Vita

Di tutto. Di più.

Figlia treenne che, mentre la sto mettendo in pigiama, mi domanda: “Papà io sono bella?”

Ed io la guardo e le rispondo: “No; tu non sei bella…”, quindi faccio una breve pausa ad effetto durante la quale osservo la sua espressione passare rapidamente da speranzosa a sorpresa, poi a seria, quindi a magonòsa, con tanto di occhioni che iniziano a farsi lucidi; ed è a quel punto che io riprendo: “…Tu sei bellissima!”

Al che la mia bambina esplode in un sorriso raggiante e compiaciuto, gettandomi le braccia al collo grata per averle dato soddisfazione oltre ogni suo auspicio.

Ecco: la storia della salvezza racchiusa in un episodio di banalità quotidiana.

Poiché anche l’uomo nella sua relazione col Padre domanda pienezza secondo il suo desiderio, che è limitato, e quando le circostanze del vivere, che sono specchio della volontà di Dio, paiono deludere le sue attese, subito si rattrista, lasciandosi tentare alla disperazione.

Ma gli basta attendere fiducioso il dispiegarsi del disegno divino per rimanere sorpreso ogni volta da un epilogo che supera ogni sua aspettativa.

Proprio come quei primi dodici, i quali, davanti a cotanto Messia, si gongolavano nell’attesa di un immaginifico regno terreno, rimanendo delusi da una morte di croce, per poi vedersi stupefatti da una risurrezione che è segno certo di un Regno Celeste.
Venturo e pur già presente.

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Fede

Mercy discount

Alcune circostanze di stretta attualità mi fanno tornare in mente quell’episodio di tanti anni or sono che mi vide contemplare una scaramuccia famigliare tra mia suocera ed uno dei miei cognati, quando quest’ultimo era ancora un ragazzo e mia moglie ed io eravamo ancora soltanto fidanzati.

Non mi ricordo più a causa di quale grave sgarbo ricevuto, mia suocera era intesitissima con quel suo figliolo, tanto da piantargli un muso prolungato e persino non rivolgergli quasi parola per più giorni.

In quella situazione mi capitò di intersecare la casa della mia futura moglie ed ebbi modo di notare come, nonostante lo stato di profonda offesa della mia futura suocera, ella provvedesse comunque ad alzarsi presto alla mattina per preparare la “schiscetta” al figlio con cui era arrabbiata, salvo poi non rivolgergli nemmeno il saluto quando questi usciva di casa per andare al lavoro.

Mi ricordo perfettamente anche che alla vista di quel siparietto domestico, io commentai la cosa con la mia futura moglie, dichiarandole che se mi fossi trovato io al posto di sua madre, col cavolo che avrei preparato il pranzo al sacco per suo fratello: fossi stato arrabbiato con lui tanto da non rivolgergli la parola, certo non gli avrei fatto comunque trovare “la pappa pronta”.

Mia moglie, già denotando la sua viscerale inclinazione di futura mamma, prese allora le difese di mia suocera, affermando che per quanto quella fosse offesa con suo figlio, mio cognato rimaneva pur sempre il suo bambino, e come tale ella continuava a prendersene cura; al che io puntualizzai (e lo sostengo ancora oggi in circostanze analoghe nei confronti dei miei figli) che suo fratello non era più un bimbetto e se era stato abbastanza grande da offendere sua madre in maniera così grave da farle mettere il muso, era anche abbastanza grande per beccarsi le conseguenze di quella relazione incrinata, persino di prepararsi il pasto da solo, cosicché, facendo esperienza dell’incomodo dovuto alla mancanza di servizio da parte di sua madre, fosse stimolato a farsi un esamino di coscienza, magari che gli si accendesse una lampadina nel cervello e cercasse di fare pace con colei che aveva offeso.

E che questa non fosse affatto mancanza di carità, bensì vera misericordia, me lo confermava il fatto che persino il Genitore per eccellenza agisce allo stesso modo con i pur amatissimi suoi figli che l’offendono, anche gravemente, così come risulta evidente da quella parabola evangelica che descrive in maniera esemplare la dinamica della misericordia divina: ché il Padre buono mica va a cercarlo il figliol prodigo, ma lascia che questi eserciti la propria orgogliosa libertà fino al punto di avvoltolarsi nella melma coi porci, così che la miseria del suo stato lo scuota tanto da farlo rientrare in se stesso e spingerlo sulla via di un percorso di conversione che lo riconduca al Padre.

E se è vero che il Padre lo attende con trepidazione sulla soglia di casa ed appena lo vede gli corre incontro, è altrettanto vero che prima di ripristinarlo nella dignità di figlio gli concede l’occasione di confessare il proprio pentimento e chiedere la paterna pietà.

Perché per quanto l’Onnipotente sia lento all’ira e grande nell’amore, Egli mai abbassa l’asticella della Sua Giustizia, in quanto conosce le Sue creature e sa che con l’uomo, il gioco al ribasso, è sempre perdente.

Questo per il semplice fatto che la natura umana non è intonsa, ma è ferita dal peccato originale, e quindi conserva una forte inclinazione al male: l’abbassamento del rigore in maniera meno che proporzionata alla gravità della colpa verrà letto come un gesto di accondiscendenza al rilassamento nella lontananza piuttosto che come uno stimolo al riavvicinamento (come d’altronde insegna il proverbiale motto secondo cui: “offri una mano e ti prenderanno tutto il braccio”).

E chi è genitore, questo, ha modo di sperimentarlo ogni giorno nel proprio ruolo educativo: non c’è come depenalizzare una regola data ai propri figli per vedersela subito presa alla leggera e, più presto che tardi, trasgredita.

Nella nostra famiglia, per esempio, quando uno di nostri figli combina qualche cosa di particolarmente grave, mia moglie, pur ricevendo per prima la loro confessione, li redarguisce, ma non prende provvedimenti, bensì intima loro di venire da me a raccontare ciò che hanno fatto, affidando a me il compito ultimo di giudicarli.

Questo comportamento, oltre a rafforzare in mia moglie quel suo ruolo tipicamente materno di mediatrice ed aumentare agli occhi dei nostri figli la mia naturale autorità di padre, soprattutto dona al pargolo reo confesso una prima stima della gravità di ciò che ha commesso, visto che per giudicare la sua marachella e ad amministrargli l’eventuale punizione, non basta dirlo alla mamma (naturalmente più incline alla clemenza), ma occorre dirlo al papà (notoriamente più severo nel comminare i pur giusti castighi).

Se ad un certo punto, mia moglie ed io cessassimo di praticare questo sanissimo metodo educativo, quale messaggio passeremmo alla nostra prole?

Anche se noi dichiarassimo l’intento di una maggiore misericordia, in verità non faremmo il bene vero dei nostri figli, poiché essi, non vedendosi più costretti a far passare le loro peggiori birichinate al vaglio di un giudice più autorevole perderebbero velocemente il senso della loro reale gravità, e di fatto tutte le loro monellerie verrebbero livellate verso il basso, finendo per ridimensionare l’importanza di ogni infrazione, anche la più seria, col rischio, umanissimo, di far loro calare la vigilanza contro tutte le tentazioni, persino le più moleste.

Ecco perché, lo ripeto, quella del gioco al ribasso, con questa creatura umana che, anche se redenta, rimane fondamentalmente difettosa, è una strategia sempre perdente, anche quando adottata con le migliori intenzioni.

E se ciò è valido per qualsiasi ambito della vita, a maggior ragione è valido per le cose di Dio.

Tant’è che della verificabilità di questo assioma, ne ricevetti conferma anche da quell’episodio tra mio cognato e mia suocera, quando venni a sapere dalla mia futura moglie che alla fine, dopo qualche giorno di broncio, sua madre aveva ripreso a parlare a quel suo figlio che l’aveva così gravemente offesa, il quale peraltro era andato avanti a fare i suoi comodi senza nemmeno cercare di riappacificarsi con lei, poiché ella, non riuscendo più a sostenere il muso nei confronti dell’amatissimo frutto del suo ventre, iniziò a farsi degli scrupoli, concludendo d’essere stata troppo dura con lui e cedendo quindi nello scusarlo unilateralmente delle offese ricevute senza che egli facesse mostra di alcun pentimento e ricominciò a trattarlo come se nulla fosse successo.

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Storie

Rumors

E se fosse che Benedetto XVI, in quell’ormai lontano 2011, ebbe un’esperienza mistica che gli rivelò che, al verificarsi di una determinata circostanza, avrebbe dovuto abdicare al ministero attivo per ritirarsi in contemplazione ad interim?

E se fosse che Benedetto XVI, nei giorni subito precedenti quell’ormai famoso 11 febbraio, riconobbe, nel verificarsi di un determinato evento, il segnale ricevuto per rendere pubblica la sua dimissione dal ministero attivo, e quindi, in devota obbedienza ad un ordine superiore, sfoderò quel fantomatico annuncio tenuto già pronto nel cassetto per tanto tempo?

E se fosse (e qui sfioriamo il delirio) che quel particolare evento dato come segno a Benedetto XVI fu un tentativo di definitiva “estromissione” attraverso un calice mortalmente amaro che avrebbe dovuto consumare durante una celebrazione Eucaristica?

E se fosse che in quella specifica contingenza egli fu avvertito di non accostarsi a quel calice amarissimo, e che riconobbe proprio in quella circostanza di scampato pericolo il segnale convenuto per la propria abdicazione al regno attivo?

Certo non sarà così, però se fosse si spiegherebbe tra l’altro come mai egli aveva già pronte da lungo tempo le proprie dimissioni, ma che per darne esecuzione attese il “momento propizio”.
Gesto, questo, che essendo stato comunque preso in piena libertà e coscienza realmente davanti a Dio, non ne causerebbe l’invalidità.

E se fosse, allora si comprenderebbe meglio il perché egli, pur abdicando al regno attivo, sia rimasto a tutti gli effetti pontefice, e potrebbe anche essere che il suo ritiro «nel deserto, verso il proprio rifugio» potrebbe non essere definitivo, ma allo scadere di un determinato periodo (diciamo: «per un tempo, due tempi e la metà di un tempo, lontano dal serpente») potrebbe ripresentarsi per giocare ancora un ruolo attivo in questa storia.

Essì, lo so cosa state pensando: risibili e surreali vaneggiamenti. Concesso.

Ma se fosse?

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Paternità

Sintomi da Ostracismo Selettivo (S.O.S.)

Episode I – Una falsa speranza

Ritiro i due piccoli dall’asilo e li riporto a casa.
Quindi, come da copione, li metto subito in pigiama (così da vivere nell’illusione che sia prossima l’ora in cui finalmente andranno a letto).
Mentre il mezzanello con conclamata reticenza fa finta di cambiarsi da solo, io svesto la piccolina, la quale, tutta allegra, irrompe con un’inaspettata domanda: “Papiii, domani Macco viene a casa mia?”
Io la guardo perplesso, e suo fratello evidentemente se ne accorge perché viene in mio soccorso precisando: “Marco è un suo amichetto dell’asilo”
Al che io rispondo alla mia dilettissima figliola: “Certo, amore mio: quando avrai 37 anni e sarai andata a vivere da sola il tuo amico Marco potrà venire a casa tua”…

Episode II – La minaccia fantasma

La moglie rientra a casa coi tre pargoli, dopo averli ritirati tutti da scuola ed averli fatti pascolare un’oretta all’oratorio, dove si sono convenientemente sfogati coi loro compagnetti.
Accolgo la combriccola sgambettante con malcelato entusiasmo e la mia venerata principessina mi corre incontro esclamando: “Papiii, ho giocato col mio amico Maccooo!!!”
Io subito mi rabbuio e, mentre le tolgo il giubbottino, sibilando tra i denti le domando: “Assì? E dimmi, tesoro, gli hai detto addio al tuo amichetto Marco?”
Al che mia figlia mi squadra stranita e senza troppa cognizione di causa, inquisisce: “Pecché?!?”
“Perché il tuo amichetto Marco, amore mio, sarà presto vittima di un tragico incidente”…

Episode III – L’impeto colpisce ancora

Pargoli rientrati dalla piscina, posiziono la piccoletta sul fasciatoio per cambiarla e mi sento annunciare a voce squillante: “Papiii, io voglio il mio amico Ale…”
Al che io le domando (sbuffando interiormente): “E chi è adesso questo Ale, un altro tuo compagno d’asilo?”, a cui lei risponde gestualmente scuotendo con energia su e giù la capoccetta bionda.
Quindi riprendo: “Evvabbé figlia mia, e prima l’amico Marco, ora l’amico Ale: guarda che non puoi trattare i tuoi compagni d’asilo come Kleenex usati però…”
La mia pargoletta, ovviamente, non comprende il senso della mia risposta, ma guidata dal suo infallibile intuito femminile fa spallucce e rilancia: “Papi, allora mi compri un gatto?”
E mentre sento che sua madre di là in salotto ridacchia sotto i baffi, ostentando una consolidata non-chalance rispondo alla mia bambina: “No tesoro, niente animali per casa (a parte i tuoi fratelli)”.

E niente: mia figlia non ha neanche tre anni e già sono in pieno isterismo da “padre della sposa”…

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Cronache

Keep calm and òcio…

Ok, lo confesso: sapere per certo che quel simulacro luciferino della Killary non prenderà le redini del paese più armato del globo è una gustosa soddisfazione.

Stamattina appena alzati non avete notato anche voi come il sole splendesse luminoso nel cielo, gli usignoli cantassero allegri, i bimbi saltassero giocosi per le strade e persino l’aria sembrasse nuovamente pulita, senza più quell’intenso odore di zolfo che aleggiava da oltreoceano?

Ahh, un vero sollievo…

Adesso però occorre calmare gli entusiasmi e ritornare a guardare le cose con un po’ di obiettività.

Già, perché è pur comprensibile che, in tempi come quelli odierni in cui regna una sempre più spessa coltre di confusione, ed ormai sostanzialmente deprivati di modelli di riferimento solidamente cattolici, coloro i quali (come il sottoscritto) rimangono ostinatamente attaccati a vetusti principi non-negoziabili possano soccombere alla tentazione di guardare a quelle rare figure che emergono dalla melma del politicamente corretto come a novelli salvatori della patria, finendo poi, erroneamente, per osannarli.

E non è per fare il guastafeste, sia chiaro, ma occorre ammettere che a ben guardare non è che Trump sia proprio un Elia redivivo, eh: è più che altro un’incognita in realtà, e che davvero attenda alle belle speranze a cui ha dato adito di pensare (principalemnte agli americani) è ancora tutto da dimostrare.

Si pensa forse infatti che quei leviatanici poteri forti che hanno sponsorizzato a suon di milioni e milioni di dollari la campagna della Clinton, davanti alla disfatta nell’avere il loro burattino finalmente insediato alla presidenza statunitense, si ritireranno in buon ordine plaudendo di buon grado il verdetto popolare?

O che forse siano tanto sprovveduti da non aver preparato uno o più piani di riserva nel caso si fosse verificata l’incresciosa ipotesi che il tycoon aranciopigmentato vincesse le elezioni?

È quantomeno inverosimile: se non riusciranno ad addomesticarlo cercheranno di ostracizzarlo in qualsiasi modo, alla peggio lo manderanno a giocare a burraco allo stesso tavolo di Lincoln, Garfield, McKinley e Kennedy.

Staremo a vedere, ma intanto occhio a non mettere sul piedistallo il buon Donald.

Così come occhio a non incoronare d’alloro il Cesare dell’est: per quanto anch’egli paia operare sotto gli effluvi dello Spirito di un’Ortodossia che qui in occidente ce la sognamo, non è che sia proprio un Enoch redivivo, eh: teniamo presente che si tratta pur sempre del capo della seconda nazione meglio armata del pianeta, ed è comunque un uomo, ed un uomo di potere, soggetto anch’egli ad una natura ferita dal peccato originale e passibilissimo di tentazioni di supremazia assoluta.

Si pensi, ad esempio, all’eventualità in cui davvero l’America incominci a farsi un po’ i cacchi suoi anziché spargere per il mondo i bellicosi semi della sua democrazia; si pensi che magari per davvero venga data una reale possibilità alle nazioni europee di decidere di sottrarsi dal cappello della NATO e scegliere in maniera sovrana di stringere alleanze secondo i propri reali interessi o anche di rimanere neutrali, volendo.

A quel punto, nel quadro geopolitico internazionale, l’Europa rimarrebbe un continente ricco e militarmente debole, caratteristiche che potrebbero risvegliare sopite ambizioni di conquista da parte di superpotenze circostanti.

Metti che a Putin partisse l’embolo dello zarismo potrebbe tranquillamente affondare le lame di un novello espansionismo nel ventre molle di questa Europa bolsa e rimbambita, trovando la stessa capacità di resistenza del burro caldo.

E lo stesso discorso varrebbe per un’eventuale ondata di colonialismo di matrice islamica (visto oltrettutto che le avanguardie di un ipotetico esercito mussulmano sono già capillarmente diffuse sul nostro territorio).

Perciò stiamo calmi e occhio a non far di nessun uomo un idolo, poiché solo Uno è il Salvatore e non si chiama né Donaldo, né Vladimiro (e nemmeno Giorgio, per inciso), giacché come la storia ha più volte dimostrato, per quanto improbabile, nulla è davvero impossibile.

Tanto quanto un Trump presidente.

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Libri

Apologia del maschilista reazionario

La sindrome del panda - Miniatura

di Claudia Cirami

«Un uomo può indossare ciò che vuole. Resterà sempre un accessorio della donna». Pare che a sostenerlo fosse Coco Chanel.

Oggi molte donne – anche se non tutte lo sostengono apertamente (ma alcune sì) – agiscono come se non pensassero in modo diverso dalla grande stilista.
È in questo contesto culturale, veramente avverso al maschio, che è stato scritto il nuovo libro di Andrea Torquato Giovanoli, La sindrome del panda “manuale di maschilismo reazionario” (Gribaudi, 2016).

Nella prefazione al libro, la giornalista Benedetta Frigerio scrive: «Basterebbe questo libro per cominciare, e riuscire finalmente a comprendere la bellezza della propria natura e di quella del sesso opposto» (p. 7).

Un giudizio lusinghiero (e veritiero) che mostra quanta urgenza ci sia di simili testi nell’attuale situazione grottesca in cui viviamo, nella quale si passa, alternativamente, dalla liquefazione dei generi alla guerra dei sessi, a seconda delle circostanze.

È vero: le donne, per secoli, hanno sofferto una certa sopraffazione maschile.
Se pensiamo che autrici che sfidano l’immortalità letteraria come Jane Austen e le sorelle Brontë preferirono pubblicare mantenendo riservata la propria identità, possiamo capire subito che non si possono liquidare come sciocchezze femministe le rivendicazioni che, ad un certo punto della storia, diverse donne coraggiose hanno portato avanti. Basterebbe però la battuta fulminante della madre di Bridget Jones – su quale sia la necessità dell’ennesima marcia per i diritti delle donne – per capire che oggi i tempi sono cambiati (si trova nell’ultimo film, scritto e diretto da donne, quindi al di sopra di ogni sospetto di sessismo).

Certo, in ogni ambito della vita umana (anche per la vita delle donne) c’è sempre un margine di miglioramento, ma è anche vero che la nostra situazione, almeno in occidente, è diversa dal passato.
Eppure la tentazione di far sentire in colpa gli uomini è sempre viva.
Anche quando il sessismo non c’entra.
Anche quando l’uomo si è già piegato a (quasi) ogni desiderio femminile (resta l’estinguersi: dobbiamo necessariamente arrivare anche a questo?).

Andrea Giovanoli così delinea la sua risposta a questo contesto culturale.

Il suo libro è un po’ un appello all’uomo e un po’ una supplica alla donna perché ritrovino quella complementarietà che Dio aveva previsto per loro, creandoli come mutuo sostegno, non come nemici.

Poiché il punto, difficile da nascondere, è questo: c’è il rischio che ad una (triste) storia di sopraffazione antica se ne sostituisca una contemporanea, che vede questa volta la donna sovrastare l’uomo.

E cosa fa Adamo? Si ritira in silenzio, sempre più refrattario a resistere.

Andrea ne è consapevole e lo scrive: «È incredibile costatare – considera – come in così pochi decenni davvero si sia passati dalla figura di un uomo “che non deve chiedere mai” ad un sembiante d’uomo che proprio non si fa più nemmeno le domande» (pp. 17-18).
Scrive perciò un manuale in cui la voce dell’uomo torna a farsi sentire.

È arrivato infatti il tempo di un maschilismo reazionario, perché serve, etimologicamente, una reazione maschia.

Non sveliamo qual è la “sindrome del panda” a cui il titolo si riferisce, ma si può dire che ha a che fare con questo cono d’ombra in cui sembra essere finito l’uomo e da cui deve uscire se vuole tornare se stesso.

L’autore si diletta lanciandosi in una rivalutazione del maschile a cominciare da una rilettura di alcuni dei difetti di “malfunzionamento” che la donna gli addebita.

Con pazienza, Andrea mostra – attraverso digressioni che vanno dalla biologia alla psicologia, passando per la teologia – come l’uomo debba essere visto proprio nella sua differenza rispetto alla compagna di cammino che Dio gli ha messo a fianco, una differenza che è insopprimibile e che, se valorizzata anziché disprezzata, tornerebbe utile anche alla componente femminile dell’umanità.

Da parte sua, però, il maschio deve prendere coscienza di se stesso, delle sue qualità, del suo ruolo. Una resa ingloriosa è diventata la scusa per non impegnarsi, per non esprimere quella “Signoria del Giardino” a cui è naturalmente vocato: «l’uomo è istintivamente teso ad esplorare, osservare, studiare e modificare l’ambiente che lo circonda proprio perché riconosce spontaneamente in sé questa tensione profonda, questa vocazione a riprodurre l’opera creatrice del Padre sul mondo» (p. 67).

L’autorità è divenuta una parola dal peso insostenibile (ma di Gesù non si diceva forse che aveva autorità?), Andrea ne riscopre invece il senso più profondo: «è quella maturata capacità di riconoscere ciò che è buono da ciò che non lo è e la conseguente disposizione a mettere questa capacità al servizio di coloro i quali tale discernimento ancora non lo possiedono, con lo scopo di aiutarli a conquistarlo» (p. 65).
Non una sbagliata riproposizione di un degradante modello di oppressione, dunque: l’uomo di oggi, se riscopre una condizione autentica, può proporsi come una guida, un fondamento, una certezza per la sua famiglia.

Anche le donne troveranno questo testo interessante.

L’autore sa infatti ritrarle magistralmente nella loro forza e, al tempo stesso, nella loro debolezza.

Sa vedere e sa mostrare come in ogni donna risplenda quella capacità di accogliere l’altro per aiutarlo a crescere che talvolta, purtroppo, diventa tentativo di plasmarlo a proprio piacimento. La purificazione della capacità di accoglienza è un tentativo che dura tutta una vita, ma è un lavoro da compiere non soltanto per il bene dell’uomo, dei suoi figli, di coloro che vivono accanto a lei, ma anche per il bene di se stessa, perché è in questa accoglienza che la natura femminile trova il modo più alto di esprimersi.

Andrea coglie immediatamente il risvolto favorevole alla coppia: «non c’è uomo retto il quale, sentendosi guardato come signore dalla donna che ama, non finisca poi per diventarlo realmente, incalzato nell’agone costante a superare la propria natura imperfetta per collimare sempre di più con l’immagine che gli occhi della sua donna proiettano su di lui» (pp. 141-142).

Ed egli tratta questi temi con un’ironia che è il vero fiore all’occhiello di questo libro.

Perché riflette, ma soprattutto si (e ci) diverte dipingendo il ritratto di questa contemporaneità fatta di donne che si compiacciono di saper fare (quasi) tutto meglio, e di uomini sempre più timorosi di sbagliare e – quindi – più propensi a spalmarsi sui divani che a prendere di petto la vita.

In questo racconto lo aiuta la sua vita familiare di marito e padre e coprotagonisti del libro diventano la moglie e i figli. Apologhi o parabole di quotidianità familiare per esprimere la bellezza, ma anche la complessità della ricca dinamica maschile e femminile che l’autore osserva dal duplice punto di vista di marito, nel rapporto con la moglie, e di padre, il quale guardando ai figli, scorge in loro in forma elementare quella complicata e insieme irresistibile differenza tra l’uomo e la donna.

Un ultimo elemento che non può essere trascurato, nello stile di scrittura di questo saggio, è la capacità di Andrea di scrivere da uomo.
Sebbene infatti i temi trattati siano gli stessi di alcuni saggi scritti da donne, il suo è un punto di vista profondamente maschile, persino nel modo di affrontare gli argomenti, che non mancherà di facilitare l’identificazione con i lettori e di divertire (e far meditare) le lettrici.

Leggere questo libro, pertanto, non è solo riflettere su un contenuto istruttivo, ma è, in qualche modo, aprire ad una speranza.

In un’epoca in cui è in atto una grave questione antropologica – le cui ricadute morali e sociali difficilmente adesso siamo in grado di immaginare e quantificare – è fondamentale avere ancora fiducia in una relazione veritiera tra uomo e donna. L’autore ne è consapevole: «una relazione pacifica e gaudente tra i generi è ancora possibile, entrambi i sessi sono stati redenti da Cristo e perciò hanno ogni mezzo per ripristinare tra loro quell’alleanza originaria voluta dal Padre» (p. 144).

C’è ancora qualcuno che crede negli uomini e nelle donne e lo dice a chiare lettere.

Ai profeti e profetesse di sventura – che acuiscono lo scontro – regaliamone una copia: chissà mai che non sia galeotta.

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Libri

Del panda e di altri animali

La sindrome del panda - Miniatura

di Maddalena Negri

Se leggi la storia di Andrea, la prima cosa che pensi è: “Che sfiga!”.

Solo se approfondisci un po’ e non ti arrendi alla superficialità comprendi invece che si tratta della sfida appassionante di un Dio che ti chiama ad assomigliarGli nell’amore, e che, alle volte, chiede il sacrificio più grande: lasciar andare chi ami, confidando che è nelle Sue mani, sempre più salde delle tue.

Se poi Andrea lo senti parlare, capisci perché a Jonathan (il suo figlio maggiore n.d.r.) piace scoprire il bosco con papà.

E se ti metti a leggere uno dei suoi libri, capisci perché, come amava ripetere il mio direttore spirituale, «un santo tristo è un triste santo».

Poiché se c’è un ingrediente fondamentale ed imprescindibile di ogni libro di Andrea, ma in particolare dell’ultimo, è l’autoironia.

No: La sindrome del panda non è un libro di barzellette, né parla di facezie.

È un libro sarcastico, caustico, ardente, spiritoso, saggio e spirituale. Senza nessun “ma”.

Perché l’uomo, inteso come essere umano è, di suo, contraddittorio, per cui aggiungere “ma” sarebbe solo tautologico, perciò inutile.

Al sottotitolo provocatorio (“manuale di maschilismo reazionario” n.d.r), segue un contenuto altamente istruttivo, che parla di quelle cose “ovvie”, che invece sono messe fortemente in discussione oggi giorno; che però tornerebbero ad essere ovvie se solo ci soffermassimo a guardarci intorno a noi e dentro noi stessi, se prestassimo attenzione ai dettagli e comprendessimo come è proprio nell’ordinario che si apre il nostro spazio verso lo straordinario.

Perché se l’essere umano è contraddittorio, l’uomo e la donna, in una relazione di sana complementarietà, capace di vedere la bellezza della reciproca diversità, possono, con la Grazia, incamminarsi verso il compimento di quel sogno divino che il peccato dei progenitori ha frantumato.

Certo, c’è oggi una cultura diffusa figlia di un femminismo deleterio che ha lasciato un’impronta nefasta, non senza la complicità di quel maschio “divanauro” il quale, per un egoistico quieto vivere, non ha fatto che aprire quella porta che minacciava di essere sfondata.

Ma i ruoli non sono intercambiabili.

Ecco perché il primo atto per ritornare sui propri passi e sotterrare l’ascia di guerra tra i maschi e le femmine, è che gli uomini ricomincino ad accogliere come vocazione profonda del proprio essere uomini una paternità che è culmine della maturità e nulla toglie alla propria dignità, anzi: ne sancisce il punto più alto.

Ecco perché c’è bisogno di un colpo di reni di maschilismo, che è un atto di responsabilità da parte di un uomo consapevole dei propri talenti i quali, se messi al servizio della comunità, sono doni preziosi di cui tutti possono fruire per il loro arricchimento personale.

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