Paternità

La vittoria di chi sa perdere

Mi torna in mente la maniera in cui quel nonno pacificava i conflitti: davanti ai nipoti impegnati in una disputa agonistica (ma già prima arbitro tra le contese dei due figli maschi) auspicava sempre il pareggio per non far torto a nessuno.

Il fatto è che, riuscendogli arduo fronteggiare lo scontento del perdente, cercava, davanti ad un qualsiasi confronto tra contendenti che appartenevano alla sua discendenza, di promuovere uno stato di parità, fosse esso un’uguaglianza secca di punteggio oppure un’uguaglianza di turni di vittoria.

E questa mentalità la applicava anche ad altri ambiti educativi, come ad esempio nella distribuzione delle risorse ai tre nipoti (nonché ai suoi tre figli prima d’esser nonno): si trattasse della somministrazione della merenda (non importa che il grande la consumasse in un boccone lamentando poi una fame residua, mentre il più piccolo l’avanzasse, già sazio dopo un paio di bocconi), oppure nell’elargizione delle mance in una somma uguale per tutti (non importa che il più piccolo non sapesse nemmeno dare valore ai soldi, mentre il più grande, di quei pochi spiccioli, non sapesse che farsene).

Solo che poi, con quel suo modo di far giustizia, finiva sempre per scontentare tutti.

Sotto il velo di una presunta pietà cristiana, infatti, egli mascherava in realtà la propria incapacità di sostenere la delusione e/o il malcontento dei suoi cari, tradendo in tal modo una certa inadeguatezza a gestire il dolore altrui (nella sua varierà di gradazioni e sfumature), ed in ultima istanza a confrontarsi con la morte.

Ma quel nonno non è altro che l’icona dell’uomo (e di conseguenza del padre) contemporaneo: stemperato dall’ideale utopico di una realtà aconflittuale, ha rinunciato ad ogni battaglia, abdicando al proprio ruolo naturale in favore di una mollezza invece caratteristica del femminile.

Rifugiandosi in un egualitarismo ipocrita che è senz’altro comodo e poco impegnativo, ma che nulla ha a che fare con quella giustizia la quale dà sì a tutti, però affatto in parti uguali, bensì a ciascuno secondo la propria necessità.

Accomodandosi in una condiscendenza a buon mercato, senz’altro più facile e meno faticosa, ma che invero tradisce la naturale autorità del ruolo maschile e paterno, in favore di una scimmiottatura di quel sentimentalismo emotivo proprio della natura femminile.

È il male di quest’occidente deprivato di un’autentica paternità, ma afflitto da un buonismo sentimentale sempre pronto a censurarsi per evitare qualsiasi tipo di presunta offesa all’altrui sensibilità, tutto teso ad assicurare un’artificiosa parità perché non sa più insegnare ad accogliere la sconfitta come opportunità di crescita.

Una società, la nostra, che a furia di lasciarsi femminilizzare in ogni ambito ed aspetto, si espone al mondo in tutta la sua debolezza, fragilità e vigliaccheria, e perciò finirà per essere predata da quelle culture che del conflitto non solo non hanno paura, ma ne hanno fatto il proprio idolo.

Da qui l’urgenza per l’uomo d’oggi di riscoprire la propria originaria vocazione ad essere padre, nel sapersi confrontare con la realtà, anche quella più dura, senza tirarsi indietro, soprattutto nell’educazione della propria prole: perché nella vita i pareggi sono molto rari, quasi quanto le vittorie, ed in fin dei conti è proprio nell’insegnare a perdere che si fa il vero bene dell’altro, poiché non solo questi imparerà a migliorarsi apprendendo dai propri errori, ma maturerà anche la capacità di saper morire.

Per poi risorgere.

 

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Fede

Il giusto atteggiamento

Ieri pomeriggio ero a casa coi miei pargoli che giocavano in salotto: avevo tirato loro fuori il tappetone con la pista di Cars e così erano tutti impegnati a fare gare interminabili con le loro macchinine preferite.

Persino la piccoletta giocava coi fratelli: certo, aveva dovuto accontentarsi delle automobiline scartate da loro (tutte quelle dei personaggi femminili, naturalmente), però almeno riusciva ad interagire pacificamente con i due maschietti (anche se le sue macchinine anziché gareggiare andavano tutte in fila a fare la spesa).

Io mi trovavo al tavolo a scrivere e di tanto in tanto buttavo là l’occhio per controllare la situazione, quando ad un tratto ho alzato lo sguardo dal portatile per guardare l’orologione da parete che abbiamo in salotto e mi sono reso conto che era già arrivato il momento del cartone dei Superpigiamasks, così ho avvisato i pargoli ed ho acceso la televisione, proprio nel momento in cui iniziava la sigla di apertura.

I tre marmocchi, che fino a quell’istante erano stati impegnatissimi a trafficare coi loro giochi, appena hanno sentito le note del loro cartone preferito hanno immediatamente cessato tutto quello che stavano facendo e sono letteralmente scattati a spaparanzarsi sul divano, ognuno ordinatamente al suo posto ed in perfetto silenzio.

È stato davanti a quella scena che mi sono ritrovato a riflettere su come anche io, come ogni altro che si ritenga credente, dovrei avere lo stesso atteggiamento nei confronti del Signore: per quanto impegnato in qualsivoglia attività, pur importante, quando giunge il momento di dedicarsi al Signore (sia per una Messa, che per un Rosario o magari un’adorazione), dovrei saper mollare tutto e fiondarmi al Suo cospetto, riconoscendoGli così, fattivamente, la priorità sulla mia vita.

Allo stesso modo in cui fecero gli apostoli, che «subito lasciarono le reti e lo seguirono» (Marco 1,18).

Perché ho il sospetto che quello che mi hanno dimostrato i miei figlioli con il loro esempio sia proprio l’atteggiamento giusto con cui farsi nuovamente bambini e maturare così quella disposizione d’animo necessaria ad entrare nel Regno: solleciti e scattanti come bimbi in attesa dei Superpigiamini.

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Libri

Come la trama per l’ordito

Il Vangelo di Maria - Miniatura

È curioso constatare come, in retrospettiva, alla fine tutti i fili del tessuto trovino il loro posto in una composizione omogenea e coerente: così è stato anche per il modo in cui è nato questo libro.

Tutto è cominciato nella preghiera, durante la meditazione dei Misteri della vita di Cristo: l’esigenza di non perdere nulla di quei pensieri che solo la Parola può sussurrare, mi ha costretto ad annotare ogni cosa, con l’idea di compilare in futuro una sorta di “diario spirituale” a cui poter ricorrere per porre rimedio ai cedimenti della memoria.

Lentamente ha preso corpo un manoscritto voluminoso, sempre più organico, sempre più strutturato. La fatica più grave è stata perseverare nell’impresa e più volte ho invocato l’aiuto celeste per portare a termine un capitolo. Evidentemente la Regina del Rosario non disdegnava l’opera del mio cimento, tanto che alla fine mi son ritrovato tra le mani un libro già pronto. Giunto a quel punto perché non provare a proporlo per la stampa? E la conferma del compiacimento di Maria venne quasi subito, con la proposta di pubblicazione delle Edizioni Segno.

Ora che la tela è composta sembrano volati i due anni trascorsi a scrivere questo libro, tra le pieghe del cui testo, rileggendolo, noto affiorare stralci di esperienza personale: il tocco freddo ed interlocutorio della sofferenza, la gioia appagante delle piccole soddisfazioni, il dibattimento delle fatiche quotidiane, l’esaltante comprensione della beatitudine nel sacrificio d’amore.

Ed oggi che è tolta dal telaio l’opera risulta uno scritto versatile ed originale, che si presta bene ad essere cadenzato nella lettura: proposta personale d’aiuto a coloro che, come me, sono avventurati nell’indagine di quell’affascinante mistero che è Gesù.

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Cronache

Attenti a quei due (reloaded)

«Ma farò in modo che i miei due testimoni, vestiti di sacco, compiano la loro missione di profeti per milleduecentosessanta giorni. Questi sono i due olivi e i due candelabri che stanno davanti al Signore della terra. Se qualcuno pensasse di fare loro del male, uscirà dalla loro bocca un fuoco che divorerà i loro nemici. Così deve perire chiunque pensi di fare loro del male. Essi hanno il potere di chiudere il cielo, perché non cada pioggia nei giorni del loro ministero profetico. Essi hanno anche potere di cambiare l’acqua in sangue e di colpire la terra con ogni sorta di flagelli, tutte le volte che lo vorranno. E quando avranno compiuto la loro testimonianza, la bestia che sale dall’abisso farà guerra contro di loro, li vincerà e li ucciderà. I loro cadaveri rimarranno esposti sulla piazza della grande città, che simbolicamente si chiama Sòdoma ed Egitto, dove anche il loro Signore fu crocifisso. Uomini di ogni popolo, tribù, lingua e nazione vedono i loro cadaveri per tre giorni e mezzo e non permettono che i loro cadaveri vengano deposti in un sepolcro. Gli abitanti della terra fanno festa su di loro, si rallegrano e si scambiano doni, perché questi due profeti erano il tormento degli abitanti della terra. Ma dopo tre giorni e mezzo un soffio di vita che veniva da Dio entrò in essi e si alzarono in piedi, con grande terrore di quelli che stavano a guardarli. Allora udirono un grido possente dal cielo che diceva loro: “Salite quassù” e salirono al cielo in una nube, mentre i loro nemici li guardavano. In quello stesso momento ci fu un grande terremoto, che fece crollare un decimo della città: perirono in quel terremoto settemila persone; i superstiti, presi da terrore, davano gloria al Dio del cielo.» (Apocalisse 11,3-13)

Va bene lo ammetto: ho un po’ la fissa con il libro dell’Apocalisse.

Ma d’altronde mi piace tanto la storia, e se c’è uno scritto che è vera chiave di lettura della storia nel suo reale senso profetico è proprio il libro della Rivelazione di San Giovanni Apostolo.

E poi vivendo nei cosiddetti Ultimi Tempi come si può non tenere in gran considerazione proprio quella parte del Nuovo Testamento che in essi insegna a viverci (sì, lo so che essendo gli Ultimi Tempi quelli che vanno dalla venuta di Cristo fino al Suo ritorno è facile capitare di nascerci durante).

Bando alle celie, parliam di facezie: mi si perdoni se approfitterò della pazienza di chi legge per disquisire di un’ideuzza che da un po’ di tempo mi frulla in testa e che probabilmente è di poco o nessun valore, ma gli è che ultimamente, al contrario del solito, anziché il capitolo dodici dell’Apocalisse, per il quale nutro un’affezione particolare, mi è ritornato un certo interesse per quello precedente, da cui il branetto in apertura. Questo per via dei due misteriosi personaggi che ne fanno da protagonisti.

Tale capitoletto, al pari del ventesimo del medesimo libro (quello dove vien narrato del regno dei mille anni), argomenta su versetti annosamente dibattuti da profeti e teologi e tuttavia rimasti abbastanza oscuri e d’opinabile interpretazione. Con nessuna pretesa di comprenderli meglio io, mi cimenterò comunque, e per diletto, nelle prossime righe.

Come ben si conosce, vi si narra di due Testimoni che, nel tempo in cui la Bestia lussureggerà sulla terra, sorgeranno per smascherarne la vera origine satanica e che, dopo aver predicato per un determinato tempo, verranno fatti fuori ed oltraggiati apertamente, ma dopo tre giorni e mezzo di pubblico ludibrio dei di loro esposti cadaveri, saranno risorti ed ascenderanno al Cielo, quindi un terremoto farà perire un sacco di gente, ma soprattutto, i superstiti alla tragedia finalmente renderanno gloria Dio.

Ok, è una rozza sintesi questa, ma chi fosse interessato potrà rifarsi all’originale.

Altrettanto grossolanamente riassumerò la Tradizione Mistica che ha preso in considerazione tale coppia di personaggi, poiché questa tende a considerare il testo in maniera piuttosto letterale, lasciando poco spazio all’immaginazione: con poche discordanze tra le diverse rivelazioni e visioni private vengono individuati nei due Testimoni i profeti Elia ed Enoc, i quali, essendo stati rapiti al Cielo prima della loro morte fisica, sono stati destinati a tornare proprio per quel momento storico in cui dovranno dare testimonianza con i prodigi descritti nel testo in oggetto, e precisamente per tale ragione, nell’attesa di quel tempo, starebbero frequentando un apposito corso di formazione celeste.

La Tradizione Ermeneutica, al contrario, è più cauta e lascia aperti spazi d’interpretazione che mi permetto indegnamente di prendere in considerazione in questo articoletto con chi avrà la condiscendenza di seguirmi fino alla fine.

Innanzitutto è doverosa una precisazione: tutto il libro dell’Apocalisse, ma alcuni brani in particolare, hanno più chiavi di lettura e nella stesura della visione s’intrecciano richiami a fatti contemporanei all’autore unitamente a vere profezie, il tutto espresso per simboli ed immagini, ma nel complesso teso ad esprimere il senso ultimo della storia umana e della Chiesa in particolare, e cioè il destino eterno di comunione tra il Creatore e la Sua creatura.

Per tale ragione le opinioni in merito anche al nostro brano non si contano, ma è altresì possibile desumere alcuni particolari restringendo un po’ il campo delle interpretazioni per lasciarsi guidare secondo una linea che poi però dovrà sostenere la verifica con la storia. Ma lo abbiamo detto in apertura: non ci si prenderà troppo sul serio in questo scritto nel seguire un’idea probabilmente bislacca.

Ora, va detto che il capitolo undici si apre con una scenetta particolare, introduttiva se vogliamo, che vede il veggente di Patmos richiamato ad adoprarsi come geometra nel misurare l’area del Tempio: non tutto, però, poiché parte di esso verrà lasciato in mano ai pagani perché sia profanato, cosicché si vengano a creare le condizioni per cui possano essere inviati, appunto, i due famigerati Testimoni. Si noti come l’atto di prendere le misure indichi distinzione, separazione, ma nella fattispecie, preservazione, poiché ciò che è misurato è “sottratto”, conservato dall’assedio circostante: ciò fa pensare ad un tempo nel quale la Chiesa è assediata da ogni parte e la pressione avversaria è tale che il nemico s’insinua persino nell’atrio esterno del Tempio, che viene abbandonato alla corruzione, e tuttavia rimane un nucleo intonso, “misurato” appunto, a germoglio per un futuro di rinnovamento.

In questo tempo, che potremmo definire a buona ragione di “prova”, due fantomatici Testimoni si alzano dalla divina panchina ed entrano prepotentemente in campo per giocare i loro milleduecentosessanta minuti di partita.

Abbiamo detto che la Tradizione Mistica individua in questi due personaggi i profeti veterotestamentari Elia ed Enoc. Alcune annotazioni del testo, però, lasciano spazio per indicazioni diverse. Taluni ritengono che Giovanni faccia riferimento ai Santi Apostoli Pietro e Paolo, ma il cenno ai due ulivi e ai due candelabri rinvia immediatamente al libro di Zaccaria (4,1-14), per il quale i due ulivi sarebbero Giosué e Zorobabele, ossia i simboli del potere sacerdotale e di quello regio.

Evidentemente però, l’autore dell’Apocalisse ci disincentiva nell’affezionarci a queste due figure, così che non ci si possa vantare d’aver già risolto l’enigma, poiché subito dopo inserisce alcuni indizi che richiamano altri due noti figuri dell’antico Testamento: il fuoco che esce dallo loro bocca ed il potere di chiudere le cateratte del cielo rimanda piuttosto esplicitamente al profeta Elia, mentre l’attitudine a mutar l’acqua in sangue e a scatenar flagelli d’ogni sorta non può non far riandar la memoria a quel Mosé tanto “caro” (letteralmente!) agli egiziani.

Stesso scherzetto, Giovanni, lo pratica nel tratteggiare la città in cui i due verranno estinti per risorgere: Sodoma, Egitto e «dove anche il loro Signore fu crocifisso», simboleggiano più d’una città, e c’é chi pensa a Roma, dove furono appunto martirizzati Pietro e Paolo, o più esplicitamente a Gerusalemme, ma in realtà si sospetta che l’autore voglia confondere un po’ le acque, perché si rifugga un’interpretazione letterale a favore di uno sguardo più generale.

In linea di principio, infatti, sia l’eterogeneità degli indizi dati sull’identità dei due Testimoni, sia la commistione di indicazioni sul luogo del loro martirio, portano a pensare che lo scrivente Giovanni intenda assommare nella vicenda di questi due personaggi la storia comune ad un filòtto di altre figure: dai profeti ed i giusti dell’Antico Testamento ai martiri del tempo della Chiesa; quasi che tali esemplari fossero un compendio vivente di tutti quei testimoni (martus, da cui martire) dell’Unico vero martire per la salvezza del mondo che è Cristo. Tanto che ricalcando il Crocifisso Risorto, anche questi due Testimoni, dopo un tempo stabilito di predicazione pubblica, verranno altrettanto pubblicamente uccisi e dileggiati, ma dopo tre giorni e mezzo, come il loro Signore saranno risuscitati ed ascenderanno al Cielo.

Ciò sottolinea ancora una volta come la storia della Chiesa sia destinata a ripercorrere pedissiquamente la medesima vicenda del suo Signore, sia universalmente, che personalmente, e di come, nel tempo in cui le potenze mondane parranno sopraffarla, sorgeranno testimoni d’eccezione a Cristo che, sulle orme del loro Capo, subiranno il medesimo martirio perché si riveli la gloria di Dio con la sconfitta dell’avversario e la conversione delle anime.

Va bene, e allora?
Ok, vengo al dunque.

Il momento storico lo conosciamo bene tutti: apostasia generale, corruzione dei costumi, pressione degli inferi alle porte del Regno, fumo di satana persino all’interno del Vaticano, e tuttavia in questo bailamme escatologico rimane un “piccolo resto”, una parte del Tempio “misurata” dall’Onniscienza Divina e custodita dalla Provvidenza nella fede perseverante. Si nota nessuna somiglianza con il contesto descritto all’inizio del capitolo undicesimo del nostro libro?

Da un annetto a questa parte se ne è fatto un gran parlare, con pareri di volta in volta sempre diversi e talvolta anche un po’ estremi: ora, voi pochi che mi avete seguito fin qui, permettete anche a me di giocare con quest’idea, ma capiamoci bene, senza che mi prendiate troppo sul serio.

Perché fino a quando erano in quattro come si poteva pensare che potessero essere loro? Ma poi, nel giro di pochi mesi due son stati presi al Cielo e così sono rimasti in due, ancora con i loro “dubia” da sciogliere, e purtuttavia ostinatamente sulla breccia, per testimoniare l’irriducibilità del Vangelo, e con l’intenzione, pare, di andare fino in fondo, nonostante la morte mediatica ed ecclesiale che ha già cominciato ad incontrarli.

A questo punto non c’è nemmeno bisogno di farne i nomi con cui sono noti al secolo, ma è certo che siano due: forse come ulivi che tentano di portare un po’ di pace nel dibattimento tra menzogna e Verità, e forse come due candelabri che servono la Luce cercando di tenerla ben in alto, sopra il marasma della confusione.

Sicuramente sono due che si sono lasciati interloquire dalla perplessità del gregge e perciò si sono sentiti in dovere di manifestarsi per quello che sono: due cardini del Regno, e proprio come fossero Elia ed Enoch redivivi, paiono destinati a gridare nel deserto e a fare una brutta fine, almeno secondo il mondo.

Però sia chiaro: non intendo gufare nessuno dei due, a cui auguro, alla maniera del trekkiano Spock, lunga vita e prosperità; è purtuttavia innegabile evidenza che abbiano avuto ed abbiano ancora a che fare con l’uomo iniquo.

Ma come, alla fine,  sempre sarà la storia a mettere il suo sigillo sulla questione.

Nell’attesa, visti i tempi che corrono, vado a comprarmi il mio paio di mutande di ghisa con un pensiero che ancora un po’ m’inquieta: poiché se fosse vero (ma non lo è state tranquilli) saremmo solo al secondo «guai» (Ap 11,14).

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Cronache

Charlie deve morire

In merito all’angosciosa vicenda del piccolo Charlie Gard in moltissimi hanno espresso le loro autorevoli considerazioni, molto più e molto meglio di quanto sarei stato capace io, perciò mi limiterò qui, tra un Rosario ed un’offerta Eucaristica, a fare soltanto un appunto.

Il popolo della rete (in larga parte espressione di un cattolicesimo reazionario quasi esclusivamente italiano e spiccatamente materno) è encomiabilmente riuscito a dare forte esposizione ad un caso che altrimenti sarebbe passato quasi del tutto sottotraccia, complice l’assordante silenzio mediatico mainstream, e che invece, letteralmente con l’insistenza della vedova di evangelica memoria, ad oggi è riuscito a mobilitare piazze, comunità, operatori ospedalieri, pallidi tentativi di mediazione diplomatica e persino ad estorcere almeno un’impetrazione striminzita da eminenti personalità mondane.

Tanto s’è fatto e pregato che i mastini che hanno sotto sequestro medico/giuridico il piccolo bimbo si sono lasciati strappare una non meglio specificata dilazione di tempo prima di procedere alla sua uccisione (segno evidente, questo, che poi tanta urgenza di porre misericordiosamente fine alle presunte sofferenze del piccolo non c’era).

Già solo per questo motivo, tutta ‘sta operazione puzza di strumentale lontano un miglio, ma adesso che anche il prestigioso ospedale capitolino s’è fatto formalmente avanti con la profferta di prendere in carico il bambino, il diniego perentorio dell’omologo inglese segna in maniera più che sospetta come il destino di quel fanciullo sia stato preventivamente preordinato: Charlie deve morire.

D’altronde se non lo hanno lasciato andare in America, vuoi che lo lascino venire in Italia?

Alla luce di ciò assume un senso anche la proroga concessa da parte degli aguzzini del centro mattatoio che lo detiene: il movimento di protesta all’esecuzione del piccolo Charlie Gard è sbocciata sui social, e si sa che il popolo social è volubile, basta aspettare che salga alla ribalta un altro argomento d’attualità, e si potrà procedere all’estinzione del fanciullino fuori dalla luce dei riflettori.

Siccome però il focolaio della rete stenta a spegnersi, ci hanno pensato direttamente i gestori dei social media a calmierare gli animi, incominciando con il blocco dell’account twitter @fight4charlie, a cui presumibilmente potrà accodarsi anche il gigante di Zuckerberg, tanto di pretesti politically correct ce n’è da scegliere.

Ora: al sottoscritto pare evidente che questo bimbo sia la vittima sacrificale designata per creare un precedente giuridico che dia una svolta di tipo eugenetico al corso di questi tempi di tenebra. E sappiamo bene chi ci sia dietro a questi tempi che stanno per scadere, tanto che ad un occhio profetico non sfugge come a movente dell’operato di questi ignari(?) boia ospedalieri ci sia la ferma quanto supernaturale volontà oscura di fare del piccolo Charlie Gard un olocausto gradito al demonio.

Ecco perché occorre agli uomini di buona volontà che si sono fin qui spesi in questa battaglia perseverare fino alla fine, fino a quando, a dispetto di tutto e tutti (e genitori per primi), a quel piccolo bambino verrà crudelmente tolta la vita; e perseverare nel combattimento soprattutto con quei mezzi spirituali rimasti ormai ahimè quasi del tutto nelle mani del popolo laico, poiché disconosciuti dalla gerarchia ecclesiale.

Quindi Ave Maria e avanti, commilitoni, ma occhio agli obbiettivi: perché va bene impetrare affinché Charlie Gard non venga ucciso, ancora meglio chiedere al Signore il miracolo della sua guarigione, ma non possiamo dimenticare che Egli ci ha chiesto espressamente di pregare per i nemici, perciò siamo tenuti a pregare intensamente anche per la conversione a Cristo dei suoi assassini.

Perché in questa brutta storia non c’è in gioco l’anima di Charlie, ma l’anima del mondo occidentale.

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Fede

Chiesa è femmina (?)

L’altra sera eravamo a tavola e la piccolina era in vena di buscarle.

Fin dall’inizio della cena, infatti, ha fatto storie per il cibo, giocava con le posate, faceva le bolle con l’acqua da bere ed ha persino rovesciato il bicchiere (che per fortuna era quasi vuoto): insomma ne infilava una dietro l’altra, rognando e frignando nelle pause.

Tant’è che se non fosse che ha solo tre anni mi sarebbe venuto il dubbio che potesse avere il “marchese” da quanto era insopportabile.

Ad un tratto, poi, si è messa a mangiare i maccheroni con le mani.

Mia moglie ed io l’abbiamo richiamata più di una volta, ma lei niente: come per sfidarci ha continuato senza fare una piega, al che io l’ho rimproverata ad alta voce, intimandole di smetterla e lei, per tutta risposta, mi ha guardato in faccia e mi ha ribattuto stizzita con un secco “No!”.

A quel punto io stavo già per diventare tutto verde e muscoloso, mentre il figlio maggiore a testa bassa sussurrava tra i denti un fraterno e preoccupato “oh-oh” ed il mezzanello mi guardava con gli occhi spalancati ed un sorrisetto sadico in attesa che sulla sorellina si scatenasse l’armageddon.

Siccome però mia figlia ed io siamo seduti ai capi opposti del tavolo e poiché, essendo un maschio, sono troppo pigro per alzarmi e fare il giro per raggiungerla, ho chiesto a mia moglie, per cortesia, di darle una “pacca” (che tradotto dal “giovanolese” significa dare una sberletta secca sulla mano).

L’amata consorte, arrabbiata quanto me per quell’atteggiamento irrispettoso, ha obbedito alla mia richiesta, ma il suo cuore di madre è riuscito a produrre soltanto una specie di buffetto sul braccio di nostra figlia, più simile ad una ruvida carezza che ad uno schiaffetto, tanto che la piccola ribelle non ha fatto neanche un plissè.

Io alla vista di quella scena di irrimediabile mollezza materna ho protestato verso la mia dolce metà chiedendole cosa fosse quell’aborto di sberla e se per caso avesse intenzione di rincarare la dose chessò, magari con un bacio oppure con dei grattini…

E niente: mia moglie s’è messa a ridere e con lei tutta la prole, il momento drammatico si è sciolto in burletta e la “questione educativa” è andata a farsi benedire.

Risultato dell’ilare siparietto è stato che nostra figlia ha continuato con rinnovato entusiasmo a mangiare i maccheroni con le mani, ed anzi, visto che con il suo comportamento di sfida aveva ottenuto le risate di tutta la famiglia, ha cominciato anche a giocherellarci colla pasta: infilandosi in bocca il maccherone per dritto e fischiandoci attraverso come se fosse una sorta di flauto (e sputacchiando saliva unta da tutte le parti).

E lì mi è toccato alzarmi e massacrarla di botte.

Ok, no, non è vero (figurati: la mia bambina!), ma ho comunque dovuto intervenire d’imperio per far rientrare nei cardini la situazione, esercitando con durezza la mia naturale autorità di pater familias.

Ecco: ho descritto questo banale episodio domestico perché ritengo sia esatto nell’illustrare, una volta di più come, davanti ad un comportamento sbagliato, un atteggiamento eccessivamente “accogliente” (potremmo dire eccessivamente materno), non faccia il vero bene di chi, quel comportamento sbagliato, dovrebbe invece correggerlo.

Ed io lo capisco che mia moglie, per il suo essere visceralmente mamma, nei confronti degli amatissimi frutti del suo grembo (sangue del suo sangue) non abbia nelle sue corde quella severità delle volte necessaria a correggerli con durezza, perfino a castigarli.

Ed è per questo che ci stanno i padri: essi, in quanto maschi, godono di quel sano distacco dalla carne intrisa di emotività e sentimentalismo, che consente loro di perseguire il vero bene dell’amato anche attraverso la dura correzione o persino il castigo.

L’atteggiamento “misericordioso” di mia moglie ha lasciato che a nostra figlia passasse un messaggio quantomeno equivoco: ossia che il suo sfrontato rifiuto di correggere un suo comportamento sbagliato (il mangiare con le mani), non fosse poi così grave, visto che non era incorsa in una vera punizione, ma anzi aveva suscitato le risate persino di chi l’aveva ammonita, tanto da sentirsi incoraggiata a rincarare la dose, peggiorando ancor di più la sua situazione.

Questo perché il gioco al ribasso è sempre perdente con quella creatura umana la cui natura è ferita dal peccato originale, tanto più quando viene attuato per mancanza di rigore, inteso come quella capacità virile di saper disciplinare anche con durezza la persona amata che indulge nell’errore.

E questa incapacità di vigore, oggigiorno, affligge anche e maggiormente quella Chiesa che è sì “madre”, ma che è pur sempre costituita, fin dalle origini, da apostoli e sacerdoti vocati ad essere “padri”.

In questa società contemporanea ormai deprivata da ogni figura paterna, la Chiesa rimaneva l’ultimo baluardo in cui si poteva ritrovare quella virtù maschile non rammollita dalle becere farneticazioni del femminismo.

Adesso, purtroppo, non più.

Eccedendo nel farsi “eunuchi per il Regno”, i pastori di anime sono finiti per rimanere castrati da quelle medesime logiche mondane del buonismo ad oltranza e del sentimentalismo femmineo (per non dire effemminato).

A furia di immischiarsi senza discernimento col mondo (pur non essendo invece, per origine e vocazione, del mondo) attualmente la Chiesa è passata dall’essere madre all’essere dapprima mamma, per poi finire, ultimamente, a ritrovarsi “mammona”.

E s’acuisce, per chi se ne sente ancora (e nonostante tutto) figlio, la nostalgia di quei sacerdoti veramente padri, che senza venir meno alla misericordia mettevano in atto la giustizia, accogliendo sì, ma a precise condizioni, che erano poi quelle necessarie al vero bene di colui che aveva bisogno d’essere accolto: ossia alla salvezza della sua anima.

Come quel santo sacerdote d’Ars, che nei confronti di chi andasse a confessarsi con peccati gravi o reiterati, aveva le palle di rimandare l’assoluzione ad una volta che si fosse espletata la penitenza, accomiatando il fedele con il preciso appuntamento di ritornare a ricevere il perdono di cuore una volta emendatosi fattivamente.

Ché il perdono di Dio è sì sollecito, ma non privo di condizioni: esso vuole il riconoscimento e l’accusa del peccato, il dichiarato pentimento ed il proponimento della conversione.

Ogni altra forma di perdono, perdono non è, ma inganno, poiché non persegue il vero bene dell’accolto, ma lascia l’errante nell’errore, con buona (falsa) pace della coscienza di chi scusa e di chi è scusato.

Gesù per primo, dando il mandato ai Suoi apostoli ad annunciare il Suo Vangelo (non quello loro, ma il Suo), è stato categorico nell’avvisare che chi avrebbe creduto sarebbe stato salvato, ma chi non avrebbe creduto sarebbe stato condannato.

Perché la natura ferita dell’uomo è tale che questo, spesso (e soprattutto quando è incrudito nel peccato) abbia bisogno anche dello spauracchio dell’inferno, di una bella sberla in faccia che gli apra gli occhi sulla realtà della dannazione eterna.

Questa è una Verità oggi talmente in disuso anche all’interno di quella madre Chiesa rivestita di tanto politicamente corretto, che s’è dovuta scomodare la Madre di Dio in persona a ribadire l’esistenza del demonio e dell’inferno, e a raccomandare il ritorno al sacrificio ed alla penitenza per la salvezza delle anime e la conversione dei peccatori.

Alla luce di tutto ciò, allora, il mio auspicio è il medesimo augurato ad ogni uomo: che i padri di famiglia tornino a fare i sacerdoti della chiesa domestica ed i sacerdoti tornino a fare i padri della famiglia umana, riscoprendo il buono ed il bello di quell’autorità naturale concessa da Dio ad ogni maschio, perché attraverso il retto esercizio di essa, conduca al suo vero bene ogni loro figlio, quel destino di salvezza cui ognuno è convocato ad attendere.

Perché è vero che la Chiesa è femminile, ma il Ministero è inequivocabilmente maschile.

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