezza delle anime e la conversione dei peccatori.

Alla luce di tutto ciò, allora, il mio auspicio è il medesimo augurato ad ogni uomo: che i padri di famiglia tornino a fare i sacerdoti della chiesa domestica ed i sacerdoti tornino a fare i padri della famiglia umana, riscoprendo il buono ed il bello di quell’autorità naturale concessa da Dio ad ogni maschio, perché attraverso il retto esercizio di essa, conduca al suo vero bene ogni loro figlio, quel destino di salvezza cui ognuno è convocato ad attendere.

Perché è vero che la Chiesa è femminile, ma il Ministero è inequivocabilmente maschile.

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Relazione

Pratica del Genere

Simboli di Genere

Ultimamente, cazzeggiando un po’ sui social, mi è capitato d’imbattermi in un post che illustrava i differenti modi con cui, nei vari ambiti del quotidiano, i maschietti e le femminucce fanno le medesime cose, simpaticamente rappresentati da diagrammi, grafici ed illustrazioni schematiche.

La raccolta era piuttosto divertente, oltreché veritiera, ma nella variopinta gamma di differenze, l’ultima mi ha particolarmente colpito, nonché fatto riflettere, poiché metteva a confronto il modo in cui si lava un uomo con quello in cui si lava una donna, attraverso due immagini che rappresentavano le rispettive sagome ed in mezzo tra le due una scala cromatica che andava dal bianco al rosso intenso (dove il bianco sta per un risciacquo veloce ed il rosso intenso per una pulizia accurata con vigoroso sfregamento).

Ebbene: le zone che il maschio si lava accuratamente sono i capelli, la barba, le ascelle ed il pube. Il resto del corpo diciamo che più o meno lo accarezza con le mani insaponate, mentre per le mani ed i piedi lascia che sia l’acqua della doccia stessa, che scorrendo, si porti via quello che c’è da togliere.

La femmina invece era raffigurata completamente di un rosso intenso, ossia le donne si lavano strofinando con forza TUTTO il corpo: dall’ultima doppiapunta all’interstizio tra pondolo e millino.

A parte il fatto che rimane una verità assoluta che l’acqua, scorrendo, si porta via quello che c’è da togliere (prima dell’avvento del sapone l’uomo si limitava a pucciarsi in uno stagno quel paio di volte l’anno e non è che puzzava più di oggi), quello che mi ha lasciato un po’ perplesso è questa leggenda urbana che vuole il maschio (molto) meno incline a lavarsi della femmina: maddài, nel duemilaediciassette siamo ancora qui a riproporre ‘sti stereotipi stantii?

Assì, dite?

E va bene: ammesso e non concesso che sia vero, occorre però chiarire un paio di cosette.

Prima di tutto è una questione di fiducia: il maschio è meno ansioso della femmina (il cervello della donna, infatti, ha l’area deputata alla creazione dell’ansia quattro volte più sviluppata di quella della sua controparte virile) e quindi egli, poiché meno incline a dover tenere tutto sotto controllo, è più portato a delegare, a fidarsi, ed in questo caso specifico, se non teme così tanto lo sporco, evidentemente è perché ha più fiducia nel proprio sistema immunitario.

Eppoi (ma non meno importante) c’è anche la questione ormonale: il maschio ha una gamma più ristretta di sbalzi ormonali, tendenzialmente gliene girano soltanto due (un po’ come le palle): il testosterone e l’adrenalina, mentre invece nell’organismo femminile gli ormoni fanno festa giorno e notte, danzando impazziti in un tripudio di gamme di umori, ed ogni flusso lascia una prepotente traccia di sé in termini di odori e secrezioni, da cui una maggior necessità di lavarsi.

La donna infatti c’ha gli estrogeni, il progesterone, la serotonina, la melatonina (che però, viste le stravaganti modalità del sonno femminile, evidentemente o è poca o funziona male), l’ormone dell’ansia, l’ormone del controllo, quello dell’isteria, quello dello shopping compulsivo, quello che le fa piangere per nulla, quello che le fa ridere come delle sceme (ma che se glielo fai notare s’incacchiano di brutto), l’ormone del vaniloquio, quello dello sproloquio e molte anche quello del soliloquio (come mia moglie, che fa la radiocronaca in diretta di tutto quello che ha fatto, sta facendo e sta per fare, alternandola alla descrizione minuziosa in tempo reale di ogni suo moto interiore: psichico, spirituale nonché fisico – tesoro ti amo tanto).

Si capisce bene che tutti ‘sti sbalzi ormonali lasciano delle scie dentro e fuori di lei, ogni ormone ha il suo odore precipuo e quando si alternano due ormoni opposti ecco che la femmina percepisce l’aroma dell’ormone precedente come molesto e quindi, in preda all’ormone attuale suo nemico naturale, corre a lavarne via i residui secreti.

Nell’uomo invece questo problema (come molti altri) non sussiste, poiché gli odori del testosterone vanno d’accordissimo con quelli dell’adrenalina, anzi la loro combinazione gli dona quel tipico aroma da maschio alpha che tanto piace alle donne (anche se non l’ammetteranno mai).

Il fatto è che, come per ogni altra singola e benedetta cosa, il maschio e la femmina hanno due modi differenti anche di concepire il proprio corpo: l’uomo intende la sua fisicità come una sorta di macchina, un motore che gli consente di compiere azioni, e come ogni ingranaggio ben funzionante è normale che questo sia un po’ unto e pungentemente odoroso, inoltre, come per ogni buon meccanismo, finché esso funziona, tendenzialmente è meglio non metterci mano, che se lo pulisci troppo, poi s’incricca.

La donna invece, ha iscritta nell’intimo la consapevolezza che il suo corpo è un tempio pulsante di vita, profondamente organico, in continua, ciclica, mutazione, poiché tutto centrato ad essere dono per l’altro: dono per l’uomo, perché nella cura della sua bellezza sia capace di attirarne lo sguardo e nel profumo della sua purezza sia per lui abbraccio accogliente atto ad ospitarne la virilità feconda, ma soprattutto dono per la vita nascente, perché nella salute dell’intima igiene del suo ventre possa trovare ospitalità e sicurezza ogni nuova generazione.

Ché tale è la ricchezza di quella differenza binaria tra l’uomo e la donna.

Ma tutt’altro che contrapposti, i due sessi sono invero fatti per la complementarietà: dotati di una stessa natura, hanno però una costituzione biologica orientata al peculiare ruolo che ciascuno di essi ha all’interno dell’ordine specifico, così come ben rappresentato dai quei due simboli che in zoologia identificano i sessi (avete presente no? Quei due disegnini raffigurati nell’immagine qua sopra).

Un’origine condivisa descritta da quel circolo che li accomuna, ma caratteristiche biologiche differenti rappresentate da quei due segni di forma diversa: una freccia per il maschio ed una croce per la femmina.

Una freccia per indicare quella capacità tutta maschile di puntare dritto all’obiettivo, sia nel perseguimento di una meta che nella ricerca della soluzione ad un problema (provate a pensare al modo in cui gli uomini fanno acquisti).

Una freccia ben ancorata al suo tondo, simbolo del mondo e della famiglia umana, ma che pure tende in alto, evidenza di quel destino assegnatogli per natura: condurre al Cielo.

Per la donna, invece, una croce: ad indicare quella sua natura che la voca al dono di sé per l’altro, sia nella generazione che nel servizio ai suoi cari, ma una croce che è posta sotto quel tondo che rappresenta il mondo, segno che con il suo farsi dono la donna è in realtà proprio colei che ne regge le sorti, ché senza di lei il consorzio umano non ha orizzonte né futuro.

E tuttavia, infine, è proprio accostando questi due simboli l’uno accanto all’altro che emerge quella verità profonda che intreccia i destini di entrambi i sessi in quel moto perpetuo d’amore che dona senso al vivere e che smuove il mondo: quell’evidenza manifesta dell’eterna dinamica tra i generi.

Ossia di come la freccia dei maschietti sia sempre tesa ed orientata al cerchietto delle femminucce…

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Cronache

Scacco al Re

Verrà la guerra.

Non durerà a lungo, ma sarà atroce e spietata: farà un sacco di morti e lascerà dietro di sé una devastazione mai vista prima.

Non è un oracolo, questo, né una profezia, ma l’epilogo umanamente prevedibile di questo tempo perverso.

Alla luce dei numerosi indicatori ormai evidenti, infatti, non è più tanto una questione di “se”, ma piuttosto di “quando” comincerà il conflitto armato.

I segnali certi sono noti ed elencabili quanto innegabilmente concomitanti ed ordinati a tale conclusione, e cercheremo di esporli in ordine sparso qui, dimenticandocene sicuramente qualcuno (e ragazzi: se persino il sottoscritto se ne è accorto ed è riuscito a metterli insieme, significa che sono davvero eclatanti).

La perniciosa campagna mediatico-economica statunitense ed europea contro la Russia di Putin è sotto gli occhi di tutti, e che essa sia pregiudiziale e propagandistica è un fatto, ma con il passare del tempo si sta acuendo in maniera ideologicamente drastica e dissennatamente falsa (tanto da ottenere in molti quasi l’effetto opposto a quello desiderato) e questo è un segnale preoccupante.

All’ultimo concilio di sicurezza delle Nazioni Unite, ad esempio, l’invettiva del rappresentante britannico Matthew Rycroft contro l’operato della Russia in Siria (basata tutta sulla pretestuosa questione delle inesistenti armi chimiche) è stata talmente astiosa e provocatoria da scatenare la reazione del rappresentante russo Vladimir Safronkov che ad un certo punto ha avvertito il (poco) diplomatico inglese con un testuale e perentorio: “Non osate offendere la Russia”.

Questo è soltanto un segno di quanto aperta e feroce sia diventata la campagna denigratoria anti-russa, tanto che persino il presidente americano, non più tardi di quattro giorni fa, davanti ai leaders dell’Alleanza Atlantica ha parlato di “minacce dalla Russia alle frontiere orientali e meridionali della NATO”.

Peccato però che sia la Russia ad essere premuta sui suoi confini europei da un vero e proprio esercito dotato persino di mezzi pesanti e difese anti-missile, dislocato sfacciatamente con la complicità delle nazioni limitrofe all’ex unione sovietica.

Ed anche questo è un fatto: le armate atlantiche sono già posizionate ed in assetto di guerra, non solo sul suolo europeo, ma anche lungo le coste del pacifico.

È di tre giorni fa la notizia che il Ministero della Difesa cinese ha nuovamente esortato la marina USA a porre fine alle provocazioni nel mar Cinese Meridionale. E se è vero che le portaerei americane si trovano al largo delle coste cinesi per via delle tensioni con la Corea del Nord, è altrettanto vero che, a tutti gli effetti, la marina statunitense si trova già dislocata lungo i confini marittimi del più sicuro alleato della Russia in caso di un conflitto armato (e comunque in una posizione già avvantaggiata nel caso di ricollocamento lungo le coste orientali della Russia, eventualmente).

Vien quasi da pensare che l’inconcludente crisi con la Corea del Nord possa essere stata una scusa per avvicinare la marina americana ai confini oceanici della Russia.

Ed il tour di visite di Donald Trump di quest’ultima settimana non ha fatto altro che conclamare l’esacerbazione di un clima già esasperato a Washington: il contratto miliardario stipulato coi sauditi è il sintomo di quanto l’economia americana sia ad un passo dal tracollo; un ventennio di politica economica basata sul debito e speculazioni finanziarie selvagge hanno atrofizzato la capacità produttiva del paese, lasciando un’unica industria florida, quella degli armamenti.

E siccome d’abitudine l’America risolve le sue crisi economiche “esportando la sua democrazia” in qualche paese (tendenzialmente lontano dai patrii confini e militarmente insignificante), anche a questo giro s’è inventato un nemico con cui entrare in guerra, solo che stavolta hanno fatto male i conti: la Russia di Vladimir Putin non è l’Unione Sovietica, e se fino adesso l’orso russo ha sopportato pazientemente tutte le provocazioni di USA ed UE, non significa affatto che non sia pronto ad entrare in conflitto aperto in maniera poderosa, se messo in condizioni di doverlo fare (per la cronaca: nel Mar Mediterraneo sono cominciate le esercitazioni della Marina Russa).

La storia insegna che la Russia non ha mai iniziato le guerre, ma le ha sempre concluse, e l’escalation di provocazioni fatte nei suoi confronti sta raggiungendo i limiti dell’assurdo (di cui l’espulsione dei suoi diplomatici dalla Moldavia e l’Estonia è solo l’ultima).

Si pensi solo a quell’ottobre del 1962, quando l’istallazione sovietica di una base missilistica a Cuba portò le allora due superpotenze tanto vicine ad un conflitto nucleare, e poi si confronti quella provocazione con le numerose basi missilistiche della NATO piazzate nei paesi dell’est Europa, o il vero e proprio esercito dislocato lungo i confini Russi impegnato in continue esercitazioni militari: a parti invertite gli Stati Uniti avrebbero già sparato missili a tappeto da un pezzo (visto che sono bastate due lacrimucce di Ivanka Trump alla vista del fake-movie sui bambini siriani gassati col sarin per far sparare al presidente una sessantina di Tomahawk su di un inutile bersaglio, così, a mo’ di rappresaglia).

Ma non si creda che la pazienza di Putin durerà in eterno: è di un mese fa (26 aprile) la notizia che il Tenente Generale Viktor Poznihir, Vicecapo del Direttorato Principale delle Operazioni delle Forze Armate Russe, alla Conferenza Internazionale sulla Sicurezza a Mosca ha dichiarato che il Comando Operazioni dello Stato Maggiore Generale russo ha concluso che Washington, nella ricerca di un’egemonia globale, stia implementando un sistema missilistico anti-missile che possa impedire una risposta nucleare russa ad un attacco preventivo di tipo nucleare da parte degli Stati Uniti.

Ovviamente la cosa è stata completamente ignorata da tutti i media occidentali: soltanto Russia Today e la Times-Gazette di Ashland (Ohio) hanno coperto la notizia, che però è comunque girata sui vari siti internet, venendo alla luce a dispetto dell’ostracismo mediatico mainstream.

Ora: non si creda che, nel momento in cui la Russia si vedesse realmente in pericolo di attacco, non esiterebbe ad anticipare l’avversario, con effetti devastanti non solo per gli USA, ma anche, se non soprattutto, per l’Europa.

Questa è la situazione ad oggi, ed un’ulteriore conferma delle reali intenzioni dei neocon americani di muovere una guerra totale contro la Russia è emersa anche dal dossier di Germano Dottori riportato dalla più autorevole testata italiana nel settore della geopolitica (Limes di aprile), da cui emergerebbe la strategia americana più che ventennale nel contrastare il rinascimento della superpotenza euroasiatica su ogni fronte, dallo scatenamento delle “primavere arabe”, alle dimissioni forzate di Berlusconi (reo di intrecciare forti relazioni politico-economiche con Putin) e fino a provocare l’abdicazione di Benedetto XVI (reo di perseguire con efficacia la riunificazione con la Chiesa Ortodossa).

Tutto questo suffragato anche dalle mails della ex-candidata alla presidenza Hillary Clinton rese pubbliche da Wikileaks, in cui emergerebbe palesemente la ferma posizione anti-russa di Obama e della stessa Clinton, inclusiva dell’intenzione di un  cambio di regime in Vaticano (per un eventuale approfondimento si legga qui).

Ed è proprio per perseguire questo annoso piano che a Washington lo “Stato Profondo” non cessa la campagna infamante contro l’eletto presidente Trump, (il quale da par suo si è dato un bel daffare per crearsi il vuoto intorno) e che ora, pur essendosi lasciato addomesticare non poco, verrà comunque segato da un ormai inevitabile impeachment organizzato pretestuosamente ai suoi danni proprio sul fake-dossier del Russiagate (le ultime dichiarazioni della Merkel sull’attuale temporanea inaffidabilità degli Stati Uniti suonano tanto come una sentenza per Trump in questo senso), per poter rimettere ai vertici degli USA un burattino dei neocon che possa portare a termine quell’agenda pluriennale che mira al conflitto con la Russia.

E la cosa potrebbe essere più imminente di quanto non si pensi, poiché le micce accese per il deflagrare di una terza guerra mondiale (che vedrebbe schierati sui due fronti principalmente USA ed Europa contro Russia e Cina) sono parecchie: una schermaglia aerea in Siria (o l’assassinio di Assad) ad esempio, oppure una provocazione di troppo degli ukronazi nel Donbass o in Crimea; un gesto pazzo da parte di una a scelta tra Estonia, Lettonia o Lituania, ma anche un’improvvisa esasperazione della “crisi coreana”, od un tentativo serio di “primavera russa” (a proposito: occhio che per il 12 giugno sono previste manifestazioni in 212 città russe, tra cui Mosca, organizzate dal movimento dissidente sponsorizzato Soros&Co di quella risibile marionetta di Alexei Navalni).

E non si dimentichino i Balcani: nonostante quasi nessuno ne parli, lì la situazione sta diventando incandescente, con il ritorno di voglie espansionistiche dell’Albania, la riottosità anti-russa del Montenegro, e soprattutto la resistenza della Serbia ad un arruolamento coatto nella NATO che, nel caso avvenisse, costringerebbe proprio la Russia ad intervenire pesantemente.

Tutto questo riporta indietro l’orologio della storia a quei momenti in cui la terza guerra mondiale pareva inevitabile, come nel ’62 con la “crisi cubana”, oppure come nel 1983 con l’esercitazione Able Archer e l’escalation missilistica nella Germania ancora divisa.

Tuttavia la differenza con lo stato attuale è che allora le classi politiche di entrambi i paesi erano consapevoli degli effetti apocalittici di un conflitto nucleare e, assennatamente, ebbero fino all’ultimo la volontà di evitarlo.

Oggi, invece, pare al contrario evidente una ferma volontà, sia da parte americana che da parte europea, di scatenare uno scontro bellico con la Russia (è di oggi la notizia che il senatore capo della Commissione per i Servizi Armati Americani John McCain, durante un intervista alla ABC ha dichiarato che: “il pericolo più grande per la democrazia e per il mondo occidentale è rappresentato dalla Russia”), e fino ad ora, soltanto il polso fermo e la freddezza da navigato stratega di Putin ha saputo resistere all’escalation di provocazioni occidentali. Costui, sembra invero essere l’unico capo di stato ad aver chiaro che una terza guerra mondiale consisterebbe nel suicidio dell’umanità e nella sostanziale distruzione del pianeta.

Alla luce di tutto ciò capite bene che un tale investimento di soldi, armamenti, propaganda, energie e tempo non verrà certo vanificato, ed è proprio per questo motivo che la guerra, alla fine, ci sarà.

Poiché al di là dei fatti fin qui elencati che dimostrano come ci sia una premeditata, condivisa ed ossessiva volontà di conflitto da parte dell’occidente, questa partita a scacchi per le sorti del mondo è giocata, in realtà e prima di tutto, su di un piano che trascende il materiale, ma che ha origine e causa movente nello spirituale.

Le mire del principe di questo mondo, che in questo secolo ha avuto modo di scatenare tutte le sue legioni, proprio da un ventennio a questa parte ha incrudito la sua azione con un giro di vite di quei poteri al suo servizio che controllano il globo proprio verso l’estinzione del genere umano su tutti i fronti: con la promozione massiva dell’aborto, della contraccezione, dell’eutanasia, ma anche dei disordini della sessualità contronatura (e quindi costituzionalmente infertile) ed in generale con la diffusione di una cultura mortifera dominante che tende alla disperazione e all’annichilimento.

Però, siccome l’astio dell’angelo ribelle verso Dio non si limita all’odio contro l’uomo, ma anche contro la Creazione stessa, ecco che esso infine, allo scadere di questo tempo di tenebra concessogli, muove i suoi pezzi sulla scacchiera nell’attentato finale a Colui che di questo mondo e di tutto il Creato è il solo e vero Re.

Poiché, come detto in precedenza, più volte, nel corso di questo secolo anticristico, tentò invano lo scacco, ma questa volta, che è anche l’ultima, ho l’impressione che la Regina non interverrà in favore dei pedoni, poiché questi hanno lasciato pervicacemente cadere nel vuoto tutti i suoi avvertimenti, cosicché lo scacco parrà essere matto.

E nella passione che contraddistingue questo nostro tempo, soltanto dopo che il calice amaro sarà stato bevuto fino all’ultima goccia, quando la morte sembrerà aver trionfato, avverrà l’eucatastrofe, e per quel resto di umanità purificata nel fuoco ci saranno «cieli nuovi e terra nuova».

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Paternità

Redenzione in Tre Atti

L’Antefatto

L’estate scorsa abbiamo affittato una casa in montagna ed il nostro mezzanello, con un gesto inconsulto dei soliti suoi, pronti-via, nella prima settimana di soggiorno è riuscito a rompere lo specchio dell’anta dell’armadio della camera da letto dove dormivamo noi genitori.

In quel frangente ci siamo arrabbiati moltissimo, sia per la dinamica dell’incidente, sia perché la spesa che avremmo dovuto sostenere in riparazione del danno sapevamo che sarebbe stata piuttosto salata, così abbiamo redarguito pesantemente il pargolo al momento, gli abbiamo dato una giusta punizione nel breve termine, ma abbiamo anche deciso di non lasciar cadere lì la cosa e, volendo farne un esempio anche per il figlio grande, abbiamo deciso che, quando a fine vacanza il proprietario della casa ci avesse addebitato lo specchio rotto, avremmo accollato il debito al piccolo colpevole, il quale ci avrebbe ripagato nel lungo termine con le sue future mancette.

E tale proposito abbiamo mantenuto nel tempo: quando al suo compleanno ha ricevuto dal parentado qualche soldino di carta, il sottoscritto ha messo il cappellino di Equitalia e si è presentato puntualmente a riscuotere parte del famoso debito.

Il tutto con lo scopo di aiutare il cinquenne a farsi un’idea concreta del valore dei soldi, della fatica e del tempo che ci si mette ad accumularne un po’, della facilità e della velocità con cui svaniscono dal portafogli, ma soprattutto per dargli un esempio di cosa significhi dover riparare ad un danno fatto.

Il Fatto

Domenica scorsa il nostro figlio maggiore si è accostato per la prima volta all’Eucaristia.

Come consuetudine, alla cerimonia è seguito il tradizionale ritrovo mangereccio con parenti e amici, con tanto di taglio di torta e scartamento di regali.

Tra quelli ricevuti ci sono state anche numerose buste, dal contenuto piuttosto sostanzioso per la verità, e così l’amato pargolo ha raggranellato un discreto gruzzoletto che, tutto esaltato, non vedeva l’ora di contabilizzare.

Sia io che mia moglie abbiamo fin da subito notato una certa avida bramosia nel suo atteggiamento, perciò mi sono apprestato ad escogitare un modo di contestualizzare un momento in cui cercare di fargli comprendere quale sia il giusto atteggiamento nei confronti del denaro.

In più occasioni gli ho accennato di come i soldi non siano un fine, ma soltanto un mezzo, di come sia giusto riconoscerne il valore, ma di come sia facile cadere nella tentazione di assolutizzarne il potere d’acquisto rischiando di farne un vero e proprio idolo.

Infine, l’altro pomeriggio, sua madre ed io abbiamo ritagliato un momento di tranquillità durante il quale metterci al tavolo a sfogliare le “buste della Comunione” per leggerne le frasi dei vari bigliettini e fargli calcolare il totale dei relativi “contenuti”.

Alla fine il giovane erede si è ritrovato con un vero piccolo patrimonio tra le mani, una cifra che mia moglie ed io abbiamo ritenuto troppo importante per lasciar cadere quel momento senza approfittare di quell’occasione per farlo responsabilizzare un po’ davanti alla “gestione del denaro”.

A tale scopo, allora, ho iniziato a parlargli, prendendo la cosa alla larga, ma partendo proprio dal motivo per il quale si ritrovava con quel cospicuo gruzzoletto.

Ostentando disinvoltura abbiamo cominciato a parlare di quello che era successo Domenica, delle circostanze e l’emozioni provate per la sua prima Comunione, quindi gli ho ricordato il contenuto della predica fatta dal sacerdote, il quale ha messo in evidenza come uno degli aspetti del fare Comunione, sia quello di essere in Unione-Con, nella fattispecie con Gesù.

Il prete ha spiegato ai bambini che quando si frequenta molto una persona si finisce per imitarla nei suoi atteggiamenti ed assomigliarle, facendo l’esempio di come, se si resta uniti a qualcuno che dice le parolacce o le bugie, si finisca prima o poi a dire le parolacce o le bugie; allo stesso modo, invece, se si coltiva l’amicizia con Gesù rimanendo in Unione-Con Lui, si ha l’occasione di imitarne il comportamento d’Amore, Giustizia e Verità, anche se questo costa un po’ di fatica.

A quel punto ho ricordato al mio bambino quale sia stato (oltre a tutto il resto) il comportamento del Figlio di Dio con l’uomo: quello del Primogenito che, vedendo i suoi fratelli nella necessità del riscatto, se ne è fatto carico, pagando (Lui che solo ne aveva le sostanze) per i nostri peccati.

Attento alle mie parole, mio figlio ha evidentemente intuito qualcosa del loro senso, e subito ha dichiarato che avrebbe devoluto parte del suo capitale per i poverelli.

Mia moglie ed io abbiamo sorriso davanti a quello slancio di altruismo ed abbiamo approvato apertamente il suo gesto, ma abbiamo anche puntualizzando che, siccome quei soldini erano molti, non gli avremmo permesso di spenderli tutti, bensì lo esortavamo a risparmiarne la maggior parte, per eventuali necessità future.

Però non era quello l’obiettivo che io personalmente desideravo raggiungere, così ho ripreso il discorso ricordando al mio bambino di quale fosse il senso proprio della parola riscatto (la cui radice etimologica significa “al posto di”) e cioè di quella situazione in cui si trova una persona che, per un debito che non può pagare, perde la sua libertà e finisce in schiavitù o in prigione: la sua sola speranza è nel pagamento del suo debito da parte del suo parente più prossimo (in genere un fratello) il quale, saldando in sua vece e di tasca propria, ne “riscatta” appunto la libertà.

Naturalmente non era la prima volta che gli parlavo di quelle cose, ma ora volevo ribadirle nella speranza che lui riuscisse a collegarle alle contingenze di quel momento.

Quindi gli ho manifestato il mio compiacimento per la sua intenzione di destinare parte del suo patrimonio a coloro che si trovano nel “bisogno”, ma gli ho fatto notare che, senza andare tanto lontano, qualcuno di molto vicino a lui si trovava nella “necessità” e, dopo aver atteso qualche istante per fargli fare mente locale senza però ottenere una risposta, l’ho incalzato aggiungendo che questo qualcuno si trovava proprio nella situazione di aver bisogno di essere riscattato da un debito che non era in grado di assolvere.

A quel punto il mio bambino si è illuminato, individuando nel suo fratello minore quel “bisognoso” che ancora doveva finire di pagare lo specchio rotto l’estate prima e, senza farselo dire due volte, ha subito preso un paio di banconote e le ha date al mezzanello, che nel frattempo avevamo richiamato al tavolo con noi.

Già ero molto fiero del mio ragazzo, ed ho sottolineato come il suo comportamento lo assimilava a Gesù mettendolo davvero in Unione-Con Lui, siccome però Dio Padre non gioca mai al ribasso coi Suoi figli, né si accontenta di traguardi discreti, ma li sprona sempre ad obiettivi altissimi (pur aiutandoli con la Sua Grazia nel raggiungerli), così anch’io per mio figlio ho voluto incoraggiarlo ad un ulteriore passetto.

Mostrandomi ben contento della sua donazione al mezzanello (ed esortando questo a mostrare riconoscenza per quel bel gesto del suo fratellone) ho ricapitolato in modo ostentato con mia moglie davanti ad entrambi i pargoli a quanto ammontava il debito residuo del piccolino con noi, e calcolando che mancava ancora una settantina di euro al saldo, ho proposto alla mia dolce metà di abbonare al piccolo debitore un venti euro, così da fare rimanere un resto in cifra tonda.

All’approvazione di sua madre, il nostro maggiore non ha esitato un istante di più e, moltiplicando esponenzialmente il mio orgoglio paterno per lui, ha subito preso una banconota “di quelle grosse” e l’ha passata al cinquenne, il quale l’ha girata immediatamente a noi genitori: grazie al riscatto del suo fratello maggiore, il suo debito contratto con la “giustizia” del padre era finalmente estinto e nel frangente del nostro piccolo consesso domestico, una volta di più la dinamica divina della Redenzione si compiva, incarnandosi nella nostra famiglia.

La Postfazione

Tuttavia il punto centrale di tutta questa vicenda, quel nocciolo della questione che ci tenevo ad illustrare raccontando tale episodio di vita vissuta (oltre a bullarmi con fierezza paterna in pubblico del mio figliolo) è in realtà un altro.

Dopo aver congedato festosamente la prole, infatti, ho confessato all’amata consorte la mia compiaciuta gioia per il bel siparietto a cui avevamo appena assistito, ma mia moglie, pur convenendo sulla bontà del gesto di nostro figlio, ha puntualizzato che lei avrebbe preferito fosse venuto spontaneamente da lui, senza che io l’imboccassi in quella maniera che lei trovava piuttosto esplicita.

E certo, anche a me sarebbe piaciuto che tutto fosse avvenuto senza alcun sollecito, ma bisogna tenere a mente ciò che invece tutti i genitori tendono a dimenticare, soprattutto con i loro figli, in particolare quando essi sono ancora relativamente piccoli, e cioè che, nonostante essi possano mantenere una certa innocenza, pure la loro natura è contrassegnata dal peccato, e per quanto più spontanei a gesti di altruismo, condividono con l’umanità adulta quell’inclinazione al male che frena in ognuno di noi il perseguimento del bene, anche se ad esso agognamo, rendendoci a volte così faticoso superare il nostro innato egoismo, ma guadagnandoci altresì un merito pieno nel resistere alla tentazione al male e compiere ciò che è buono.

Perché alla fin fine, la responsabilità vera del genitore, non è quella di crescere figli perfetti, ma di accoglierli nella loro connaturata imperfezione e metterli sulla perfetta Via, che è Cristo, accompagnandoli nel cammino fino a quando non sapranno incedere da soli, senza mai smettere di incoraggiarli a proseguire sul giusto sentiero.

Il tutto nella consapevolezza del loro essere altro-da-noi e perciò rispettandone la libera individualità, sapendo che essi potranno anche deviare dal tracciato loro indicato, perfino pervertire l’indirizzo ricevuto, cogliendo nel caso questa eventualità non con disperazione, chiedendosi in cosa si è sbagliato, bensì come opportunità di restare in paziente Unione-Con quel Padre Buono sulla soglia di casa, in fiduciosa ed orante attesa che Egli, che ne è il vero genitore, promuova in loro la conversione, perché possano compiere quell’unico destino a cui ciascuno (e noi per primi) siamo vocati.

Che è il ritorno a Lui.

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Relazione

La vendetta del Divanauro

Ok, ok, lo so: è qualche giorno che non mi faccio vivo su questa piattaforma.

Va bene: è un po’ più di qualche giorno, diciamo un paio di settimane.

E sia: è un sacco di tempo che sono sparito, lo confesso, ma mica avrete sentito la mia mancanza per caso?

A mia parziale giustificazione c’è che gira questo fastidioso virus che ti risucchia tutto il tempo e le forze per periodi a volte lunghissimi e che per quante volte lo contrai, non riesci mai a sviluppare anticorpi che ti impediscano di ricascarci, così, con cadenza a volte assai frequente, te lo ribecchi.

Ha anche un nome ‘sta malattia: credo che si chiami “vita vera”, ma nel mio caso sono fatalmente sensibile ad un suo ceppo particolarmente aggressivo che si chiama “famiglia”.

Vabbé, comunque, ora che mi sono riaffacciato al blog dopo tanto tempo immagino che quei miei quattro lettori (i quali nel frattempo saranno diventati anche due) si aspetteranno un articolone di quelli epocali, di qualità minima poco al di sotto del premio Pulitzer: tipo che mentre lo leggi senti la fanfara e ti suscita emozioni contrastanti che ti fanno ridere e piangere insieme e che non vorresti che terminasse mai, così quando infine l’hai concluso te lo stampi per potertelo leggere e rileggere ancora, ridendo e piangendo ad un tempo.

Ecco, carissimi miei, mi spiace, ma non avrete nulla di tutto questo: mi sa che vi dovrete accontentare di uno dei miei soliti articoletti di brodosa consistenza, magari pure con un po’ di vago aroma sessista sulla linea di quei contenuti che imbrattano così allegramente le pagine del mio ultimo libro {A proposito: ve l’ho già detto che prossimamente “La sindrome del panda” verrà pubblicato oltralpe? Pare infatti che un dissennato editore francese sia venuto in possesso di una copia ed abbia deciso di comprare dai miei editori i diritti per un’edizione in langue d’Oïl [probabilmente ha fatto ‘sto gesto pazzo solo perché, non conoscendo l’italiano, si è fidato dell’accattivante scheda del libro magistralmente compilata da quelle figure leggendarie della Gribaudi (e taaac: ecco che al modico prezzo di tre sole parentesi sono riuscito a fare una sagace manciata di pubblicità occulta al mio libro e a blandire un po’ miei editori)]}.

Benissimo: ora che ho scritto già mezza pagina senza dire alcunché, occorre che avverta coloro che non avessero ancora abbandonato la lettura che le righe che seguiranno trattano argomenti sensibili al gineceo: ché questo è un pezzo ad alto contenuto di testosterone, adatto più ad un pubblico maschile – d’altronde mi appresto a scrivere questo articolo come un vero maschio alfa, ossia dopo aver rifatto i letti e passato l’aspirapolvere per tutta casa – per cui, care avventrici del blog, se leggerete oltre lo farete a vostro rischio e pericolo {e taaac: ecco che così mi sono assicurato l’intero parco lettrici, le quali basta sfidarle sul piano del proibito per accenderne l’irresistibile curiosità [ché, Madre Celeste esclusa, l’astuta tattica del serpente antico funziona sempre con tutte (buahahah: tifenterò patrone ti monto!)]}.

Ma veniamo al dunque.

Moglie che viene invitata da un’amica per una tre-giorni di ritiro spirituale e mi chiede il permesso di andare, o meglio, mi chiede un consiglio sull’accettare o meno l’invito (avendo naturalmente già deciso cosa fare, ma tanto per darmi l’illusione di contare qualcosa), e per avviarmi verso la risposta che vuole sentire da me mi annuncia che ha già pensato a come organizzare le cose per tutto il tempo della sua assenza, sia riguardo i pasti, sia riguardo la gestione dei bambini che delle varie attività familiari.

Al che io la blocco subito, perché già sento l’odore di quel particolare ormone tipicamente femminile: quello che sale al cervello della donna ogni volta che è combattuta tra la possibilità di prendersi del tempo per sé e l’intima convinzione che senza la sua irrinunciabile supervisione su ogni minima circostanza di vita di ogni singolo componente della sua famiglia tutto andrà irrimediabilmente a rotoli (avete presente no? Io lo chiamo l’ormone del controllo).

Perciò le annuncio subito che per me non c’è assolutamente nessun problema che lei partecipi al ritiro spirituale, anzi la incoraggio con entusiasmo ad andare (sogghignando tra me e me al pensiero di mia moglie che cerca di osservare il silenzio per settantadue ore filate) affermando che uno stacco dalla quotidianità familiare per dedicarsi alla quiete dell’eremo nell’orante contemplazione mistica del Divino non può farle che bene, ed aggiungendo di essere perfettamente in grado di gestire i bimbi per quelle che in fondo, calcolando che staranno per la maggior parte della giornata a scuola, saranno soltanto due sere e tre mattine.

Al che lei, riavendosi con difficoltà dal mio consenso così sollecito quanto, evidentemente, inaspettato, riprende come se nulla fosse elencandomi tutta la scaletta di eventi e situazioni che ha preventivamente organizzato per me ed i nostri figli, comprensivi di pasti ed orari di sonno/veglia e trasporto pargoli alle varie loro attività.

È a quel punto che, per la seconda volta nello stesso quarto d’ora, la interrompo (lo so, mi piace vivere pericolosamente), ma non solo: con perentorio cipiglio l’avverto che sarò ben lieto di tenere i bimbi e condurre la gestione famigliare per lasciare che lei si goda il suo meritato ritiro, a patto che rinunci a voler controllare ogni cosa e a fidarsi di suo marito una volta tanto, il quale si ritiene presuntuosamente d’essere perfettamente in grado di gestire la famiglia in sua assenza per un paio di giorni.

Vedendo il suo basito tentennare decido inoltre di rincarare la dose e, con ardimentoso sprezzo del pericolo, l’avverto che naturalmente non farò nessuna delle cose da lei elencate nella sua premeditata scaletta mentale, ma mi comporterò secondo quella schietta natura maschile che contrassegna ogni singola mia cellula, nonché neurone, e dall’istante subito successivo alla sua partenza metterò immediatamente l’amata prole sotto un ferreo regime militare, a causa del quale al mattino si uscirà di casa tassativamente alle otto e un quarto per portare i pargoli a scuola, siano essi vestiti o ancora in pigiama e sia che abbiano finito o meno la frugalissima colazione che avrò loro preparato (se me lo sarò ricordato), che al pomeriggio, appena rientrati da scuola, li farò mettere subito in pigiama cosicché siano già pronti per rispettare il rigidissimo coprifuoco della sera, secondo il quale alle nove in punto dovranno già trovarsi in branda, al buio ed in mortale silenzio. E riguardo le due cene vacanti che non si preoccupasse: per la prima sera avrei predisposto la puntuale ordinazione di pizza&panzerotti a domicilio, mentre per la sera successiva avremmo desinato a base di sano e nutriente fast food prontamente reperito al MacDrive di ritorno da un edificante giro al ToyCenter.

A quel punto già mi preparavo alla sua scena isterica giustificando la mia levata d’orgoglio come di un malriuscito, quanto del tutto fuoriluogo, tentativo di fare del pessimo umorismo maschile, ma inaspettatamente la mia dolce metà mi ha preso in contropiede, facendo spallucce ed acconsentendo a darmi fiducia.

Per farla breve: la mogliettina è andata a fare il suo ritiro spirituale con gioconda levità, godendosi appieno la sua tre-giorni di eremitico silenzio, preghiera e riposante quiete; mentre il sottoscritto ha avuto l’inestimabile opportunità di compiacersi davanti alla visione di quei suoi tre bimbi che al mattino scattavano come soldatini, che alla sera andavano a nanna con le galline senza nemmeno emettere un fiato e che si imbottivano con godimento di saporitissimo, quanto insalubre, cibo precotto, ed ai quali, per la loro docile obbedienza, venivano concessi cartoni extra in tv e gite prolungate in fornitissimi megastore di giocattoli.

E quando la dolce metà è tornata, ristorata nel corpo e corroborata nello spirito, ha dovuto comunque ammettere di ritrovare i figli non solo ancora vivi ed in salute, ma perfino entusiasti del tempo trascorso con il loro papà, e credo che un ulteriore, non trascurabile ed inaspettato beneficio per lei sia proprio stato l’aver accondisceso, una volta tanto, a mollare la presa dal controllo della vita altrui ed affidarsi alle presunte capacità del marito; il quale, per inciso, le è stato messo accanto proprio perché, in quanto maschio, è per sua natura esattamente adatto a compensare con le sue eccedenze i di lei vuoti (peraltro pochissimi), e di contro per esserne parimenti corrisposto, nel riempimento delle sue (numerose) mancanze con le sovrabbondanti sue doti femminili.

Che alla fin fine è tutta una questione di fede, care donne: mollare il guinzaglio e farsi da parte volendo credere che anche l’altro sia stato dotato di talenti (oltre a quello di saper memorizzare perfettamente le formazioni delle squadre di calcio, o premere contemporaneamente combinazioni di più bottoni sul joypad, alla faccia del famigerato multitasking femminile); qualità utili, per quanto ben nascoste, sulle quali fare un atto di fiducia, così da lasciare al vostro uomo lo spazio per esercitarle in libertà, onde raggiungere il medesimo fine perseguito da voialtre, ossia il bene della vostra famiglia, conseguito però con modalità squisitamente maschili.

Ma attenzione cari ometti, che quando le vostre dolci metà vi tolgono un pochino il fiato dal collo, voi poi dovete cogliere al volo l’opportunità di dimostrare quanto (malgrado le false apparenze) siate anche voi indispensabili, ed approfittare della stiracchiata fiducia che vi viene malvolentieri concessa per compiere veri e propri atti eroici (e no: buttar via l’immondizia in tali circostanze non è, ahimè, sufficiente, per quanto rimanga un gesto di indubbia magnanimità).

E lo comprendo che non è facile capire quando la vostra donna vi sta mettendo alla prova (che ci vorrebbe una sorta di spia luminosa che le si accendesse in fronte: tipo quelle lucette sul cruscotto dell’auto che sappiamo leggere soltanto noi), però è necessario anche accollarsi qualche rischio ogni tanto e prendere l’iniziativa, lanciarsi anche senza rete, far finta di aver capito i suoi messaggi subliminari e andare allo sbaraglio, che vedere poi la sua espressione stupefatta vale cento cazziatoni.

Insomma maschietti: e tiriamole un po’ fuori queste benedette palline!

Poiché è vero che voi donne siete belle, buone, intelligenti, generose e tanto, tanto (tantotantotanto) sensibili, ma anche noi maschietti in fondo (infondoinfondoinfondo) non è che facciamo proprio schifo (non del tutto almeno).

Soprattutto poi diventiamo essenziali in ordine alla nostra progenie, perché se è vero che rispetto ai figli la madre è la terra fertile che nutre e fa germogliare il seme, è altrettanto vero che il padre è quel bastone robusto a cui la piantina può aggrapparsi per poter crescere dritta fino al momento in cui sarà in grado di reggersi da sé.

E per inciso sappiate, cari colleghi babbi (nel senso di papà, eh), che rispetto alle vostre consorti, voi siete dotati di una naturale autorità davanti ai vostri figli la quale vi facilita tantissimo il lavoro, e che nel tenere fieramente saldo il timone di quella nave che è la vostra famiglia (e di cui siete deputati per natura ad esserne il nocchiere), “una tantum” potete anche imporvi senza dare spiegazioni, persino battere i pugni sul tavolo e dire imperativamente soltanto un “no”, senza doverlo motivare; poiché i divieti di un padre retto, anche se apparentemente ingiustificati, nascono pur sempre da un desiderio di bene per il figlio, e normalmente, se non vengono spiegati, è perché chi deve obbedire non è ancora in grado di comprenderne i motivi, ma sottomettendosi docilmente non va incontro ad altro che alla propria vera felicità.

Perciò donne: affidatevi con sincera condiscendenza agli uomini che Dio vi ha messo accanto, perché è certo che voi femminucce come nessuno sapete dare la vita, ma nessuno come noialtri maschietti, se adeguatamente motivati, sa morire per proteggerla e difenderla quella stessa vita, scarificando la nostra perché quella continui.

Perché se è pur vero che la salvezza è entrata nel mondo per l’accogliente sottomissione di una femmina, chi ci salva (se proprio lo dobbiamo ricordare) è un maschio…

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Fede

Il nocciolo della questione

Ma perché Gesù, che pure in quanto Dio avrebbe avuto il potere di farlo, non è sceso dal suo patibolo? Non avrebbe dimostrato più facilmente in questo modo la sua divinità?

Questa è la domanda a cui occorre rispondere, altrimenti si rischia di perdersi nelle belle disquisizioni sui “massimi sistemi” senza nemmeno scalfire la sostanza della questione di fede.

Se Gesù fosse sceso dalla croce avrebbe ineluttabilmente sigillato la distanza infinita tra Dio e l’uomo: se egli non fosse morto sul legno come un uomo, non avrebbe associato al destino umano il destino divino.

Il Cristo che non soccombe alla morte dell’uomo manifesta solamente che, a differenza del genere umano, Egli è immortale, e così, mentre a Lui è riservata la sorte imperitura degli dei, gli uomini continueranno come sempre ad estinguersi nell’oblio secondo l’immutabile sorte riservata alla caducità creaturale.

Il Dio incarnato che si lascia passare attraverso la sofferenza e la morte, invece, associa queste due realtà ineluttabili, che attraversano la vita di ogni uomo, alla propria divinità, facendone quindi una prerogativa di Dio, prima che dell’umanità, cosicché esse d’ora in poi non appartengano più soltanto alle creature, ma siano innanzitutto un contrassegno del Creatore, il quale, ordinando tali realtà alla Sua risurrezione, associa per sempre e per tutti il destino di ogni uomo non più al non-senso del dolore e della morte, bensì al significato pieno di una vita che, vissuta in comunione con Lui, è già trasfigurata nel divino, sia nel tempo che nell’eternità.

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Paternità

L’uomo dei muri

L’altra sera mia moglie ci aveva appena chiamato a tavola, i piccoli erano già seduti ai posti di combattimento mentre io e il grande li stavamo raggiungendo dopo esserci lavati le mani, quando sento il mezzanello prendere in giro la pargoletta chiamandola ripetutamente, ma storpiandone il nome.

Lei per un po’ ha risposto pazientemente al fratello ripetendo il suo nome correttamente, evidentemente non capendo che quello lo faceva apposta, infine, esasperata, si è rivolta a me chiedendomi con tono supplichevole di confermare al fratellino il suo nome corretto, perché io mettessi pubblicamente un sigillo definitivo alla questione.

Alla sua domanda su come lei si chiamasse, io ho risposto allora, ostentando una certa enfasi, declamando il suo nome, al che lei si è rivolta al fratellino con espressione soddisfatta esclamando: “Ecco, hai sentito? L’ha detto il papi che io sono Nadia!”.

La cosa è finita lì tra i due pargoli, anche perché nel frattempo la dolce metà aveva messo loro davanti i piatti con la cena, ed il loro appetito ha messo pace ad ogni controversia, ma il fraterno siparietto non ha lasciato indifferente il sottoscritto, il quale, durante la serata, è ritornato con il pensiero sulla vicenda, traendo ancora una volta la conclusione di quanto sia indispensabile la figura paterna per un figlio.

Poiché infatti la mia bambina ha chiesto direttamente a me, e non a sua madre, la conferma sulla sua identità, e questo perché il figlio riconosce istintivamente nella figura paterna quella autorità naturale che gli riverbera, prima ancora che ne abbia consapevolezza, l’immagine stessa di quel Dio la cui paternità egli percepisce iscritta nelle profondità del suo animo.

E come la mia bambina, invero, così anche l’uomo cerca conferma di sé rivolgendosi al Padre, perché intimamente conosce che solo Egli può indicargli quel nome che esplica chi egli sia e quale sia il suo destino, il quale, nonostante le intemperie del vivere sembrino smentirlo, è sempre un destino di bene.

E parimenti a come la madre sia per il figlio lo specchio più immediato dell’amore di Dio, così il padre è per i figli la prima immagine del Padre Celeste, e quanto Quello, egli è ai suoi occhi naturale autorità (che quando parla il papi, si obbedisce subito), riferimento verace (che quando il papi dice una cosa, quella è per forza vera), solida guida (che se il papi mi tiene per mano, sì che cammino tranquillo), baluardo poderoso (che se c’è il mostro sotto il letto, io chiamo il papi) e giusto giudice (che ce lo dico al papi, e poi vediamo chi c’ha ragione).

Perché i figli hanno bisogno di entrambi i genitori per quell’ontologica differenza che li contraddistingue nel loro essere così complementari l’uno all’altro, tant’è che senza la madre che insegna a costruire ponti, un figlio cresce menomato nella sua capacità di entrare in relazione con l’altro, così come senza il padre che pone muri attorno alla sua prole, questa non solo resterà scoperta ai pericoli esterni alla famiglia, ma crescerà anche disorientata per quella mancanza di limiti e di regole che sole possono definire al bambino quello spazio sicuro in cui davvero “diventare grande”, con la libera consapevolezza di quale sia la propria vera identità: quella di essere figlio, e figlio amato dal Padre.

Articolo pubblicato sulla rivista NOTIZIE PROVITA

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